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IL VENDICATORE SOLITARIO DEI NAVIGLI

revengerdi Francesco Cozzo.

Sembra strano stasera.

Siamo qui a pensare di poter dimenticare nonostante i bicchieri siano ancora sulla tavola, nonostante il mio desiderato stato di sobrietà mi porti a negare l’assaggio delle ultime pregiati distillati.

E con essi ed il loro consumo, qualsiasi possibilità di omissione, sepoltura, oblio.

Del conscio e dell’inconscio.

Non posso dimenticare, non appartiene sfortunatamente alla mia, considerata bizzarra, natura.

O forse solo una natura davvero solo normale.

Avrei voluto poterlo fare, il dimenticare, in più di mille occasioni, circostanze, contingenze e situazioni.

Belle o brutte.

Non posso e basta e, in fondo, mi rende solo uno stato di serena allegria, il ricordare, decisamente in contrasto con la tristezza che mi arreca la memoria corta ed eccessivamente lobotomizzata del tempo corrente e delle sue troppo in fretta dimenticate, disgraziate novelle quotidiane.

La storia che tratto qui, mal si adatta allo sfuggevole di una semplice gazzetta e dei suoi conseguenti commenti già affetti da amnesia il giorno dopo.

Perché non è una semplice storia dell’ultima guerra o, dell’ultima sconvolgente quanto sfuggevole alla memoria, notizia noir.

All’apparenza può sembrare anche tale ma non lo è affatto.

E forse è proprio questa la sua principale prerogativa, essenza.

Di come un qualsiasi potenziale “nero”, “buio” e “pericoloso” possa divenire, non solo un “chiaro positivo” ma addirittura un sentimento: il più puro forse tra tutti.

Mi sembra strano anche oggi, che provo a narrarla con la mia scarsa, quanto anche molto arrugginita e per molto tempo abbandonata, tecnica scrittoria.

Strano quanto sia allegro anche questo perché per un istante non confonde i miei pensieri rispetto a quanto leggo quasi tutti i giorni sugli “organi ufficiali” dell’informazione.

Alla medicina somministrata quotidianamente.

Inquietante “rimedio” per dar vita a stereotipate conversazioni che aiutano a “passare il tempo”, quasi ne avessimo una impellente, inderogabile necessità.

E non parlo di informazione condizionata, sarebbe necessario averne le prove per dichiararlo, ma solo molto superficiale, mai contagiata da un “umano” e da un senso che non si proponga solo l’astrazione, quanto l’immediato sfuggevole stupore, se non, addirittura, una sorta di rapido consumo isterico seguito dal limbo cerebrale.

So di aver espresso tre volte lo stesso concetto e non è più tempo di perdere la strada, quindi procediamo.

A questo punto come interviene un titolo così audace?

Il vendicatore solitario dei Navigli: chi è?

Cosa mai è accaduto, quale è la storia?

È semplice e priva di stupore, almeno di quello descritto in precedenza, e con quel che resta di tanta ruggine provo a scriverla.

Qui, nel bianco digitale, pubblico quanto privo di qualsiasi secondo fine, legato semplicemente al valore personale di “esistere”, della sua libertà di poterlo fare e di poterlo fare magari “a modo mio”.

Senza scopo direbbe qualcuno, con l’unico vero scopo direbbero pochi, ed è sempre a questi ultimi che mi rivolgo, è a loro in cui credo.

Ed è per loro che lo faccio, senza prezzo e senza scuse, quanto senza alcuna necessità di dominio di una scena, né tanto meno di sete di fama o successo.

E solo loro, quei pochi, ne intuiscono, probabilmente, il senso compiuto.

Un fine inverno di qualche tempo fa, non molto lontano da quello odierno.

Un fine inverno che ancora non apriva le porte ad un convincente inizio della primavera.

La città è semplice da intuire, quanto non lo è la situazione.

Un uomo corpulento, di statura non indifferente e dalla forza fisica proporzionata alla sua anatomia.

Un uomo con tanti grattacapi.

Una rosa, in un vaso.

Una rosa di fine inverno.

Rossa.

In un semplice vaso.

In mezzo ad altri vasi e a piante sempreverdi della penisola di circoscrizione dei tavoli esterni di un locale.

Quanti pensieri per quella strana figura d’uomo, quella notte.

Quante stranissime preoccupazioni.

Almeno senza senso quanto il mio scrivere.

Non si può dire che l’avesse incontrata.

Ma semplicemente raccolta.

Non si sarebbe potuto fare in altro modo.

Che raccoglierla.

E non era da lui.

Aveva già troppi problemi con se stesso.

Troppi grattacapi.

Anche se ad essi aveva trovata quantomeno un rimedio.

Magari non proprio ortodosso.

Ma funzionale almeno.

E non avrebbe potuto che raccoglierla.

In quelle misere sporche vesti.

E poi?

Cosa ne avrebbe fatto di lei?

Con tutti i grattacapi che già aveva ed annessi strani rimedi.

Si ritrovò spiazzato, come un bimbo davanti ad un algoritmo troppo complesso.

Devi affidarti al cuore, all’intuizione, alle emozioni pensò.

E non era da lui pensare in questo modo.

Con tutto il pericolo che possono produrre poi le emozioni.

Un pericolo incalcolabile.

Ma ci pensò con le emozioni.

E la raccolse.

Ne accettò senza alcuna logica le conseguenze.

Erano semplici le conseguenze.

Quanto destrutturanti.

Si poteva solo raccoglierla, lì per lì …

Ma quel “lì per lì” non sarebbe mai bastato, lo sapeva in fondo, non sarebbe mai stato sufficiente.

Era necessario prendersene cura.

Molto, molto di più che semplicemente raccoglierla.

Era necessario ospitarla, rivestirla, lavarla, sfamarla …

Prendersene cura in tutti gli aspetti che questa azione determina.

Ospitarla le apparve come la cosa più necessaria, quanto più difficile.

Perché avrebbe dovuto convivere anche lei con i suoi grattacapi e con gli strani rimedi.

Ma ormai era fatta.

L’azione del raccoglierla, senza un sensato motivo che non fosse quella tremenda emozione, non poteva più escludere la reazione a catena di tutti gli altri doveri correlati.

E, come si sa,le emozioni vanno oltre.

Molto oltre il  “poco sensato” di averle accolte.

Ti travolgono.

O forse semplicemente ti cambiano.

Ti scaraventano in una dimensione diversa.

E, per un istante …

Perché non dura più di un istante …

In quella dimensione sei fin contento di esserci finito.

Ed è la fine.

O l’inizio.

Dipende.

In quel caso, nel suo caso, cominciò qualcosa.

E anche per chi non ha grattacapi e stranissimi rimedi.

Se mai ha provato, può comprende.

La raccolse e la accolse, la rivestì la sfamò, la lavò le offrì tutto ciò che aveva.

E, nonostante questo, mancava ancora qualcosa.

Sarebbe sempre mancato qualcosa.

Da quel punto in poi almeno.

Da quel “lì per lì” in poi.

Era notte, una strana notte di fine inverno che ancora non apriva ancora le porte ad un primavera.

Lei dormiva.

Finalmente in un letto.

Profumato di lenzuola pulite.

Caldo, finalmente.

Sicuro e rassicurante.

Ma per lui non era sufficiente.

Non bastava, mancava qualcosa.

Sarebbe sempre mancato qualcosa oramai.

Una certezza che, per quanto ossessiva, lo aveva cambiato.

E quel cambiamento era travolgente.

Indossò il pesante soprabito e il cappello a larghe falde.

La notte era fredda fuori.

E i grattacapi non erano di certo passati.

Sopiti magari.

Ma non passati, non sarebbero mai passati.

Le stradine in selciato della città erano lucide e bagnate di nebbia.

Abbastanza deserte a quell’ora.

Deserte a sufficienza per riuscire a passare un po’ inosservato.

Nel suo procedere un po’ piegato in due.

Per sopportare meglio il freddo umido e i grattacapi.

E c’era una rosa che lo aspettava.

Rossa.

In un vaso tra molti sempreverdi.

Una rosa d’inverno che aveva già aperto le porte alla primavera.

Come lui.

Uguale.

Aveva ceduto anche lei all’emozione.

Senza senso alcuno.

Di una fioritura anticipata.

E a volte le emozioni vanno oltre.

Molto oltre il già poco sensato di averle accolte.

Vissute.

Ti travolgono.

O forse semplicemente ti cambiano.

Ti scaraventano in una dimensione diversa.

E anche la rosa aveva ceduto ad un emozione quanto lui.

Anche se lei aveva un proprietario.

Anche delle sue emozioni senza senso.

L’uomo con i grattacapi lo sapeva ma in quel momento voleva ignorarlo.

In quel momento aveva semplicemente trovato quello che gli mancava.

Almeno in quel momento.

Si intrufolò tra i sempreverdi.

Maldestramente.

Come maldestro era il suo solito fare.

Creando disordine, rumore e danno.

Il locale, a quell’ora, era chiuso.

Ma non vuoto.

All’interno consumavano la cena due amanti.

Una cena intima.

La cena del proprietario del locale, un uomo con il tastevin

Un uomo che conosceva il tastevin

Del quale ne era davvero degno.

Con quel che ne consegue.

Con tutto l’umano che ne consegue.

Con tutta la cultura e l’intelligenza che ne deriva.

Che fermenta quando conosci appieno un fermentare miracoloso della natura.

E conoscere è cultura e rispetto, è rispetto e tolleranza.

Un uomo con il tastevin, se lo porta perché ne è degno, ne ha da vendere di questa rarissima merce.

Una cena di un uomo con il tastevin insieme con il suo amore.

Che aveva finito il suo lavoro e lo aveva raggiunto.

Come sempre.

Nelle tarde ore con il locale chiuso e finalmente a disposizione solo per loro.

Il rumore prodotto dall’uomo con i grattacapi non poteva non essere udito.

E si sa che la città, quella città, di notte ha i suoi rischi.

Normalmente si chiamano le forze dell’ordine.

Lo avrebbe fatto chiunque.

Ma non l’uomo con il tastevin.

Forse non era semplicemente nella sua natura.

Sicuramente non nella sua cultura.

Uscì.

E vide questa figura scura, nello scuro della notte.

Una figura corpulenta, alta e scura.

Con il vaso contenete la rosa in mano.

Pronto ad andarsene.

“Buonasera” “come va”?

“Piacere, mi chiamo …… “disse l’uomo con il tastevin, mentre allungava la mano per presentarsi.

“E ….perdoni, cosa fa con la mia rosa d’inverno in mano”? …. sorridendo.

I grattacapi dell’uomo che si era appropriato della rosa d’inverno peggiorarono all’istante.

Porse la mano per poi ritrarla d’improvviso.

Posò a terra il vaso.

Si levò il cappello.

Chiuse forte in un pugno le dita della mano destra.

La alzò al cielo e si percosse con il pugno, e con molta violenza, quattro volte in testa.

“Io sono il vendicatore solitario dei Navigli!” gridò.

“Piacere di conoscerla” rispose l’uomo con il tastevin.

“Può farmi la cortesia di rimettere la rosa al suo posto e sistemare il disastro che ha fatto”?

“La rosa è per la mia signora” rispose l’uomo con i grattacapi, l’ho appena raccolta dalla strada e accolta nella mia casa.

E mancava qualcosa.

Questa.

Una rosa rossa d’inverno.

Che aveva già aperto le porte alla primavera.

E adesso è notte ma mi mancava, perché mancherà sempre qualcosa.

Le chiedo scusa, comprendo quanto mi chiede, ma mi mancava e spero che anche lei comprenda”.

L’uomo con il tastevin sorrise ancora.

L’uomo con i grattacapi si mise al lavoro per risistemare tutto e ridare alla rosa il suo posto.

E se ne andò.

Per le stradine in selciato lucide e bagnate di nebbia.

Ormai completamente deserte.

Arrivò a casa.

E si sentì stranamente sereno.

Qualcosa era cambiato.

Per sempre.

Poteva contemplare la sua emozione.

La contemplò, vegliandone il sonno tutta la notte.

In fondo sarebbe in ogni caso mancato qualcosa sempre.

Da lì in poi.

Sempre.

E l’uomo con i grattacapi sorrise anche lui, dopo tanto tantissimo tempo.

L’indomani nel locale dell’uomo con il tastevin giunse un corriere.

“C’è un pacco per lei, una firma per favore”.

Conteneva un bellissimo dono.

Il mittente era l’uomo con i grattacapi.

Un dono e un biglietto di scuse.

Se passate da li.

Qualche volta.

Entrate nel locale.

Ne vale la pena.

Li trovate quasi sempre.

Una coppia di magnifici amanti composta da un uomo con i grattacapi e una bellissima donna.

L’uomo con un po’ meno di grattacapi e la donna senza più alcuna necessità di essere accolta.

A godere, insieme e con sobrietà, di pregiati distillati.

Serviti con cura, classe e affetto dall’uomo con il tastevin.

FranzK.
Tratto liberamente da una storia vera.