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Il fallimento delle banche: un altro paradosso italiano

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

banca-boschidi Gigi Montonato. Il cosiddetto decreto salva-banche adottato dal governo il 22 novembre scorso è un capolavoro di italianità. Di fatto ha dichiarato fallite quattro banche (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Marche, Carichieti e Cassa di Risparmio di Ferrara) per poter salvare – hanno detto quelli del governo – i correntisti e migliaia di posti di lavoro. Salvare cioè la parte sana di quelle banche tagliando e buttando quella malata. Peccato che nella parte malata c’erano 140.000 risparmiatori, i quali hanno perso 430 milioni di Euro. Pare che 12.500 di essi non hanno speranza alcuna di recuperare i soldi avendo investito in obbligazioni subordinate.

Addentrarsi nel complicato mondo della finanza, delle azioni, dei titoli, delle quote, delle obbligazioni subordinate e di altre finanziarità, è arduo – a quanto è dato capire – perfino per gli esperti. Tra i risparmiatori vittima del fallimento delle suddette banche ci sarebbero, infatti, perfino dei loro dipendenti, dei funzionari, che avrebbero dovuto sentire la puzza di bruciato prima dell’incendio.

L’assurdità della manovra del governo sta nel fatto che le istituzioni preposte ad impedire il fallimento, ovvero a che la situazione giungesse al fallimento, Banca d’Italia e Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) dipendono dal governo e avrebbero dovuto tenere sotto controllo la situazione per impedire che accadesse quello che poi è accaduto. Insomma il governo ha fatto fallire col suo decreto salva-banche le banche che avrebbe dovuto impedire che fallissero.

E’ la democrazia, bellezza! Pur non essendo un fanatico della democrazia, direi: è l’Italia, bellezza! Ma come possono accadere cose simili senza che alla fine ci siano dei responsabili ai quali far pagare le colpe del disastro? A dare colore, tipicamente italico, c’è che la Banca dell’Etruria aveva come vice-presidente il padre del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e tra i funzionari di vertice della banca il fratello della Boschi e tra i dipendenti la cognata (della Boschi sempre).

Oggi quelli del governo se ne escono con la Commissione parlamentare d’inchiesta, istituto che non ha mai combinato nulla di buono in Italia; come se l’istituzione di questa commissione fosse la panacea di ogni male.

I cittadini devono sapere che una banca fallisce come una qualsiasi azienda: spende soldi che non riesce a far rientrare. Queste banche hanno prestato danaro ad imprenditori amici, senza accertarsi delle loro condizioni di solvibilità e di restituzione. A questo s’aggiunga pure qualche altra spesa eccessiva, come assunzioni di personale o investimenti fallimentari. La Banca d’Italia e la Consob avrebbero dovuto controllare e intervenire. Cosa che hanno fatto quando ormai le gatte erano gravide e non c’era più nulla da fare, se non commissariarle e accelerare il fallimento, prima che entrasse in vigore la nuova norma di adeguamento comunitario col 2016, il cosiddetto bail-in, in base al quale sono le stesse banche a tirar soldi per salvare le banche in difficoltà o fallite, non più lo Stato. Se non ci fosse stato il decreto governativo del 22 novembre scorso che ha stabilito in 2,3 miliardi di Euro il fondo per salvare le quattro banche, di soldi nel 2016 ne sarebbero occorsi molti di più, circa 13 miliardi.

Un pasticcio che è già complicato raccontare. Tagliamo il nodo gordiano riportando la questione nella sua normalità, che uno Stato serio dovrebbe garantire.

Le banche non sono dei casinò dove si va a giocare, col rosso e col nero: si punta e si rischia, si perde e si vince. Le banche sono degli istituti garantiti in cui un cittadino va a mettere al sicuro i risparmi di una vita. Si dà il caso, invece, che quando un risparmiatore va in banca a depositare i suoi soldi,  incontra un funzionario, un impiegato che gli dice: ma perché questi soldi non li metti a frutto acquistando titoli, azioni o obbligazioni? Così alla fine dell’anno invece di una miseria di interessi potrai avere molto di più. Immagino che l’altro obietti: ma siamo sicuri che sarà così? Sicuri? Replica il bancario, certissimi!

Più o meno è questo il dialogo che si ripete come una liturgia tra cittadino risparmiatore e bancario. Il quale, per poter avere il premio di produzione dalla sua banca, convince il cittadino ad investire i suoi soldi in titoli e obbligazioni.

Intendiamoci, nessuno vuole criminalizzare questi signori. Non sono essi che concedono prestiti ad amici che non restituiscono poi i soldi e fanno fallire la banca. Sono i loro superiori. Essi, però, finiscono per essere complici involontari – almeno così ci piace pensare – perché, se no, saremmo davvero nell’ambito di vere e proprie organizzazioni a delinquere.

Complicità involontarie, prestiti avventati, intrecci politici, autorità disattente o interessate costituiscono un intreccio diabolico, dalle cui spire i cittadini vengono soffocati. Che oggi qualcuno cerchi di buttare la colpa agli stessi cittadini, tacciandoli di consapevole azzardo e perciò vittime di se stessi, è davvero enorme.

Il rischio oggi è grosso. I cittadini, infatti, stanno perdendo fiducia nel sistema bancario e pensano davvero di cucire i soldi risparmiati nel materasso, trasformando danaro attivo in “pecunia otiosa”. Se tanto dovesse verificarsi sarebbe la fine del progresso e la morte della società della produzione e dei consumi. La “pecunia otiosa” infatti è tipica delle società povere e chiuse, quali erano quelle del medioevo, quando, in mancanza di danaro, i commerci avvenivano nella corte e col baratto. 

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