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Filosofia dell’anima – Della laicità, di funerali laici, del trionfo della forza e della virtù.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Rina Brundu

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Minerva (dettaglio) di Andrea Mantegna

Sono infine giunta alla conclusione che la “conversione alla laicità” sia una sorta di processo in tutto e per tutto simile a quello che i cristiani chiamano “conversione alla Fede" e a volte accade all’improvviso. Mi ha molto colpito, da questo punto di vista, il racconto fatto da Umberto Eco sul suo personalissimo processo di conversione. A sentire quel grande semiologo tutto si è svolto in modo veloce: un giorno si è alzato e ha capito che il “vestito” religioso indossato sin da quando era bambino e con il quale era cresciuto non gli stava più bene addosso. Bisognava toglierlo, occorreva liberarsene... e così ha fatto, senza pensarci troppo, arrivando finanche a scrivere che “La prima qualità di un onest’uomo è il disprezzo della religione”.

Ammiro molto ciò che ha fatto Eco, ma io avrei detto che l’atto di abiura dei dogmi religiosi non ha nulla a che vedere con l’onestà di un Essere, neppure quando quell’onestà va declinata intellettualmente. Io ritengo che il “passo” compiuto dall’autore de “Il nome della rosa” sia soprattutto il passo di uno spirito elevato, cosciente del suo know-how, della sua forza, della sua capacità di guardare le cose da prospettive diverse e dall’alto. Capace di mettere in discussione la sua stessa essenza, la sua natura, la sua ragione d’essere, un percorso e un processo molto più complicato del mettere in discussione questo o quell’obsoleto dogma religioso.

Nel mio caso le cose sono andate diversamente. Certo, avevo sempre intuito che io e i dogmi religiosi procedevamo come due rette parallele che muovevano in direzioni opposte: non ci saremmo incontrati mai. Tuttavia, mercé, forse, la mia incapacità di mettere in discussione anche la sola idea che io non fossi un essere libero e liberato, per lungo lunghissimo tempo non mi è stato concesso di vedere che io ero di fatto indottrinata. Lo ero quando pur non frequentando messa giustificavo le ragioni di quei riti datati, lo ero quando – come un ottuso rappresentante del popolo prono al politically-correct – sostenevo che quei miti non fanno bene ma almeno male non fanno, lo ero quando mi convincevo che sarei stata capace di rispettare anche l’adorazione di questo o quel sasso colorato da parte di Tizio e di Caio… l’importante era che quel sasso non me lo tirassero addosso.

Ma facevo bene? Naturalmente, no! Era un poco come dire che se un mafioso mi lascia vivere io debbo rispettare il suo essere tale, i suoi “deeds” di qualunque tipo siano. Purtroppo – e questo non è un ciarlare a vanvera – ne ha uccisi molti di più la religione e il fanatismo religioso della mafia, ne ha finanche uccisi di più il fanatismo religioso del nazismo (e a chi la pensa altrimenti consiglio un buon corso di Storia…. veloce, prima che sia troppo tardi). Tuttavia, non faccio fatica a riconoscere che io tutte queste cose le ho capite con grande ritardo. Nello specifico le ho capite veramente solo dopo gli ultimi attentati parigini: è stato allora che ho trovato la forza di guardare a quell’abito a brandelli, a quell’abito sdrucito che indossavo, a quell’abito che non rivestiva più il mio spirito, con grande lucidità, con la determinazione necessaria per spogliarmene, per buttarlo via… per sempre.

Ma è questo un passo sufficiente per fare mia anche quel tipo di forza che ci ha mostrato proprio in questi giorni quel nostro grande scrittore appena scomparso? Per fare mia anche quel tipo di forza caratteristica prima dei grandi “saggi dell’antica Grecia”, quella stessa che regala la capacità di guardare “alla morte con occhio fermo e senza paura”? Riuscirò mai a fare mia quella sorta di virtù (in senso lato) che si ritrova anche dentro le maglie quasi briose e la grande dignità consegnata alle nostre spoglie terrene da un funerale laico, breve, di quelli dove si dicono poche parole e poi si ricomincia a vivere nella certezza che un’anima immortale non può morire? Nella certezza che i miti non hanno tombe?

Ecco… magari quella forza e quella virtù io non le avrò mai ma oggi più di ieri ho certezza che un simile dono è tutto ciò che vorrei. Il resto – diceva qualcuno – sono solo dettagli.

Rina Brundu.

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