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Le colpe del Giappone e i mutamenti della storia

L'imperatore Meiji (1868-1912)

L'imperatore Meiji (1868-1912)

di Michele Marsonet. Per quanto tempo una nazione che ne ha aggredite altre deve continuare a scusarsi con le sue vittime? Sembra un quesito ozioso, ma non lo è affatto. Quando si parla di questi casi la mente va subito alla Germania che, in effetti, si è scusata sovente ma – sembra – mai abbastanza. Tant’è vero che periodicamente si sente chiedere il rimborso di ulteriori danni di guerra in aggiunta a quelli già pagati.

L’Italia, che a partire dal termine del secondo conflitto mondiale ha perduto buona parte della propria memoria storica, pare aver scordato che rientra a pieno titolo nel novero dei Paesi aggressori. Fu infatti alleata di Germania e Giappone e, tra l’altro, attaccò la Francia quando era già in ginocchio a causa del dilagare delle truppe tedesche nel suo territorio. Da noi s’invoca spesso la Resistenza quale fattore di redenzione totale. In realtà, a salvarci, è stata soprattutto la resa del 1943 e il repentino abbandono delle alleanze in precedenza stipulate.

Anche nella terza nazione protagonista dell’Asse Berlino-Roma-Tokyo, vale a dire il Giappone, la questione delle scuse è sempre alla ribalta, a settant’anni di distanza dalla tremenda sconfitta suggellata dall’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Come i tedeschi, pure i giapponesi si sono già scusati molte volte. In particolare nel 1995 e nel 2005, rispettivamente 50° e 60° anniversario. Scuse poi reiterate quest’anno dall’attuale premier Shinzo Abe.

Il fatto è che Abe è giunto al potere con un programma che insiste sulla rivendicazione dell’orgoglio nipponico, e le sue frasi di rincrescimento non hanno affatto convinto coloro che vennero aggrediti nel lungo (1931-1945) periodo dell’espansionismo del Sol Levante.

Assai scettici sono in particolare cinesi e coreani, che non solo furono invasi, ma dovettero in aggiunta sopportare l’onta dell’altissimo numero di donne rese in pratica schiave e destinate a soddisfare sessualmente i soldati giapponesi. L’Isis, da questo punto di vista, non ha inventato alcunché di nuovo.

Il problema, tuttavia, è sempre quello enunciato all’inizio. Per quanto tempo gli aggressori debbono scusarsi? Ovviamente Pechino e Seul risponderebbero “per sempre”, ma credo sia lecito nutrire qualche dubbio al riguardo. Come può il Giappone di oggi, la terza potenza economica del mondo che si trova a dover fronteggiare il crescente espansionismo della Repubblica Popolare Cinese, mantenere una Costituzione integralmente pacifista come quella che gli venne imposta dagli Stati Uniti e dai loro alleati? Ridotto l’Imperatore a una sorta di monarca costituzionale che ha perduto qualsiasi attributo divino, ha ancora senso pretendere che il Giappone rinunci a giocare un  ruolo da protagonista nello scacchiere – oggi più importante che mai – dell’Estremo Oriente e del Pacifico?

Gli americani, notoriamente pragmatici, hanno compreso da tempo che la politica aggressiva della Cina può trovare un baluardo solo nel rafforzamento – anche militare – giapponese, e stanno giocando la loro partita nello scacchiere anzidetto favorendo tale tendenza. Abe continua quindi a sviluppare il suo programma sfidando Pechino senza troppe remore. L’unico ostacolo serio lo trova, curiosamente, all’interno. Hiroshima e Nagasaki sono difficili da dimenticare, e il pacifismo integrale è sostenuto da vasti strati dell’opinione pubblica. Anche se tutti percepiscono il pericolo costituito dal gigante cinese.

Permane però la domanda iniziale: davvero si è tenuti a scusarsi per sempre? E’ un interrogativo, se vogliamo, più etico e filosofico che storico. Abe ha probabilmente scelto la strada giusta rimarcando che le nuove generazioni nipponiche non possono per un tempo indefinito portare sulle spalle le colpe dei loro avi. Sono in larga parte americanizzate, e preferiscono McDonald’s alla rievocazione delle glorie imperiali. Così stando le cose, il riarmo nipponico sembra essere una conseguenza logica dei grandi cambiamenti avvenuti nel Pacifico dal 1945 a oggi.