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Ancora sull’ipotesi di Trump Presidente USA

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Donald Trump by Michael Vadon

Donald Trump by Michael Vadon

di Michele Marsonet. Quale che sia l’opinione sul personaggio, è sempre più chiaro che Donald Trump sta calamitando l’attenzione dei mass media nelle primarie del Partito Repubblicano USA (e non solo di quello). Ovviamente più in patria che all’estero, anche se i pezzi a lui dedicati nei giornali stranieri – ed europei in particolare – sono in aumento.

Lo sconcerto nel constatare che questo tycoon con i capelli finti e la battuta irriguardosa sempre pronta continua a dominare la scena, a dispetto dell’ostilità evidente da parte dell’establishment politico, è grande e aumenta man mano che le primarie repubblicane proseguono.

All’inizio nessuno lo prendeva sul serio e la sua candidatura era vista come un episodio folkloristico. Alcuni insistono su questa linea, magari attendendo che il fuoco di paglia si spenga. Altri, però, manifestano segni d’inquietudine e, come accennavo poco sopra, la preoccupazione ora serpeggia pure in campo democratico.

Il problema è che Trump sfugge alle categorie tradizionali utilizzate dagli analisti politici. Non si lascia, insomma, inquadrare in caselle prefissate. Certamente appartiene a quel movimento indistinto che oggi viene definito “populismo”, ma non è soltanto un populista. A volte sembra persino un carattere dei “cartoons” che, in America, hanno sempre svolto un grande ruolo nell’immaginario collettivo. Uno, in altri termini, che procede a spallate, deciso a travolgere tutto e tutti usando un linguaggio diretto e ripetendo senza stancarsi tre o quattro parole-chiave.

La principale differenza rispetto agli altri candidati è data dalla sua grande padronanza del mezzo televisivo. Nei dibattiti fa sempre la figura di un pesce nell’acqua, mentre gli avversari danno la sensazione di stare al di fuori della vasca, più o meno annaspanti.

Anche l’attore Ronald Reagan era a suo perfetto agio davanti allo schermo ma, a differenza di Trump, aveva una sua “filosofia politica” basata sul liberismo e sull’ostilità all’intervento statale in ogni campo. Poco importa che non fosse farina del suo sacco. L’aveva comunque assimilata assai bene e la esponeva in modo chiaro ogni volta che parlava in pubblico.

Di Donald Trump questo non si può certamente dire e, tra l’altro, non pare si preoccupi di circondarsi di intellettuali che gli forniscano idee. Eppure negli USA – anche a destra – ce ne sono molti. Le sue tesi di base sono in sostanza tre. Primo: risolvere con la forza il problema dell’immigrazione clandestina. Secondo: ridare all’America la grandezza che lui ritiene abbia perduto. Terzo: ridurre – se non eliminare – l’importanza del “politically correct”.

Circa il primo punto è noto che vuole sigillare con un muro il lunghissimo confine con il Messico. Ma, se per caso diventasse Presidente, lo farebbe davvero? Tralasciando l’acclarata inutilità delle costruzioni di quel tipo, dalla Grande Muraglia cinese per finire con il Muro di Berlino, bisogna notare che gli Stati Uniti non sono certo l’Ungheria, ed è dubbio che la prima potenza mondiale possa agire nello stesso modo.

Il secondo punto è, a dir poco, confuso, giacché non si capisce come Trump voglia attuarlo nella pratica. Sostiene che è necessario il pugno di ferro con Pechino, forse scordando quanto siano ormai interdipendenti i sistemi economici dei due Paesi. Una crisi in Cina influenza immediatamente gli USA, e viceversa. Vuole un aumento degli impegni militari all’estero? Forse sì, vi ha accennato, ma senza mai scendere nei dettagli.

Per quanto riguarda il terzo punto la battaglia sembra perduta in partenza. Il politicamente corretto, in America come da noi, è entrato a far parte del senso comune, già negli ultimi decenni del secolo scorso e sempre più ai tempi di Obama e di Hillary Clinton.

Continuo a pensare che l’ipotesi di Donald Trump come nuovo inquilino della Casa Bianca sia fantascientifica. Ma, a volte, la fantascienza si tramuta in realtà come insegnano alcuni episodi della scienza contemporanea. Dalla sua, finora, il tycoon ha avuto la debolezza dei suoi rivali. Ne consegue che solo la comparsa di un candidato non solo forte, ma pure capace di parlare alla gente comune, può scongiurare l’ipotesi fantascientifica di cui sopra.

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