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Su Franceschini e i caschi blu della cultura

Il Capitano Scott F. O'Grady (al centro), il cui F-16 fu abbattuto sui cieli della Bosnia il 2 giugno 1995, mentre volava per l'Operazione Deny Flight.

Il Capitano Scott F. O'Grady (al centro), il cui F-16 fu abbattuto sui cieli della Bosnia il 2 giugno 1995, mentre volava per l'Operazione Deny Flight.

di Michele Marsonet. Sembra che, finalmente, l’Italia abbia ottenuto un grande successo sul piano della politica internazionale. Il ministro Dario Franceschini ha infatti proposto la creazione dei “caschi blu della cultura”. Unesco e ONU hanno sollecitamente approvato, e il rappresentante del nostro governo è subito comparso nei telegiornali esaltando, per l’appunto, il rinnovato prestigio italiano nel mondo.

Benissimo, ma di cosa stiamo parlando? La distruzione sistematica del patrimonio storico e archeologico del Medio Oriente è un fatto tragico, e spesso vediamo immagini in cui degli energumeni smantellano a picconate – o addirittura con gli esplosivi – statue ed edifici di inestimabile valore. A loro avviso sono soltanto testimonianze di un passato che dev’essere cancellato per sempre, in nome di una verità religiosa eterna e immutabile.

Cosa ci si aspetta, tuttavia, dai suddetti caschi blu della cultura? Pare di capire che, se la proposta di Franceschini venisse attuata concretamente, essi dovrebbero essere schierati a protezione dei siti archeologici in Siria, Iraq, Yemen e, forse, pure in Afghanistan.

Bella idea, senza dubbio. Ma è attuabile sul serio? Prendiamo il caso più eclatante, quello di Palmira. Il suo direttore, l’82enne Khaled Asaad, che aveva cercato di difendere i monumenti, è stato decapitato e tutti abbiamo visto con orrore il suo corpo senza testa appeso a una colonna.

E’ plausibile pensare che gli uomini del califfato, o i miliziani dei tanti gruppi fondamentalisti presenti nell’area, accoglierebbero di buon grado dei reparti – presumibilmente scarsi e poco armati – di militari dell’ONU lasciandoli schierare a difesa dei monumenti?

L’idea è brillante in teoria, ma pure un po’ bislacca se si passa al piano pratico. Franceschini non si rende forse conto con chi abbiamo a che fare. Trascura il furore fanatico che anima i miliziani picconatori e bombaroli. E non capisce che si possono fermare – ammesso che sia ancora fattibile – solo con la forza. Intendo dire con strumenti militari seri, e non con piccoli reparti di soldati che, quasi certamente, sarebbero subito attaccati senza pietà.

Il successo di un’operazione simile verrebbe garantito soltanto da una condivisione dei valori universali della cultura, ed è proprio ciò che manca in questo momento. I distruttori di monumenti sono infatti convintissimi di avere ragione, come sempre accade quando scendono in campo individui o gruppi persuasi di avere in tasca la Verità assoluta.

A costo di essere irriverente, penso che il grande successo internazionale dell’Italia sbandierato dal nostro ministro sia una bufala bella e buona. Avrà – ne sono convinto – strappato sorrisi ironici in sede ONU nonostante l’approvazione di facciata. E, soprattutto, deve aver entusiasmato i jahdisti, ai quali non par vero di poter attaccare altri infedeli più o meno impunemente.

Mentre prosegue l’inerzia occidentale e ancora non si comprende se, e fino a che punto, l’intervento russo sia davvero efficace, l’uscita di Franceschini dimostra una volta di più che la nostra è una bravura parolaia.