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L’ACCABADORA IMMAGINARIA E I COMMENTI IN CALCE. ITALO BUSSA RISPONDE… (di nuovo)

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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bussa-accabadoraQuando alcuni mesi fa feci delle epidermiche osservazioni in calce all’articolo di Italo Bussa “L’ACCABADORA IMMAGINARIA E LE RECENSIONI DI MASSIMO PITTAU. ITALO BUSSA RISPONDE…” e qui linkate, tutto mi sarei aspettata tranne che l’autore si prendesse la briga di rispondere. Ma proprio questo ha fatto quest’oggi Italo Bussa inviando un follow-up sull’argomento… “accabadore” in Sardegna. Ringraziandolo per la sua attenzione, pubblico il testo ricevuto qui di seguito; mentre ribadisco di non avere alcun interesse personale in merito allo stesso, so bene che tante persone in Sardegna lo seguono con interesse.

Rina Brundu


L’ACCABADORA IMMAGINARIA E LE OSSERVAZIONI DI RINA BRUNDU

Ringrazio anzitutto Rina Brundu non solo per aver ospitato la replica alla recensione del prof. Massimo Pittau sul mio libro L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito ma anche per l’interesse che comunque dimostra per l’argomento con le sue osservazioni, che di seguito esamino.

  1. Occorre tenere in conto, premette Rina Brundu, che esistono almeno due fonti storiche sarde (Vittorio Angius e Ofelia Pinna) che fino alla metà del secolo XX credono al fenomeno dell’accabadura. Tale fatto è stato tenuto nella dovuta considerazione. Il libro infatti, come detto, è propriamente una analisi critica di tutte o quasi le fonti che si sono occupate della accabadura. Nella Prefazione così scrive il prof. Manlio Brigaglia: «Bussa esamina una per una (al microscopio, verrebbe fatto di dire: ma già basta il suo occhio severo e quella sorta di implacabile matita rosso-sangue con cui manda e castiga gli autori che non gli piacciono – e sono parecchi, perché la materia si presta allo sbizzarrirsi delle ipotesi e delle invenzioni) ogni riga che è stata scritta in proposito, sottoponendo testi e tesi ad uno scorticamento che nasce prima di tutto dal privilegiamento del pensiero e del metodo scientifico … ». Nessun dubbio quindi che le due fonti, soprattutto Angius, siano state tenute nel massimo conto.

Angius, che non ha esperienza diretta del fenomeno, narra che la memoria delle accabadoras era ancora fresca a Bosa, dove esse avrebbero operato fino alla prima metà del precedente secolo XVIII: tuttavia i viaggiatori forestieri che pur raccolgono la notizia non trovano un solo indigeno che ne abbia reminiscenza. Angius dice poi che l’evento si sarebbe verificato quindici volte in quindici secoli: una simile affermazione non solo priva evidentemente il fenomeno di qualsiasi valore probatorio ma intacca alla radice il concetto stesso di usanza popolare. È strano poi che il nostro scolopio, pur fornendo notizie su circa 350 centri abitati della Sardegna, trovi le accabadoras solo a Bosa: dove sta la loro diffusa presenza nell’isola? Ulteriori perplessità nascono dal fatto che di una tradizione così singolare, unica nel panorama etnografico, egli cessi di parlare nel 1838, nella polemica con Giuseppe Pasella, mentre continuerà a collaborare al Dizionario geografico fino al 1856. Appare destituita di qualsiasi fondamento glottologico l’etimologia del verbo accabare, che significherebbe “dare sul capo” (cioè “uccidere percuotendo la coppa”), avendo la radice in cabu (capo): tra l’altro in sardo cabu non significa propriamente testa. Costretto sulla difensiva dalla polemica del Pasella, Angius afferma che comunque la prova storica dell’ esistenza della pratica sarebbe data dalla presenza diffusissima del vocabolo accabadoras: peccato che questa sua affermazione, per il non breve periodo di oltre 120 anni, non trovi riscontro né nei Dizionari sardi coevi o posteriori (Porru, Wagner, Casu), né nelle ricerche etnografiche territoriali (Deledda, Azara, G. Cabiddu). Inoltre, sul piano strettamente scientifico, non sarà inutile rilevare che Angius, pur essendo stato l’inventore della tradizione in parola e lo scopritore dell’usanza magica per le agonie difficoltose, non riesce a connettere i due casi, peraltro da lui stesso riferiti al medesimo evento esistenziale. Infine, per valutare la sua valenza critica, non va dimenticato che egli ritiene storicamente autentiche le false Carte d’ Arborea, che imperturbabile utilizza per confezionare il lemma “Sardegna” del Dizionario geografico. Per questi, ma anche per altri motivi parrebbe quantomeno temerario considerare Vittorio Angius, nel nostro caso, una fonte seria e attendibile.

La seconda fonte “credente”, cioè Ofelia Pinna, nel suo volumetto Riti funebri in Sardegna, comunque apprezzabile per le sue interessanti ricerche, non apporta, sulla accabadura violenta, alcuna nuova notizia, limitandosi a riferire ciò che i viaggiatori dell’Ottocento avevano già scritto.

È da secoli che la storiografia, nel tentativo di discernere il vero dal falso e dal verosimile, dedica una attenzione particolare alle fonti. Lo storico francese Marc Bloch commentando alcune forme di acquisizione conoscitiva, così scrive (1949): «Poco fa ogni fatto affermato era, per tre quarti, un fatto accettato, salvo che non ci fossero a priori forti ragioni per sospettare di menzogna i testimoni o i narratori […] Si narrava che era caduta una pioggia di sangue? Dunque, ci sono piogge di sangue […]. Così regnava il vecchio Sentito-Dire».

Il fatto quindi che ci sia una fonte non comporta automaticamente una certezza storica. Facciamo un esempio verificabile in particolare da Rina Brundu. Nel 566 d.C. il monaco irlandese Adomnan scrive la Vita Sancti Columbae. In essa racconta che san Columba di Iona, recatosi in Scozia nei pressi del Loch (lago) Ness, resuscita un uomo che viene seppellito dai propri amici, essendo stato ucciso da un mostro acquatico che viveva in quelle zone e che conosciamo appunto come il mostro di Loch Ness o Nessie. Ma poi il mostro sparisce per 14 secoli e viene riavvistato circa un secolo fa e oggi si onora perfino di un museo. La fonte dunque c’è: ma non è detto che tutti i suoi contenuti, spesso eterogenei e numerosi, rispecchino fatti o cose reali. Non è chi non veda, nel caso esaminato, diverse analogie col mito della nostra accabadora, tra cui la creazione di un museo che custodisce i presunti attrezzi del mestiere.

  1. L’assenza di documentazione d’archivio. Certamente, in assoluto, non è necessario che un evento o una tradizione trovino uno storico riscontro negli archivi. Qui però si sta parlando di una tradizione popolare, e quindi diffusa socialmente e territorialmente, che sarebbe durata per secoli e che, soprattutto, avrebbe comunque configurato un atto delittuoso. L’ accabadura sarebbe dunque, in età moderna, l’unico delitto non previsto in alcuna norma penale né minimamente adombrato in alcun atto d’archivio. È razionale ritenere che se questo argomento non viene accettato quale prova di inesistenza del fenomeno, in nessun caso, comunque, potrebbe essere ritenuto valido per ammetterne l’esistenza.

Non può, d’altra parte, essere considerato casuale che numerose testimonianze archivistiche parlino dell’esistenza delle pratiche magiche per abbreviare l’agonia, che non risultano mai represse in forma penale. Se dunque le istituzioni acquisiscono atti relativi a innocue usanze magiche, come mai non producono un solo atto che contempli forme di violenza omicida comunque da sempre ufficialmente condannate e represse?

  1. L’omertà totale dell’anima. Più che di omertà, che presupporrebbe situazioni illecite, credo che qui si stia parlando di una sorta di reticenza generale delle comunità sarde, in particolare dell’interno, estesa a tutti e a tutto. Sarebbe questa omertà-reticenza che avrebbe impedito a fenomeni come l’accabadura di emergere e di essere portati alla attenzione delle autorità civili e religiose.

Ora, l’Antropologia ci insegna che non esistono né sono mai esistite società totalmente omogenee nei loro tratti culturali. Tutte le diversità (sociali, economiche, professionali, di istruzione, tradizionali, ambientali e così via) producono subculture e personalità differenziate, in un mutamento incessante. Le comunità sarde hanno avuto e hanno la loro quota di omertosi e di reticenti, ma accanto a ribelli, a vendicativi, a violenti, ad aggressivi, a maldicenti, a invidiosi. Cioè sono state sempre società conflittuali, portate per conseguenza non a cancellare, dall’ “anima”, le malefatte proprie, ma a propalare piuttosto quelle, vere o presunte, dei propri avversari. Sul piano storico possiamo ricordare che fino alla fine del secolo XIX la vita di ogni singolo villaggio era contrassegnata dalla presenza di fazioni che si affrontavano, soprattutto nelle zone dell’interno, anche con le armi. Gli archivi del periodo sabaudo sono ricchissimi di documenti inviati alle autorità di governo, quasi sempre con l’indicazione del mittente, nei quali sono contenute le accuse e le dicerie più varie, da quelle gravi come l’ omicidio alle più futili, mosse verso autorità locali, nobili, ecclesiastici, privati. Fino a pochi decenni fa, quando i villaggi erano superaffollati, le zuffe verbali di strada (sas brigas) tra famiglie viciniori erano abbastanza frequenti: in esse le accuse più disparate riferite alle diverse generazioni venivano pubblicamente riesumate. Occorre anche ricordare che in Sardegna, per secoli, la stragrande maggioranza dell’alto clero e dei dirigenti degli ordini religiosi è stata di provenienza esterna e quindi portatrice di una cultura diversa, che sarebbe azzardato definire omertosa.

Occorre anche far rilevare che la carenza di omertà è agli atti nella letteratura accabaduriale. Infatti il presunto episodio di accabadura che sarebbe accaduto a Orgòsolo nel 1952, riesumato nel 2003 e citato anche da Pittau, viene “riferito” ai due autori Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano, che non sono sardi. E dove starebbe l’omertà se simili episodi vengono raccontati dagli orgolesi al primo forestiero che passa?

Ma torniamo al racconto dell’abate Angius. Non vi dovrebbero essere dubbi, per chi conosce Bosa, che il teatro delle operazioni di accabadura fosse lo storico quartiere Sa Costa, posto sui declivi che degradano dal castello verso il fiume Temo. Si può sensatamente ritenere che l’ andirivieni delle accabadoras, in un simile ambiente, potesse passare inosservato? E conoscendo d’altra parte il carattere canzonatorio dei bosani, come possiamo dubitare che essi non si sarebbero astenuti dal farsi beffe e delle accabadure e delle accabadoras?

  1. La pudicizia per l’accabadura. Una delle cause della presunta omertà totale consisterebbe, secondo una peregrina tesi di Pittau e del partito accabaduriale, in una sorta di pudicizia dei familiari del deceduto e delle accabadore, stante il fatto che i primi si rendevano conto della crudeltà dell’azione soppressiva e le seconde di essere oggetto del disprezzo generale. Seguendo Voltaire potremmo dire di non essere in grado di confermare tale tesi, non avendo avuto la fortuna di intervistare alcun appartenente alle sullodate categorie. Per valutare tuttavia la validità della tesi vediamo di seguire alcune attestazioni dei fautori della usanza, per raffrontarle poi con altre estrinsecazioni reali della vita sociale.

Non abbiamo in primo luogo difficoltà alcuna ad ammettere che si tratti di un omicidio ispirato dalla pietà per una persona sofferente: e di fronte a un sentimento così nobile, certo non crudele, anche il giudice più severo non può che avere uno sguardo di clemenza. Prendiamo atto, in secondo luogo, di quel che diceva Vittorio Angius: l’usanza veniva praticata «quando, certissima la morte, l’agonia si prolungasse di troppo». Ma, come chiosa lo stesso abate, il caso sarebbe rarissimo, perché la speranza che la vita persista non muore mai. Si deve però aggiungere che un empirico può considerare che la morte sia certissima solo quando un infermo entra in fase preagonica e perde lo stato di coscienza: l’accabadura si sostanzierebbe quindi nell’ anticipare di qualche ora la morte naturale. Pertanto di tutte le forme di omicidio è la meno bruta, quasi amorevole e priva di allarme sociale, quasi un secondare la natura anticipandone di un attimo pietosamente gli effetti.

Sorge allora spontanea la domanda da porre a Pittau e al partito accabaduriale. Posto che gli omicidi, quelli veri, talvolta feroci e inumani, hanno da sempre fatto parte del vissuto quotidiano dei sardi, come mai nessuno si è in alcun tempo vergognato di simili azioni, mentre esisterebbe una sorta di pudicizia per la certamente meno brutale accabadura? Parrebbe ovviamente inutile, a complemento della domanda precedente, chiedere ai medesimi fautori se conoscano episodi dai quali risulti tale pudicizia o se si tratti semplicemente di una loro elucubrazione mentale.

  1. Il silenzio della Chiesa. È un dato di fatto, non controverso tra le parti, che non esistano dichiarazioni, comunicazioni, messaggi, avvisi, decisioni, informazioni, riferimenti relativi alla accabadura, provenienti dalle istituzioni della Chiesa. Se infatti fossero esistiti, i fautori del partito accabaduriale non avrebbero fatto a meno di metterlo in evidenza. Il punto sta dunque nella interpretazione di questo silenzio. Le ipotesi avanzate da detti fautori sono sostanzialmente due. La prima: la Chiesa non era al corrente della usanza in quanto vigeva una omertà totale nella popolazione. La seconda: la Chiesa sapeva, ma considerava valida l’usanza e quindi ha ritenuto di non condannarla.

            Le due ipotesi, come si vede, sono contrastanti e sussistono contemporaneamente solo perché basate non su fatti accaduti ma sulle semplici elucubrazioni astratte dei sostenitori del mito. La prima ipotesi è comunque improponibile non solo perché, come abbiamo visto, non è mai esistita una omertà totale, ma anche perché i fedeli costituivano l’ assoluta maggioranza delle comunità, dalle quali peraltro il clero locale veniva tratto. La seconda ipotesi, sulla connivenza, è ugualmente improponibile perché contrasta con la dottrina costante, almeno teoricamente sostenuta dalla Chiesa in materia di omicidio volontario (tale era comunque l’ accabadura). Se ancor oggi, in un periodo di consolidata secolarizzazione, la Chiesa solleva clamori per impedire che la natura segua il proprio corso nel caso di vite mantenute in essere solo artificialmente, come possiamo credere che in periodi di diffusa religiosità avrebbe potuto tacere di fronte a usanze popolari diffuse? E come pensare che un tale silenzio sia stato costante nei secoli, nonostante il mutare dei tempi e degli uomini?

            Rina Brundu eccepisce la possibile esistenza della non menzione, negli atti compilati dalla Chiesa, di “opinabili pratiche” messe in atto da ecclesiastici, analogamente a quanto si faceva in Irlanda. Il rilievo non può però riguardare il tema che trattiamo. Infatti qui non sono in discussione le nefandezze degli ecclesiastici, da nascondere o seppellire nell’oblio, ma fatti posti in essere da privati credenti, che, se veramente accaduti, avrebbero offerto una utile occasione alla Chiesa per giustificare la propria esistenza e le funzioni che si attribuisce. Occorre peraltro dire, in generale, che le carte dell’Inquisizione e quelle dei Tribunali vescovili, in tutti gli Stati, contengono numerosissimi processi a ecclesiastici, nella maggior parte dei casi conclusi con l’ applicazione di pene. Personalmente ho potuto rinvenire in un archivio spagnolo atti processuali dell’inizio del ‘600, prodotti dalle istituzioni ecclesiastiche sarde, riguardanti i rapporti peccaminosi di alcune monache di clausura di Cagliari e di Sassari. Se dunque la Chiesa non aveva alcun problema per registrare in atti scritti i “sacrilegi” commessi da propri componenti, che interesse avrebbe avuto a nascondere condotte private accabaduriali o che remora avrebbe avuto a condannarle?

  1. Grazia Deledda. Il riferimento alla grande scrittrice sarda non mira certo, come ha capito Rina Brundu, a individuare fonti valide ad attestare l’esistenza del fenomeno. È stato invece posto in essere un semplice ragionamento dialettico di tipo analogico (argumentum a contrario, che viene normalmente usato fin dai tempi dei Greci). Nel libro viene detto che è quanto meno sorprendente che il soggetto sia assente nella narrativa di Grazia Deledda, che, sulle psicologie e sulle usanze arcaiche e peculiari della Sardegna – e quale usanza potrebbe essere considerata più peculiare dell’ accabadura? – ha costruito drammi individuali, trasgressioni, sensi di colpa, angosciosi fatalismi, espiazioni laceranti. Una narrazione basata sulla usanza in questione avrebbe facilmente potuto utilizzare questi ingredienti, assieme a numerosi altri elementi psicologici. Parrebbe quindi da ritenere che il tema della accabadura non facesse allora parte, neppure sul piano della problematicità, della cultura popolare. Non è un caso che nella attualità, che ha visto la progressiva diffusione della cultura accabaduriale, la mitica figura abbia avuto, in un brevissimo arco di tempo, l’onore di tre romanzi e di un film.

            Sul piano della ricerca, cosa da non sottovalutare, va invece collocato lo studio organico della Deledda sulle tradizioni popolari nuoresi, pubblicato con undici contributi sulla prestigiosa “Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane” (1893-95). La scrittrice era stata in quegli anni nominata da Angelo de Gubernatis direttrice della Sezione sarda della Società Italiana di Folklore. In tale ricerca manca qualsiasi riferimento alla accabadora.

  1. Storia e Letteratura. Riferendosi in particolare ad Accabadora di Michela Murgia, Rina Brundu solleva il problema dei rapporti tra Storia e Letteratura e giustamente sostiene di trovare puerile che il romanzo possa contribuire a determinare la storicità del relativo personaggio. Concordo. Non occorre infatti dimenticare che il romanzo appartiene oggettivamente al campo dell’immaginario e pur con tutta l’importanza che quest’ultimo ha nella storia, è certo che detto genere narrativo non ha vocazione scientifica. Pertanto, come dice Jacques Le Goff (Storia e memoria), pur “riconoscendo agli autori la libertà di fantasia che loro appartiene” non sarà vietato “segnalare le libertà che si sono presi con la storia”. Cosa che puntualmente abbiamo fatto con Michela Murgia.

  1. Gli autori classici e la soppressione degli anziani. Il libro dedica diverse pagine all’ analisi degli autori greci (e latini) che hanno parlato della soppressione degli anziani, connessa con la manifestazione del riso sardonio. Gli autori e i testi considerati sono quelli indicati e riportati da Vittorio Angius. È bene premettere subito che già quest’ultimo definisce tale usanza “problematica”, cioè dubbia, incerta; uno degli autori (Eschilo) dice poi che essa era praticata da una colonia di cartaginesi. In tutti i casi è comunque evidente che la presunta soppressione dei genitori anziani rappresenta una fattispecie completamente diversa dalla accabadura per tipo di vittima, operatori, scopo, modalità soppressive. Gli autori antichi parlano della eliminazione dei genitori ultrasettuagenari ad opera dei figli, che percuotono i primi a morte con bastoni e li precipitano in fosse o precipizi, mentre gli sventurati ridacchiano (riso sardonio). Qualche autore parla espressamente di rito sacrificale e qualche altro accenna all’intenzione di togliere il peso della vecchiaia. Ma in nessuna parte i vecchi genitori vengono ritenuti esseri improduttivi, tanto è vero che vengono talvolta sacrificati assieme ai prigionieri giovani e belli. Come si vede una comparazione con l’accabadura di un agonizzante all’ultimo stadio e con l’accabadora che è una mestierante estranea alla famiglia risulta storicamente improponibile.

            A questo occorre aggiungere che l’aggettivo sardonio o sardanio, riferito al riso o a una erba venefica, non è certamente sinonimo di sardo, come aveva già dimostrato Giovanni Spano. Nessuno poi si pone il problema della attendibilità degli autori: uno di essi per esempio, Timeo di Tauromenio, godeva di pessima fama sia presso gli storici antichi, come Polibio, sia presso quelli contemporanei, come Paul Veyne. È infine opportuno ricordare che la soppressione degli anziani contrasta col culto degli antenati, che secondo Giovanni Lilliu veniva praticato dai sardi nel periodo della civiltà nuragica.

            Non si può dunque, nel caso degli autori greci, parlare di accabadura. Ma tanto meno, qualunque cosa ne pensi Massimo Pittau, si può parlare di eutanasia. Può forse essere considerata “buona” una morte inferta a colpi di bastone?

  1. Situazioni esistenziali soppressive. Alla fine delle sue osservazioni Rina Brundu rileva che in passato, presso varie civiltà, alcune situazioni esistenziali, come l’anzianità o la malattia grave, potessero facilmente portare, per motivi socio-economici, alla soppressione delle persone colpite. Ma se questo è vero, come fa la nostra interlocutrice a sostenere che l’ accabadura sia tipica ed esclusiva della Sardegna? Come mai in nessun altro popolo o civiltà esiste una figura analoga all’accabadora?

Il fatto è che queste fattispecie, anche se sono certamente esistite, non rientrano nel fenomeno della accabadura del quale parliamo. Abbiamo detto e ripetuto che il verbo sardo accabare, che ricalca perfettamente l’iberico acabar, in senso proprio significa “porre fine, porre termine”. Pertanto tutti i tipi di omicidio configurano una accabadura in quanto pongono fine alla vita di una persona. Nel nostro caso, invece, non stiamo parlando di un omicidio qualsivoglia, ma di una usanza popolare, che dovrebbe quindi avere o avere avuto una diffusione temporale e comunitaria, e che consisterebbe – secondo le attestazioni del suo inventore Vittorio Angius – nella soppressione di un agonizzante in stadio sicuramente finale, portata a termine da una operatrice chiamata accabadora, che percuoteva con un màzzero (clava) la nuca o il petto del moribondo.

            Questa usanza, tuttavia, non solo non ha lasciato nei secoli alcuna traccia reale, tangibile, fattuale, ma è stata sostenuta, dai suoi fautori, con argomenti, narrazioni, episodi, che contrastano con la Storia, e spesso puntellata con l’utilizzo di veri e propri documenti falsi.

            Gli studiosi di Antropologia ci insegnano che le usanze popolari possono certamente, col trascorrere del tempo, subire variazioni. Ma essi parlano delle usanze vere, che sono quelle realmente praticate dalle comunità e che sono quindi note, oltre che notorie. Quando si tratta invece di usanze inesistenti, semplicemente presunte, le variazioni apportate al modello originario sono frutto della fantasia, delle elucubrazioni mentali e spesso degli interessi più svariati di coloro che nel tempo se ne occupano. Questo è successo anche al mito della accabadora, in origine incarnato dalle vecchie nerborute che usavano la clava e alla fine miseramente rappresentato da prestidigitatrici che mettono gioghi in miniatura sotto la testa dei moribondi.

  1. In conclusione, non possiamo certamente ignorare, come vuole Rina Brundu, che nel vasto mondo del quale la Sardegna fa parte siano esistiti ed esistano fenomeni di soppressione di esseri umani particolarmente deboli (anziani inattivi, infermi non recuperabili, malati in fase terminale, moribondi con agonia difficoltosa e così via). Ciò che non si può sostenere, sul piano storico e fattuale, è che in Sardegna soppressioni di tal genere siano state regolate da una usanza (con modalità, circostanze e strumenti particolari) e attuate da una operatrice chiamata accabadora. Dobbiamo razionalmente ritenere che dette soppressioni, come ovunque, non siano state poste in essere nella osservanza di un qualsivoglia rituale, ma per personale determinazione di un genitore, di un coniuge, di un figlio che intendevano porre fine a situazioni dolorose prive di speranza.

Italo Bussa

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