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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Dall’intercettazione di Federica Guidi su Renzi “Si può attaccare al c…” a “The Wolf of Wall Street” (2013) di Martin Scorsese: ancora sul linguaggio digitale.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

The_wolf_of_Wall_Street_2013_logodi Rina Brundu. Di questo paese colpisce soprattutto il substrato culturale perbenistico sovente trasudante di buoni sentimenti cattolici opinabili. Un perbenismo che si manifesta in molti modi e che se è tratto comprensibile negli individui che vivono dinamiche quotidiane mai privilegiate, diventa elemento fastidioso e indisponente quando si propone in contesti che si autodefiniscono mentalmente “liberati”. Da questo punto di vista i peggiori esempi che mi vengono in mente sono le pagine patinate di date rubriche tenute da “signore giornaliste” italiche per altre signore italiche: una sorta di ghetto culturale pensato per l’universo femminile, modellato con espressioni e sentimenti obsoleti e demodé che nella miglior delle ipotesi sono un insulto all’intelligenza di qualsiasi essere raziocinante. Un altro deleterio esempio è quando individui che si definiscono scrittori o intellettuali fanno le pulci a questo o quel termine (in genere cazzo, cazzata, fanculo, merda, etc) alla stregua di ciechi capaci di vedere solo la trave nell’occhio altrui ma non l’elefante che arriva di gran carriera e li calpesterà. Meglio, mille volte meglio il reiterato: “Capra, capra, capra!” sgarbiano che se non altro dà evidenza di coscienza critica sostanziale e di capacità di responsabilizzazione, anche semantica.

Naturalmente il mondo corre ad altre velocità rispetto a quelle proposte dentro le rubriche patinate di cui sopra e lo fa da molto tempo, o meglio il linguaggio quotidiano muove su altri binari. Un esempio italico recente ma degno di nota è questa intercettazione anti-renziana dell’ex Ministro Federica Guidi, la quale parlando appunto di Matteo Renzi ha detto: “Si può attaccare al c….”. Mai intercettazione fu foriera di così grande verità sia in merito al significato che al suo significante. Di fatto noi parliamo così, questo è il linguaggio dei nostri tempi (anche se come dimostrano tanti passaggi di Umberto Eco un tal idioletto liberato – in senso lato – aveva attecchito già venti anni fa, ovvero prima della rivoluzione digitale tout-court, cioè già allora non era più tratto stilistico connotante il lavoro di un artista provocatorio e dannato). Mi chiedo dunque: se questo è il nostro linguaggio quotidiano perché una formalizzazione scritturale dello stesso (anche in un blog come questo, come Rosebud) dovrebbe raccontarlo diversamente? A che prò tentar di creare una impressione di “rispettabilità” che per sua natura è obsoleta manifestazione borghese proponente snobismi d’antan altrettanto ridicoli dei discorsi femminili e post-femministi (molto post) intrattenuti con sussiego dalle “signore giornaliste” già menzionate?

All’altro capo c’é naturalmente l’esagerazione che però può pure diventare momento artistico da ricordare. “The Wolf of Wall Street”, una produzione del 2013 diretta da Martin Scorsese, è uno di quei film dove si riesce subito a comprendere perché Leonardo Di Caprio non riesce mai a portare a casa troppe statuette dello “zio Oscar”. Ma per nostra fortuna è anche molto altro. La trama – che è un adattamento dell’autobiografia “Il lupo di Wall Street” edita da Rizzoli nel 2014 – racconta la vita di Jordan Belford uno spregiudicato broker newyorkese (Leonardo Di Caprio), racconta la sua ascesa e il suo declino nel periodo d’oro (e dorato) dei numerosi microboom finanziari che hanno costellato gli anni ’80 e ’90.

La sceneggiatura di Terence Winter non è proprio quella di un Aaron Sorkin ispirato, ma confesso che alla fine (di un film molto lungo, dura tre ore), la curiosità mi è venuta: quanti f*ck, f*cking, f*cked erano stati usati? Se dovessi dire così, ad occhio, non meno di diecimila. Di fatto non c’era verbo, aggettivo, congiunzione che non risultasse “appesantita” dalla carica significazionale di quel termine che nell’inglese tecnico è ormai diventato l’intercalare per eccellenza. Eppurtuttavia, a mio avviso, l’esagerazione quantitativa non inficiava l’aspetto qualitativo: ci si rendeva subito conto (e non lo dico solo da persona che quel mondo descritto lo conosce) che il linguaggio era reale, non era un infiocchettamento artistico pensato per impressionare ma piuttosto una situazione linguistica matter-of-fact. L’effetto era così straordinario da generare anche momenti metateatrali degni di nota specie quando erano gli stessi personaggi a meravigliarsi del loro stesso linguaggio e soprattutto del linguaggio utilizzato dai loro colleghi.

Il grande merito di “The Wolf of Wall Street” è, secondo me, quello di presentare molto onestamente e con grande chiarezza di visione (il canovaccio non si fa mancare nulla, finanche uomini che si fanno una se*a ad una festa davanti a signore molto annoiate), un mondo le cui dinamiche sono letteralmente fondate sul denaro, sul sesso, sull’utilizzo di sostanze capaci di acuire i sensi e dunque il rendimento, la performance, soprattutto lavorativa, su un linguaggio, dunque uno stile comunicativo, portato all’estremo. Lo straordinario effetto di un tal racconto è paradossalmente moraleggiante come niuno, finanche distruttivo dell’etica comportamentale che apparentemente voleva incensare: dopo tre ore di racconto di un universo dove il denaro è tutto, dove il sesso è tutto, dove la droga è tutto, dove la spregiudicatezza anche linguistica è tutto, lo spettatore riesce infatti a comprendere, in pieno, la vacuità, la vuotaggine, l’inutilità del modello di vita proposto molto meglio di diecimila lezioni da pseudo-oratorio cattolico. Ad ulteriore dimostrazione che la censura, anche quella di tipo semantico, non aiuta mai, anzi, è controproducente!

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