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Filosofia dell’anima – Fabrizio De Andrè, “principe libero” prigioniero degli sceneggiatori Rai. Ma i miti non sono santini e non hanno tombe, neppure televisive, nei secoli diventano… leggenda.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

fabrizio-de-andreFaccio una fatica enorme a seguire il moderno cinema italiano, anzi, non lo seguo affatto, non ci riesco, non fa per me: troppo ingessato, troppo prolisso, troppo cattoriverente, troppo provinciale, troppo lento, troppo figlio di un’età che non esiste più, esempio plastico del nostro ritardo su ogni livello, da quello civile a quello etico liberato da tinte politiche fasciomafiose. Sapere che la Rai avrebbe trasmesso questa sera la “fiction” (ma dove lo prendono questo inglese tipo little Italy?), “Fabrizio De Andrè, un principe libero” (2018) diretto da Luca Facchini (chi?) e interpretato da Luca Marinelli (chi?), mi ha dunque messo in agitazione: vederlo oppure no? Alla fine ho optato per il sì, ma solo perché la bibbia IMDB gli dava un 7.4 e di norma quel sito non tende alle laudi immeritate stile italico giornale (anche se questa regola vale soprattutto per le produzioni americane in lingua inglese che hanno un bacino di audience globale).

Mi sono quindi disposta a guardare l’incipit con una data sofferenza interna, alla maniera del ladro che dalla finestra vede un prezioso da rubare ma non si fida di entrare in casa: suonerà l’allarme? Mi vedranno? Verrà la polizia? L’istinto critico mi diceva che si trattava di un’altra pagliacciata, tipo quelle con cui la fiction Rai carica di disdoro lo spirito libero del “character” leggero Trinità interpretato dal mitico Terence Hill, vestendolo con i panni del “curatolo” di campagna, rincoglionendolo con un’esegesi intellettualmente sozza che diventa metastruttura, paratesto ingombrante, annoiante and so and so forth. Già detto!, le dico sempre queste cose, non mi stancherò mai di ripeterle.

Però non mi staccavo dal televisore, non me ne andavo: e perché non riuscivo a fare le pulci all’attore che interpretava Fabrizio come di norma non ho difficoltà a fare? Ci sono voluti almeno venti minuti per capire che stavo restando davanti al televisore perché il canovaccio era puntellato da momenti mirabili che non c’entravano nulla con la “fiction” in questione, ma erano direttamente imprestati all’arte di De Andrè, le sue canzoni. Con un po’ più di pazienza ho pure capito che per una volta quegli attori sconosciuti, almeno a me, erano bravini; insomma, il personaggio non te lo facevano odiare, forse lo rispettavano troppo, ma non lo svilivano ignobilmente…. un mezzo miracolo in sé!

Capito questo restava la sensazione di “pesantezza” che pur ti arrivava. A quel punto ho realizzato due altre cose pure molto importanti: a) che, sì, De Andrè poteva essere un “principe libero” ma persino lui è finito imprigionato dalle catene degli sceneggiatori Rai, le usate catene prolisse, leccaculeggianti, cattoriverenti, intinte-in-salsa-sentimentale, costruite dentro interni per lo più soffocanti per lo spirito, and so and so forth, di nuovo come sopra; b) che la televisione può crearli ma può pure ucciderli i miti e in quel momento in Rai stava andando in onda l’ennesimo mezzo-omicidio.

Poi riprendeva la musica di Fabrizio e rendeva plastiche le pene inflitte allo spirito (ben lontano dall’essere vinto dalla catarsi) dalla Sindrome roller-coaster che domina su questa particolare produzione: up, down, up, down, su, giù, su, giù, su, giù!  Nulla di che, in fondo… nulla che non si sapesse già: del resto i miti non hanno tombe, neppure televisive e dunque neppure questa stramba biografia mediatica potrà mai fare da tumulo all’arte unica di Fabrizio De Andrè. Certo, mi ha sfiorato anche il pensiero che non siano stati solo gli sceneggiatori Rai a marcare troppo la linea di confine tra l’uomo e il mito, tentando, costoro, di riportare quest’ultimo con i piedi per terra, ma che in dato modo lo stessi facendo anche io, sebbene all’incontrario. Io, infatti, non troppo impressionata dall’uomo, dal santino che mi stavano confezionando davanti, quasi infastidita dallo stesso, stavo provando ad isolare scaltramente il solo fenomeno ideale e artistico De Andrè.

C’è uno scarto importante, lo sappiamo tutti molto bene, tra la capacità e la forza dello spirito e le possibilità, le debolezze dell’essere umano, ma se qualsiasi altro artista non avrebbe mai retto il confronto mediatico tra questi due aspetti della sua essenza, Fabrizio De Andrè è sicuramente riuscito a superare anche questa “prova”, indenne. Non è poco, non è davvero poco, soprattutto per passare dallo stato di mito a quello di leggenda nel futuro formidabile che arriverà, ma che lo vedrà comunque protagonista artistico indiscusso, poeta mirabile che saprà parlare attraverso i secoli, né più né meno di come ha fatto Dante fino ad oggi. Fosse per me, anche di più!

Rina Brundu

PS Che poi la Rai immonda, vigliaccamente come al suo solito, non ha neppure esitato a strumentalizzare De Andrè, a sputarci sopra, presentando, nel film a lui dedicato un lancio dell’orrendo spettacolino Porta a porta (non sapevo che fossero ancora in onda simili sciocchezze!), e mostrando nello stesso non solo la mummia di Arcore ma l’incommentabile e inguardabile capraro Sgarbi: poi ci chiediamo perché non sappiamo più fare cinema, come si potrebbe riuscire nell’intento quando vantiamo simili profili intellettuali, a tutto tondo, mentre intenti a leccare il culo di tutto ciò che l’arte immensa di quel mito genovese ripudiava, intellettualmente, civilmente, politicamente, e a priori? Sic!

 

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