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Sull’Italglese e il Pronto Soccorso Linguistico: alcune riflessioni sui consigli del professor Francesco Sabatini dell’Accademia della Crusca.

cartolina2di Rina Brundu. Di tanto in tanto ci si sveglia, si accende il televisore e ci si imbatte in una discussione mediatica che ha una sua credibile ragion d’essere. Mi è accaduto stamattina quando ho acceso il televisore su RAI1, in tempo per vedere l’angolo di “Pronto Soccorso Linguistico” del programma Uno Mattina in Famiglia, il quale si avvale dell’expertise tecnico del professor Francesco Sabatini Presidente Onorario dell’Accademia della Crusca (di cui è già stato Presidente dal 2000 al 2008) e professore emerito dell’Università degli Studi Roma Tre. L’argomento della settimana era l’italglese, quel misto di inglese e di italiano che sembrerebbe vada per la  maggiore oggidì, nonché "l’eticità" a tutto tondo del suo usage.

Come appena dimostrato l’argomento mi riguarda direttamente, anche se nel mio caso la questione è un po’ più complessa e quindi desidero spenderci due parole. Quando tanti e tanti anni fa (troppi ormai), io mi trasferii in Irlanda, parlavo già l’inglese. Lo parlavo molto bene dato che mi ero laureata in Lingue e soprattutto perché in quel periodo la mia prima passione era la letteratura elisabettiana, con alcuni testi (l’Otello, per esempio), che avevo “spulciato” lemma per lemma. Con una collega universitaria avevamo anche la buona abitudine di parlare in inglese tra di noi e io già mi ritrovavo a pensare in quella lingua. Grammaticamente parlando il mio know-how dell’idioma di Shakespeare era sicuramente migliore a quel tempo perché, come tutti gli studenti ligi al dovere, mi facevo scrupolo di usare la regola corretta. Un dovere che, occorre dirlo, viene meno quando quella lingua straniera diventa la tua e allora impari a gestirtela come un native-speaker, in maggiore libertà insomma.

Accadde poi che durante i primi 5-6 anni di permanenza in Irlanda, io avessi zero contatti col mondo italiano di provenienza. A quel tempo RyanAir veniva ancora guardata con sospetto, mentre l’usage massiccio di Internet era decisamente agli albori. Consequentia rerum fu che mi trovai in una sorta di trappola linguistica inglesizzante i cui deleteri effetti li avrei compresi pienamente soltanto dopo. Per esempio, non sapevo allora quanto sia facile perdere la nostra lingua natale se non la esercitiamo, quanto quella stessa, specialmente in età giovane, sia facilmente plasmabile. To cut a long story short, mi “risvegliai” dall’incubo solo a un certo punto, ovvero quando decisi di cominciare a pensare seriamente alla scrittura, al mio datato sogno scritturale, una decisione che poi portò alla pubblicazione di “Tana di Volpe” (Flaccovio Editore, 2003), il mio primo libro.

Fu lì che capii che esisteva un problema: io non scrivevo più in italiano standard ma in una lingua che chiamare italglese sarebbe senz’altro più appropriato. Risparmio in questa sede tutte le problematiche e le cogitazioni che mi ha portato a fare lo status-quo: dovevo “purificarmi”? Dovevo smetterla di usare tutti quei “filler” che in italiano sono ridondanti? Dovevo smetterla di infarcire i miei scritti in italiano con quei termini inglesi che per gli altri non avevano senso ma che per me facevano il conveying del vero significato? Dovevo smetterla di usare tutti quei possessivi?  Dovevo smetterla di gestirmi le maiuscole come meglio credevo?  Dovevo smetterla di sentirmi infastidita da un editing che giudicavo insulso quando non avvilente delle necessità dell’anima? E cosa ne avrebbero pensato i quattro lettori e i miei vecchi insegnanti di italiano che ricordavano una alunna knowledgeable in materia?

La risposta è arrivata nel tempo ed è per me definitiva adesso. La risposta è stata data dall’idea che se io in un futuro prossimo vorrò essere uno spirito-che-scrive a tempo pieno, se mi sento davvero tale, io non posso e non potrò rinnegare la mia esperienza di vita. Questo per dire che nel mio caso non si tratta di un usage incosciente dell’italglese ma dell’impiego naturale di una mia lingua tutta speciale che si è creata nel tempo mercé il mio essere figlia di due patrie di diverse, di un destino che mi ha portato ad essere, ammettiamolo… né carne né pesce. Ne deriva che è proprio su questo incontro a metà di culture, anche linguistiche… che io vorrei costruire il mio stile scritturale futuro. Trovare insomma una sintesi valida. Non mi illudo, so che non sarà facile, che prenderà tempo, come ben dimostrano i miei mille esperimenti online. Fortunatamente mi assiste una determinazione a non mollare, aiutata dalla coscienza del conoscere la regola, quindi di avere fatto i miei compiti a casa, così come dal perfetto understanding delle necessità, anche morali, deontologiche, che ho di volerla adattare alle esigenze del mio spirito e della mia storia. Insomma, la mia scrittura sono io non viceversa!

Come detto si tratta di una situazione, di uno status-quo straordinario che può valere solo per il caso particolare. E in virtù di questa particolarità io continuerò ad usare nei miei scritti questo curioso mix di italiano e di inglese codificato dentro strutture grammaticali e sintattiche loro malgrado meticce, non-nobili ma che non potrò e non vorrò cambiare. Mai però consiglierei a uno studente di procedere in codesta maniera, così come mai gli consiglierei di imitare la libertà scritturale di James Joyce quando intento a fare un compito in classe: per ogni cosa c’é un tempo, per ogni cosa c’é un luogo!

E questo mi riporta ai consigli del professor Sabatini di questa mattina. Egli sosteneva che laddove si può usare un termine italiano meglio sarebbe farlo, piuttosto che venirne fuori con un termine “cool” forestiero. Ancora, laddove questo termine è diventato parte del nostro codice linguistico, bisognerebbe piegarlo alle regole di quel codice domestico, dotare tale parola delle corrrette desinenze, etc etc. Concordo con questa visione delle cose; concordo meno però quando queste visioni non tengono conto del “dettaglio” che può inficiare la validità della logica discorsiva. Per esempio, non concordo quando il professore sostiene che il termine “centralino” dovrebbe essere usato al posto di “call-center”. A mio avviso infatti il termine call-center connota un mondo completamente diverso dall’environment lavorativo che denota e connota il termine “centralino”. Per meglio dire, occorrerebbe stare attenti anche a queste sfumature imposte dai tempi moderni che cambiano se non si vuole fare una magra figura nel contesto dialettico quotidiano.

Non a caso il principale elemento “stonato” che ho notato durante la pur gradevole discussione, è stato il fatto che non ci si è soffermati sul fattore “disturbante” per eccellenza: ovvero il fattore digitale che ha cambiato le carte in tavola e le regole del gioco come mai era accaduto prima; un elemento che volenti o nolenti porta tutti quanti (anche i francesi più nazionalisti) a “piegare” il principio puristico linguistico alle necessità dell’usage, pena l’esclusione più completa da quell’interminabile “discorso” multilinguistico che propone la Rete ogni giorno e che, ci piaccia o no, è la conversazione da seguire.

Di converso è senz’altro quanto mai importante oggidì che esistano strutture come la nobilissima Accademia della Crusca che vigilano sull’well-being della nostra memoria culturale. Senza tale memoria infatti non ci sarebbe più alcuna coscienza della nostra identità e allora perdersi nel melting-pot linguistico che sarà il nostro futuro prossimo (che già è il nostro presente), sarà davvero facile. Facilissimo!

Featured image source il sito dell’Accademia della Crusca.

10 Comments on Sull’Italglese e il Pronto Soccorso Linguistico: alcune riflessioni sui consigli del professor Francesco Sabatini dell’Accademia della Crusca.

  1. Andrea // 15 March 2015 at 19:52 //

    In italiano mi dà fastidio l’uso di parole francesi (mia madre lingua) spesso mal ortografate. Ma effettivamente una parola come équipe equivalente a squadra non è la stessa cosa.Credo che questo valga anche per team inglese. Il mio vocabolario italiano francese traduce équipe quasi esclusivamente con squadra. Invece traduce squadra prima con équerre, in seconda battuta con escouade e solo interza battuta con équipe. Il vocabolario francese inglese traduce team in prima battuta con attelage (de chevaux, de boeufs) e solo in seconda con équipe. Invece team è tradotto con train of barges, gang (of workman) e in una sola battuta finale come aggettivo sportivo. Sull’Oxford invece è chiaramente detto: a number of persons associated in a joint action or endeavor. Finalmente il “Barbaro Dominio” di Paolo Monelli ignora il termine che evidentemente non fu usato in età fascista. Da tutto questo deduco che il senso e l’uso delle parole evolvono col tempo, specie se in ambito linguistico no native, In genere l’uso più o meno adattato spesso non si conferma a meno che assuma un carattere fonetico armonico alla lingua che lo preleva. Io talvolta uso il termine mailare per inviare una email, non mi sembra disarmonico. Non ho la tua cultura linguistica, è evidente che il mio francese non è più quello di una volta per le rare occasioni che ho di parlarlo. Ma questo è inevitabile. Dopo 6 mesi che mi ero trasferito a Bruxelles un mio collega italiano mi interruppe dicendomi: Ma questo non l’avresti detto 6 mesi fa! In conclusione ritengo che ognuno di noi si esprima come si sente, ad immagine del suo animo, senza ricorrere ad un certo punto ai manuali di grammatica. Si talvolta, con qualche dubbio o curiosità ci può e deve tornarci.

  2. Andrea // 17 March 2015 at 11:48 //

    “uno scrittore assolutamente ridicolo come il Manzoni espressione piena della formalità. Maestrino elementare, emblema della nostra scrittura e dalla nostra mancanza di capacità in quest’arte particolarissima… Senz’altro Manzoni è stato miglior poeta…”
    Questa volta non mi trovo d’accordo. Sul Manzoni poeta non mi pronuncio. Non mi ha mai colpito e lo ho trovato piuttosto noioso, almeno così lo ricordo, anche se confesso che le mie letture poetiche sono sempre state molto superficiali. Nei Promessi Sposi è stato creatore e modello della formalità creando per l’unità del paese una lingua più adeguata alle necessità civili della precedente lingua letteraria allora in uso, La vicenda dei Promessi Sposi è in sé degna di una telenovella, ma lo sviluppo analitico del romanzo è straordinario. Croce emise un giudizio con riserva perché distinse poesia e non poesia, con cui al liceo concordai. Ma riletto in età matura mi innamorai quasi più della parte considerata non poetica, perché attraverso le vicende sociopolitiche del Seicento presenta con forte senso scanzonato la natura dei rapporti umani. Al liceo dedussi (a parte la noia) che il XVII° secolo era un secolo di cretini ( salvo pochi grandissimi come Galileo o Pascal), ma già da molti anni penso che il Novecento abbia largamente battuto il Seicento – unica consolazione che siamo avanzati in scienze almeno quanto in cretineria. Manzoni come Machiavelli studia i fatti, ma non li teorizza – né consiglia i principi, ma ciononostante costituisce regole/consigli utili al moderno manager. Sotto questo aspetto non conosco francesi dell’Ottocento pari al Manzoni, anche se non conosco certo tutti i romanzi francesi. Al di sopra dei Promessi Sposi metto solo La Charteuse de Parme, ma è esclusivamente un gusto personale.

  3. Andrea // 19 March 2015 at 21:26 //

    Mi ricordi mio padre che svalutava la letteratura italiana come te. Era uno dei pochi temi sui quali avevamo opinioni diverse. Era lo steso per l’arte: preferiva il mondo germanico fiammingo. Lui aveva fatto gli studi in Svizzera francese e io in Italia. La cultura da cui proveniva aveva una matrice borghese illuminata, da noi è rimasta una cultura prevalentemente aristocratica. I nostri grandissimi sono pochi, e in fondo hanno prodotto una sola opera, ma cui le altre letterature si devono accostare con molto rispetto. Da metà Ottocento a oggi qualcosa è cambiato, ma è difficile concorrere con la letteratura anglosassone (che conosco poco) perché mi sembra molto più legata alle realtà socio economiche di quei paesi che hanno una dinamica che considero più avanzata, a torto o a ragione. Questo in estrema sintesi per non innescare una lunga discussione. Sono invece completamente d’accordo sulla filosofia, noi abbiamo avuto dei geni straordinari in tutti i campi, ma in filosofia non saprei citare un filosofo di rilievo internazionale come i tedeschi. Machiavelli non è un filosofo, e difatti si considera nella letteratura, perché ha una capacità di illustrazione di vizi e virtù umane ineguagliata, e tutti i moralisti che hanno tentato di distruggerlo si sono scornati con la realtà.

    • Andrea // 21 March 2015 at 19:57 //

      Se vuoi puoi listarmi gli inglesi, ma qualche nome nella lista lo saprei mettere anch’io. Ma i testi inglesi hanno forgiato la civiltà moderna e la democrazia e per questo anche i francesi e assieme più dei tedeschi spesso schiavi delle loro teorie. Gli italiani sono stati abbastanza indifferenti alla società, lasciando stare Machiavelli e Vico, per rivolgersi all’animo umano e al destino dell’uomo. Dante non ha nulla da invidiare a Shakespeare e Goethe, anzi forse la massa di studi non solo italiani su di lui supera probabilmente quelli pur nutritissimi degli altri due. A questi mio padre aggiungeva Molière e Cervantes, ma probabilmente per qualche idiosincrasia sono sempre rimasto abbastanza indifferente a Molière. Certamente che Dante ha la gloria ma l’handicap di una certa difficoltà di lettura, non solo per una lingua in via di formazione, ma per i suoi contenuti legati a teologia e filosofia medievale, ormai lontana da noi. Ma la potenza della costruzione e la profondità delle passioni umane l’hanno reso finora insuperato. Solo Goethe in questo gli si avvicina un poco. D’altronde in questi giudizi entriamo nelle opinioni personali e nella altrettanto personale sensibilità. Petrarca ha impostato il modello sul quale tutta la poesia amorosa europea si è modellato al punto da diventare un manierismo. E così via, da non dimenticare un Leopardi, e l’ Ariosto che fece la stessa operazione sulla lingua italiana poi fatto nell’Ottocento dal Manzoni. Io faccio volentieri questa discussione non per convincerti ma perché mi ha ricordato le discussioni con mio padre, ma il finale di partita era sempre in zero a zero o se preferisci un 10 a 10. La scala dei valori o la classificazione o il primo premio è ottenuto esclusivamente sulla scala di valori messa in campo da ciascun contendente. Guarda le discussioni che nascono nella attribuzione dei Nobel letterari. Mi chiedo invece come considerare le letterature più recenti come le scandinave, fiamminghe ecc. che si conoscono poco e dove sembra casualmente emergere qualche grande come Ibsen che preferisco a Pirandello. Qui mi fermerei, la discussione potrebbe continuare a lungo, ma occorre fermarsi. Piuttosto vorrei un piacere da te perché facesti un bellissimo post su Grazia Deledda, ma purtroppo non lo ritrovo più. Mi potresti darne le coordinate? Non ho mai letto nulla di lei, che mi ricordi, salvo forse una novella che non ricordo, di norma non leggo di letteratura, specie adesso avendo altri interessi. Per dirti come i giudizi siano difficili ti confesso che di Goethe avevo tentato di leggere il Faust, ma arrivai dopo poca lettura saltellante alla conclusione che era un bravo poeta, ma nulla di più. Per accorgermi della sua grandezza dovetti aspettare di vedere parte del Faust a teatro nella interpretazione di Strehler. Una cosa tanto gigantesca che me lo vidi tre volte e con l’occasione me lo lessi tutto. La durata fu ridotta da Strehler in otto serate di due ore l’una circa e riuscì in due anni a proporre così al pubblico circa mezzo Faust. Mi accorsi che on realtà il Faust è una grandissima opera teatrale, e contrariamente alla mia primitiva superficiale impressione. Strehler a questo mio riconoscimento mi confermò che tale era, Ciò era generalmente capito da pochi soprattutto perché Goethe aveva immaginato scene teatrali impossibili da realizzare con i mezzi tecnici dell’epoca, e anche in questo sta la sua genialità. Fortuna che volevo fare un post cortissimo. Scusami.

      .

  4. Andrea // 23 March 2015 at 01:17 //

    Grazie della lista. Ha servito a misurare la mia ignoranza, ma anche la soddisfazione di aver letto più di uno di questo elenco. Purtroppo in inglese solo Pride & Prejudice tantissimi anni fa. Ma lessi anche Chaucer, le commedie che citi di Shakespeare, La signora Dolloway, Il vecchio e il mare, dei pezzi di Ulisse godibilissimi, La Strada di Kerouak, non citi Faulkner di cui lessi Luci d’Agosto, Dorian Gray e diversi altri. Ora potresti farmi una domanda cattiva: ma tu hai fatto un piccolo elenco di libri inglesi che hai letto più alcuni altri. Ma tu di testi italiani letterari italiani sapresti farmi un elenco più lungo? Poiché la risposta è negativa – salvo per la parte poetica molto forse – potresti dichiarare la tua vittoria. Io però ti risponderei che la letteratura non è un sacco di farina che si pesa! Grazie allora dell’elenco.

  5. Andrea Bondanini. // 23 March 2015 at 20:07 //

    Credo di non aver mai letto un premio Strega né altri. Però ammetto che la letteratura non mi ha mai interessato più di tanto. Dei romanzi moderni che mi piacciono sono arrivato a pagina 100. Completi ricordo 100 anni di solitudine, Aracoeli della Morante credo perché vi ho sentito un qualche collegamento con Luci di Agosto, ma non ho preso nessuna cura di approfondire se è o meno una mia confusa incomprensione. Non ricordo oggi la trama di queste opere. I tarocchi di Calvino e poi qualche altro. Di Eco solo qualche pagina del Pendolo che mi é sembrato imteressante (ma inaffidabile) per gli incroci con l’alchimia.

  6. Ora che mi trovo ben custodito sotto l’ala protettiva di Andrea, a modo mio (non si tratta del caffè della Lavazza) – affronto il tema dell’italcese da fratelli figli di un romagnolo mezzo svizzero per parte di madre. Arrivai in Italia quando avevo quasi cinque anni. Allora, in famiglia si parlava francese e frequentai la prima elementare conoscendo le poche parole d’italiano che sentivo dalla domestica e fuori casa. Era l’anno 1940 e per me il primo impatto con l’italiano fu traumatico. Dovevo ancora imparare a scrivere e mentre i miei compagni leggevano le parole scritte sul sillabario, io guardando le figure, pronunciavo le corrispondenti parole, in francese. Più volte il Direttore venne in classe facendo un incomprensibile discorso riguardo al fatto che il francese era la lingua del nemico. Andrea, allora aveva nove anni e già, già sapeva leggere e scrivere. Domani scrivo qualcosa in materia di lingue e di culture.
    Buona notte.

    • Andrea Bondanini. // 25 March 2015 at 23:13 //

      Il nome della rosa non lo ho voluto leggere perché ero convinto che era una falsificazione del Medioevo di cui avevo approfondito alcuni aspetti. E malgrado la buona critica mi sono tenuto questa specie di allergia. Ora ti stupisco: non ho mai letto Pinocchio. Avevo letto Cuore che mi era piaciuto, ma la storia di Pinocchio che evidentemente conoscevo in sunto mi sembrava poco interessante e sciocca, anche se aveva alcuni risvolti divertenti per me bambino. Ora ti superstupisco: non possiedo un Pinocchio malgrado una biblioteca abbastanza fornita. E non mi è ancora passata l’idea per la mente di comprarne uno. Tieni conto che lessi Alice ecc. e qualche anno fa ho comperato l’edizione inglese che però devo ancora leggere. Ora ricordo che ho letto in parte Petrolio. Mi sono fermato credo prima di p.100, ma lo ho considerato un grandissimo testo solo che Pasolini lo riscrivesse da cima a fondo, come Ariosto e Manzoni. Forse mi ha molto interessato il gioco delle mescolanze che mi ha suggerito l’idea che Pasolini sapesse molte cose anche riguardante la morte di Mattei, cosa non impossibile per la sua frequentazione di ambienti assai diversi. Comunque sono fantasie impossibili di verificare ancora oggi e probabilmente nel futuro.

  7. Andrea Bondanini. // 27 March 2015 at 13:01 //

    Ok per Pinocchio, prima o poi lo leggerò. E forse ne vedrò almeno un film, perché non li ho mai voluti vedere. Mi hai involontariamente suggerito un’idea per il rifiuto di Pinocchio: la dimensione morale, che più che dal pensiero faccio dipendere dalla biologia, ossia quanto serve per la sopravvivenza del singolo e quanto per la specie. D’accordo per Cuore, oggi lo troverei insopportabilmente buonista. Questo non ne toglie un piccolo valore come documento di una epoca e della sua borghesia benpensante. Di Pasolini ho visto molti film, devo dire che lo trovo maggiore come “filmatore” che come romanziere, seppure ho letto più di 100 pagine di qualche suo romanzo. Devo andare. Se posso aggiungerò dopo una osservazione sulle letteratura italiana.

    • Andrea Bondanini. // 28 March 2015 at 02:41 //

      Salgari lo preferivo a Jules Verne, non aveva lo stesso suspense e la forza di Salgari. Benché mi affascinò Le chateaux des Carpates con l’invenzione ante litteram del cine, e Les Inde Noir, una storia misteriosa con la scoperta di bellissime caverne di carbone in una miniera ormai abbandonata, avendo esaurito i filoni facilmente accessibili. Ma quando ho abbandonato il precedente post avevo promesso una osservazione sulla letteratura italiana. Il paragone con quella inglese è difficile perché hanno svolto funzioni diverse. L’inglese ha contribuito al pensiero e ai rapporti tra i cittadini, ma l’unità del paese è nato dal potere politico e militare, come la Francia. L’Unità italiana è nata dalla lingua letteraria. Gli studi del Rolfs, mi sembra hanno stabilito che l’italiano letterario è una fusione di parlate del nord che si fermano sulla linea La Spezia / Rimini. Al centro le parlate si fermano se ricordo bene al Volturno. Abbiamo avuto una verticalizzazione mentre sarebbe stato più logico una unione da Barcellona all’Istria. È interessante notare come le variazioni linguistiche per l’Italia corrispondono alle singolartà genetiche di Cavalli Sforza. Ora il discorso analitico si farebbe troppo complesso, ma è certamente un fatto notevole che una letteratura assicuri la fondazione e l’unità di un grande paese. Certo la nostra letteratura è immagine dei nostri difetti, ma anche delle qualità. Credo per questo che nessun paese fu unito dalla sua letteratura, un fenomeno culturale contro un fenomeno militare. Le divisioni non sono nette come piò apparire da queste note, ma la struttura delle differenze nasce dall’antico.

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