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Rispolverato in Cina il culto della personalità

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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Xi_Jinping_October_2013_(cropped)di Michele Marsonet. Sempre più strana e confusa la situazione politica cinese. O almeno così appare a tutti gli osservatori stranieri. Mentre la Repubblica Popolare proietta all’esterno un’immagine di grande potenza sicura di sé e fiduciosa nei propri mezzi, addirittura in grado di sfidare gli Stati Uniti sul piano della supremazia globale, assistiamo a curiosi fenomeni la cui interpretazione è tutt’altro che facile.


E’ ormai chiaro, per esempio, che Xi Jinping sta cercando di imporre alla popolazione un “culto della personalità” che rammenta da vicino quello tributato a Mao Zedong e a tanti altri celebri leader dell’ex mondo comunista. L’esempio primigenio è ovviamente Stalin che, da questo punto di vista, resta insuperato. Anche perché la venerazione per la sua figura valicò ben presto i confini dell’ex URSS diffondendosi nel mondo intero.

Un po’ diversi i casi di Lenin e Ho Chi Minh poiché essi fecero poco o niente per incoraggiare una qualsiasi forma di culto. Entrambi si ritrovarono, post mortem, imbalsamati e chiusi in mausolei tra l’altro molto simili tra loro, con lunghe code di persone che rendevano omaggio allo scomparso. Code oggi diradate a Mosca ma tuttora lunghe ad Hanoi, dove l’affetto per lo “zio Ho” è ancora vivo nonostante il Vietnam sia nel frattempo diventato un Paese completamente diverso.

A parte va trattata la questione nord coreana. Pure qui il mausoleo di Kim Il-sung è visitatissimo. Tuttavia a Pyongyang si è imposta una vera e propria dinastia, con figli e nipoti del fondatore dello Stato saldamente al potere da ben oltre mezzo secolo. Ed è ovvio che – a differenza del Vietnam – gli onori del popolo non sono poi così spontanei.

Tornando alla Cina, come dicevo all’inizio sorprende non poco il tentativo in atto di trasformare l’attuale premier in un’icona da venerare. E non è difficile capire perché. Lenin, Stalin, Ho Chi Minh e altri avevano alle spalle una vita non comune, dedicata interamente alla causa. Considerata la situazione mondiale nel secolo scorso, e in particolare nella prima metà e fino agli anni ’60, la loro “beatificazione”, pur non essendo scontata, era tuttavia prevedibile.

Xi Jinping è invece a tutti gli effetti un burocrate di partito. Figlio di un dirigente del PCC che affiancò Mao nella Lunga Marcia, caduto in disgrazia nel periodo della Rivoluzione culturale e riabilitato quando essa terminò, Xi è uno dei “principi rossi” che tuttora detengono il potere a Pechino. Lui stesso, in gioventù, fu mandato da Mao a lavorare la terra e a costruire dighe, e iniziò la sua carriera politica quando le acque si calmarono. Nulla di eccezionale, comunque, e nulla che possa far ricordare la vita di Mao.

Ora i luoghi dove il giovane Xi Jinping svolse lavoro manuale stanno diventando per l’appunto oggetti di culto. Le scolaresche vi vengono condotte e l’afflusso di cittadini in viaggio “turistico” diventa sempre maggiore. E’ stata creata una “grotta museo” di Xi Jinping, sono in via di costruzione autostrade per collegare velocemente questa sperduta area dello Shanxi con il resto del Paese, e non si contano le canzoni dedicate al leader, “papà Xi”, che si stanno diffondendo in scuole e posti di lavoro.
La stranezza è dovuta al fatto che basta andare a Pechino e Shangai per capire che i tempi di Mao sono ben lontani. Assomigliano a qualsiasi metropoli occidentale irta di grattacieli, con le grandi griffes (anche italiane) presenti dappertutto, e Ferrari e Lamborghini in numero assai maggiore rispetto a Londra e New York (per non parlare di Roma).

In realtà il nuovo premier aveva promesso un ritorno al maoismo e, da quanto si vede, sta mantenendo l’impegno. Ha scelto però di promuovere se stesso come “nuovo Mao” ricalcando esattamente l’iconografia del padre fondatore. Ecco quindi comparire i quadri con il volto luminoso di Xi incorniciato da raggi rossi di sole. Di sicuro Deng Xiaoping, che odiava la suddetta iconografia e anche il mausoleo in Piazza Tienanmen, si starà rivoltando nella tomba. A ragione, giacché la Cina odierna appartiene assai più a Deng che a Mao.

E allora il quesito di fondo è sempre lo stesso: cos’è, oggi, la Repubblica Popolare Cinese? E’ potente tanto sul piano economico quanto su quello politico e militare. Tuttavia è noto a tutti che il partito non è amato da gran parte della popolazione, che vi sono contrasti tra esercito e partito, e che risulta difficile mantenere una struttura economica flessibile e un guscio politico molto rigido e a direzione unica.

E’ probabile che intento di Xi e della dirigenza che lo circonda sia quello di impedire la dissoluzione dello Stato e del monopartitismo. Nello sfondo c’è l’ombra di Gorbaciov e della fine dell’Unione Sovietica. Indubbiamente si tratta di una scommessa difficile (o impossibile?). Si rammenti, infatti, che Xi non è Mao, né possiede il suo carisma. Il nuovo culto della personalità è l’ultima carta che il partito può giocare per garantirsi la sopravvivenza.

Featured image, Xi Jinping.
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