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L’illusione di un’Europa a due velocità

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Angela_Merkel_February_2015di Michele Marsonet. Per quanto appaia di difficile realizzazione, il progetto di un’Europa “a due velocità” continua a essere oggetto di dibattito. Se ne parla più sui giornali e nei forum tipo Cernobbio che nelle sedi istituzionali. Tuttavia il tema è vivo e sentito, e non potrebbe essere altrimenti vista l’attuale situazione dell’Unione Europea.

In fondo è l’uovo di Colombo. Poiché il gap tra Nord e Sud del continente continua a crescere, e a molti appare addirittura incolmabile, non resta che prenderne atto. Manteniamo pure l’impalcatura federale, lasciando però alle nazioni più deboli, tra le quali si colloca purtroppo l’Italia, la possibilità di organizzarsi in modo parzialmente diverso.

Per far quadrare il cerchio si potrebbe, per esempio, creare un euro forte (di serie A) per i Paesi nordici con Germania in testa, e uno debole (di serie B) per l’Europa meridionale. Anche se, in tal caso, nessuno sa dire in quale fascia si collocherebbe la Francia con le sue perduranti manie di grandezza.

Il realtà il discorso è campato per aria per un motivo molto semplice. Non tiene conto delle condizioni in cui la UE è nata e, soprattutto, dell’assoluta preminenza che alla dimensione economico-finanziaria la macchina burocratica di Bruxelles ha sempre attribuito rispetto a ogni altro fattore: politico, sociale, culturale, della difesa etc.

Il problema è che il processo è stato in pratica avviato a rovescio. Si è voluta adottare una moneta unica prima di pensare a una reale unione politica, fiscale e – perché no? – culturale. A ciò si obietta che, se avessimo atteso di realizzare unioni di quel tipo la UE non sarebbe ancora nata.

Il che è possibile, ma è ormai evidente che Paesi così diversi tra loro come gli attuali membri dell’Unione Europea possono mantenere una valuta comune soltanto penalizzando i deboli e offrendo ai forti l’opportunità di allargare anno dopo anno il divario. Ed è esattamente quanto la Germania di Angela Merkel sta facendo, incurante degli inviti a ridurre il surplus commerciale che il governo (fantasma) di Bruxelles le rivolge.

Per quanto riguarda l’Italia (ma non solo) il cambio fisso e l’impossibilità di svalutare ha enormemente danneggiato l’export, da sempre pilastro della sua economia. E’ stato spesso notato che, con una situazione istituzionale diversa, il marco tedesco, se ancora esistesse, avrebbe avuto un costante apprezzamento rendendo meno appetibili le merci che la Germania esporta. Ne consegue che Berlino ha trasformato l’euro in strumento espansivo, a tutto danno dei partner.

A tutto ciò vanno aggiunte alcune strategie “politiche” assunte, però, dagli organismi economico-finanziari. In primo luogo il contenimento dell’inflazione a scapito dell’occupazione, e il divieto di sforare il 3% annuo nel rapporto deficit/Pil. L’alternativa era – ed è – il commissariamento da parte della Troika delle nazioni che non rispettano i parametri. Il tutto, mette conto notarlo, seguendo le indicazioni teoriche di una particolare scuola di pensiero economico. Indicazioni che col tempo hanno assunto le sembianze di veri e propri dogmi.

Dai tempi del trattato di Maastricht il mondo intorno alla UE è cambiato, anche se nessuno (o quasi) sembra rendersene conto nei palazzi di Bruxelles. Il terrorismo ha aumentato a dismisura la sua influenza anche dentro i confini stessi dell’Unione. Nell’Est soffiano venti di guerra, e gli Stati Uniti sono riusciti a superare la fase peggiore della crisi adottando politiche diametralmente opposte a quelle europee.

E, come se non bastasse, la leadership tedesca si è rafforzata senza posa. Nella crisi ucraina e in quella greca non è Juncker che parla e decide quale vero e legittimo rappresentante della UE, bensì Angela Merkel. Il resto è puro contorno.
Dunque parlare di Europa a due velocità è mero inganno. O si troverà il modo di rifondare sul serio l’Unione su basi nuove, oppure assisteremo all’implosione dell’intera impalcatura comunitaria con conseguenze imprevedibili per tutti.

La terza alternativa, che allo stato dei fatti è purtroppo la più plausibile, è proseguire così con una UE sempre più dominata, sia dal punto di vista economico che politico, dalla Germania. Bella rivincita per una nazione che ha subito sconfitte disastrose nelle ultime due guerre mondiali.

 Featured image, Angela Merkel author Tobias Kleinschmidt, source Wikipedia English.

2 Comments on L’illusione di un’Europa a due velocità

  1. Yuri Buccino // 18 March 2015 at 21:29 //

    Reblogged this on Appunti Scomodi.

  2. La Germania si sta avvitando su se stessa e si ritroverà succhiata nel vortice del credito inesigibile prodotto dai paesi dell’area Euro. La ricchezza della Germania è di natura finanziaria: quella economica, sul territorio, non dà profitti perché, come quelle italiane, le grandi imprese tedesche sono tutte globali. Ne deriva il fatto che la Germania, dovrà, come la Grecia e tutti i paesi del mondo, puntare sull’economia locale per acquisire dall’esterno solo le risorse che non è in grado di produrre in loco.
    Queste sono le nuove costanti sulle quali fondare le previsioni: parità euro – dollaro; comparsa di una banca cinese che si affianca a quella mondiale; diminuzione dei tassi d’interesse sul debiti sovrani; compensazione e rinegoziazione degli stessi su base globale.
    Evidentemente, da un economia che si fonda sull’impresa che produce profitto contrapposto al salario, si passerà ad un’economia locale che si fonda sull’impresa che trasforma per intro il profitto in salario creando una nuova ricchezza diffusa.
    A me pare che questo sia lo scenario sul quale iniziare ad agire. L’Europa deve ripartire dal 1957 quando fu sottoscritto da Benelux, Francia, Germania e Italia, il Trattato di Roma. Secondo me basta invocarlo per constatare che tutti i passi successivi, il Trattato di Maastricht in testa, furono illegittimi per aver condotto ogni Nazione a proteggersi tra la speculazione sul cambio e le manovre fiscali.

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