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Filosofia dell’anima – Delle unghie curate di Alessia Puppo. E ancora sull’importanza dello studio del metodo filosofico nella scuola primaria.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

alessia puppo

Alessia Puppo. Tratta dalla sua pagina Facebook

C’è un solo caso che mi spinge ad andare a vedere la pagina Facebook di una persona: quando quella persona non c’è più. Non so se con questo sto dicendo che anche le pagine Facebook servono, ma certo è che sono stata contenta quando ho scoperto che la bacheca di Alessia Puppo, la 33enne make-up artist scomparsa la sera di Capodanno e il cui corpo è stato ritrovato solo ieri – non era stata cancellata. In dato modo quella pagina mi ha dato la possibilità di conoscere la vera Alessia, oltre le cronache riportate dai giornali. Grazie ai suoi post ho scoperto che Alessia amava avere mani e unghie molto curate, amava gli smalti rossi e amava riempire le sue dita di vita.

Alessia era anche una ragazza molto innamorata, del suo ragazzo, della vita. O così sembrava, perché a giudicare dalla sua decisione di andarsene dopo un’altra lite con quell’uomo – almeno a leggere ciò che scrivono i giornali – sembrerebbe che Alessia cullasse anche altri pensieri. Ecco il limite delle bacheche di Facebook! Se per esempio qualcuno visitasse la mia dopo la mia dipartita non troverebbe nulla di me. Però il mio caso non fa testo. In realtà neppure se qualcuno visitasse questo sito dopo la mia morte saprebbe mai nulla che mi rivela davvero: in venti anni di vita online non ricordo una sola volta in cui io abbia parlato di me o del mio privato. Peraltro è incredibile quante parole si possano usare per non raccontarci mai, ma questo credo dipenda dal nostro dna, anche mediatico. Di sicuro nel mio dna non c’è scritta da nessuna parte la parola “social”.

Non è sempre un bene. L’essere “social” di Alessia, per esempio, racconta tanto del suo spirito bello. Le sue mani, le sue unghie dipinte sono una specie di opera d’arte, sono un inno alla sua più vera essenza. Sono particolari rivelanti. Anche per questo risulta quanto mai difficile capire il perché abbia deciso di “andarsene” dopo una “mera” lite con il suo fidanzato. Risulta difficile ma non è impossibile. Di fatto quando si guardano a queste storie tristi bisogna sempre considerare lo scarto che esiste tra il mood dell’io più nascosto e quello social, quel mood che è suo malgrado sempre costretto ad apparire felice, a postare una faccina gialla di riso. Ne deriva che se la morte di Alessia è davvero riconducibile a una scelta personale, allora forse Alessia non era completamente appagata…

Può accadere. Anzi, accade a tutti. Tuttavia, basandomi sulle poche notizie che si hanno, se io dovessi trovare una causa importante che spiegasse la sua morte, io la troverei in una problematica culturale. A dispetto degli stereotipi che sovente dividono il mondo in sud, nord, est, ovest, la verità recita che noi, specie noi italiani, viviamo immersi in una cultura provinciale troppo “pesante”. Per inciso una cultura che a dispetto delle apparenze condanna le donne a una ideale vita di madonna prima e regina del focolare poi, a una “realizzazione” piena dell’essere che si può raggiungere solamente quando si è in due, quando si trova un’altra metà che tutto vede e provvede.

Sciocchezze, naturalmente! Sciocchezze provinciali e molto, molto pericolose che specialmente nel nostro futuro più mirabile tarperanno le ali a tante donne molto vive e intelligenti proprio come Alessia. E anche per questo che più passa il tempo più penso che un sano insegnamento del metodo filosofico, un sano insegnamento del “fare filosofia” fin dalla scuola materna porterebbe seco, per forza di cose, un diverso modo di guardare la vita, e le future responsabilità che implica, con altri occhi. Con altra forza. Non garantirebbe una felicità, no, ma ci aiuterebbe ad essere più forti nella sua assenza. Perché in fondo è questo che è accaduto ad Alessia: non è stata forte abbastanza in quella… assenza. Lei, come tutti noi!

Rina Brundu

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