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Sull’Italglese e il Pronto Soccorso Linguistico: alcune riflessioni sui consigli del professor Francesco Sabatini dell’Accademia della Crusca.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

cartolina2di Rina Brundu. Di tanto in tanto ci si sveglia, si accende il televisore e ci si imbatte in una discussione mediatica che ha una sua credibile ragion d’essere. Mi è accaduto stamattina quando ho acceso il televisore su RAI1, in tempo per vedere l’angolo di “Pronto Soccorso Linguistico” del programma Uno Mattina in Famiglia, il quale si avvale dell’expertise tecnico del professor Francesco Sabatini Presidente Onorario dell’Accademia della Crusca (di cui è già stato Presidente dal 2000 al 2008) e professore emerito dell’Università degli Studi Roma Tre. L’argomento della settimana era l’italglese, quel misto di inglese e di italiano che sembrerebbe vada per la  maggiore oggidì, nonché "l’eticità" a tutto tondo del suo usage.

Come appena dimostrato l’argomento mi riguarda direttamente, anche se nel mio caso la questione è un po’ più complessa e quindi desidero spenderci due parole. Quando tanti e tanti anni fa (troppi ormai), io mi trasferii in Irlanda, parlavo già l’inglese. Lo parlavo molto bene dato che mi ero laureata in Lingue e soprattutto perché in quel periodo la mia prima passione era la letteratura elisabettiana, con alcuni testi (l’Otello, per esempio), che avevo “spulciato” lemma per lemma. Con una collega universitaria avevamo anche la buona abitudine di parlare in inglese tra di noi e io già mi ritrovavo a pensare in quella lingua. Grammaticamente parlando il mio know-how dell’idioma di Shakespeare era sicuramente migliore a quel tempo perché, come tutti gli studenti ligi al dovere, mi facevo scrupolo di usare la regola corretta. Un dovere che, occorre dirlo, viene meno quando quella lingua straniera diventa la tua e allora impari a gestirtela come un native-speaker, in maggiore libertà insomma.

Accadde poi che durante i primi 5-6 anni di permanenza in Irlanda, io avessi zero contatti col mondo italiano di provenienza. A quel tempo RyanAir veniva ancora guardata con sospetto, mentre l’usage massiccio di Internet era decisamente agli albori. Consequentia rerum fu che mi trovai in una sorta di trappola linguistica inglesizzante i cui deleteri effetti li avrei compresi pienamente soltanto dopo. Per esempio, non sapevo allora quanto sia facile perdere la nostra lingua natale se non la esercitiamo, quanto quella stessa, specialmente in età giovane, sia facilmente plasmabile. To cut a long story short, mi “risvegliai” dall’incubo solo a un certo punto, ovvero quando decisi di cominciare a pensare seriamente alla scrittura, al mio datato sogno scritturale, una decisione che poi portò alla pubblicazione di “Tana di Volpe” (Flaccovio Editore, 2003), il mio primo libro.

Fu lì che capii che esisteva un problema: io non scrivevo più in italiano standard ma in una lingua che chiamare italglese sarebbe senz’altro più appropriato. Risparmio in questa sede tutte le problematiche e le cogitazioni che mi ha portato a fare lo status-quo: dovevo “purificarmi”? Dovevo smetterla di usare tutti quei “filler” che in italiano sono ridondanti? Dovevo smetterla di infarcire i miei scritti in italiano con quei termini inglesi che per gli altri non avevano senso ma che per me facevano il conveying del vero significato? Dovevo smetterla di usare tutti quei possessivi?  Dovevo smetterla di gestirmi le maiuscole come meglio credevo?  Dovevo smetterla di sentirmi infastidita da un editing che giudicavo insulso quando non avvilente delle necessità dell’anima? E cosa ne avrebbero pensato i quattro lettori e i miei vecchi insegnanti di italiano che ricordavano una alunna knowledgeable in materia?

La risposta è arrivata nel tempo ed è per me definitiva adesso. La risposta è stata data dall’idea che se io in un futuro prossimo vorrò essere uno spirito-che-scrive a tempo pieno, se mi sento davvero tale, io non posso e non potrò rinnegare la mia esperienza di vita. Questo per dire che nel mio caso non si tratta di un usage incosciente dell’italglese ma dell’impiego naturale di una mia lingua tutta speciale che si è creata nel tempo mercé il mio essere figlia di due patrie di diverse, di un destino che mi ha portato ad essere, ammettiamolo… né carne né pesce. Ne deriva che è proprio su questo incontro a metà di culture, anche linguistiche… che io vorrei costruire il mio stile scritturale futuro. Trovare insomma una sintesi valida. Non mi illudo, so che non sarà facile, che prenderà tempo, come ben dimostrano i miei mille esperimenti online. Fortunatamente mi assiste una determinazione a non mollare, aiutata dalla coscienza del conoscere la regola, quindi di avere fatto i miei compiti a casa, così come dal perfetto understanding delle necessità, anche morali, deontologiche, che ho di volerla adattare alle esigenze del mio spirito e della mia storia. Insomma, la mia scrittura sono io non viceversa!

Come detto si tratta di una situazione, di uno status-quo straordinario che può valere solo per il caso particolare. E in virtù di questa particolarità io continuerò ad usare nei miei scritti questo curioso mix di italiano e di inglese codificato dentro strutture grammaticali e sintattiche loro malgrado meticce, non-nobili ma che non potrò e non vorrò cambiare. Mai però consiglierei a uno studente di procedere in codesta maniera, così come mai gli consiglierei di imitare la libertà scritturale di James Joyce quando intento a fare un compito in classe: per ogni cosa c’é un tempo, per ogni cosa c’é un luogo!

E questo mi riporta ai consigli del professor Sabatini di questa mattina. Egli sosteneva che laddove si può usare un termine italiano meglio sarebbe farlo, piuttosto che venirne fuori con un termine “cool” forestiero. Ancora, laddove questo termine è diventato parte del nostro codice linguistico, bisognerebbe piegarlo alle regole di quel codice domestico, dotare tale parola delle corrrette desinenze, etc etc. Concordo con questa visione delle cose; concordo meno però quando queste visioni non tengono conto del “dettaglio” che può inficiare la validità della logica discorsiva. Per esempio, non concordo quando il professore sostiene che il termine “centralino” dovrebbe essere usato al posto di “call-center”. A mio avviso infatti il termine call-center connota un mondo completamente diverso dall’environment lavorativo che denota e connota il termine “centralino”. Per meglio dire, occorrerebbe stare attenti anche a queste sfumature imposte dai tempi moderni che cambiano se non si vuole fare una magra figura nel contesto dialettico quotidiano.

Non a caso il principale elemento “stonato” che ho notato durante la pur gradevole discussione, è stato il fatto che non ci si è soffermati sul fattore “disturbante” per eccellenza: ovvero il fattore digitale che ha cambiato le carte in tavola e le regole del gioco come mai era accaduto prima; un elemento che volenti o nolenti porta tutti quanti (anche i francesi più nazionalisti) a “piegare” il principio puristico linguistico alle necessità dell’usage, pena l’esclusione più completa da quell’interminabile “discorso” multilinguistico che propone la Rete ogni giorno e che, ci piaccia o no, è la conversazione da seguire.

Di converso è senz’altro quanto mai importante oggidì che esistano strutture come la nobilissima Accademia della Crusca che vigilano sull’well-being della nostra memoria culturale. Senza tale memoria infatti non ci sarebbe più alcuna coscienza della nostra identità e allora perdersi nel melting-pot linguistico che sarà il nostro futuro prossimo (che già è il nostro presente), sarà davvero facile. Facilissimo!

Featured image source il sito dell’Accademia della Crusca.
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37 Comments on Sull’Italglese e il Pronto Soccorso Linguistico: alcune riflessioni sui consigli del professor Francesco Sabatini dell’Accademia della Crusca.

  1. alfonso cataldi // 15 March 2015 at 13:25 //

    Pur facendo un lavoro in cui l’inglese “tecnico” è pane quotidiano, mal sopporto le email farcite di inglesismo laddove il risultato spesso risulta inquietante.

    • Perché sono inquietanti I tempi; ma a volte solo perché ci costringono ad uscire dal seminato e a studiare e a lavorare decisamente di più!

  2. francu pilloni // 15 March 2015 at 18:55 //

    Comprendo, solo perché sono più vecchio, il motivo per cui il prof. Sabatini abbia proposto “centralino” al posto di call-center.
    Quando il telefono era quello dei “Telefoni bianchi” si chiamava il centralino e si chiedeva che gli si fosse passato il numero della polizia, quello dell’aeroporto, quello della farmacia, oltre che il collegamento col numero 561…
    Il centralino era proprio un call-center, con tante signorine che vi lavoravano in turni 24 h su 24.
    Oggi per noi, parlare di centrale, centralino, centralina ecc. riferendosi al servizio telefonico, ci viene in mente al massimo un groviglio di fili oppure, ancora meglio, qualche centinaio di cip non messi a caso.
    Vedo che comunque anche i call-center stanno seguendo la via maestra della spersonalizzazione, con voci preregistrate t’incanalano anche dove non vorresti andare e la voce della signorina o signorino te la sogni, se non come ultima opzione, sempre che abbia individuato per bene i sentieri da seguire.
    Alla fine di questo superfluo discorso ti chiedo se, secondo te, parlare di italglese o italsiculo, come nel caso di Cammilleri, vale lo stesso?
    Potrei ancora suggerirti di ricorrere da parte mia al “Pronto Soccorso linguistico” per accertare che in quel “Grammaticamente parlando …” non ti sia rimasta una elle nella tastiera?

    • Grazie Franco per la spiegazione, tuttavia la mia idea non cambia, anzi, tale spiegazione la rafforza. Proprio in virtù del passaggio del tempo, la parola si deforma, muta di significato, diventa inintelligibile al lettore moderno, dunque privata di una sua ragione tecnica di significazione. Ripeto, bisognerebbe non esagerare con l’autarchismo linguistico perché in un environmnet multilinguistico e multiculturale qual è quello virtuale che viviamo… la cosa potrebbe trasformarsi in boomerang.

      Quanto al costrutto “grammaticalmente parlando” lo archivio dentro le cose del mio idioletto (di cui ciarlavo quasopra) e non lo cambio…. (giusto per chiarire, si tratta fondamentalmente di un’altra automatica traduzione di strutture inglesi i.e. frankly speaking, broadly speaking, etc… con cui appunto ho smesso di lottare…. perché il farlo non rientra nei miei interessi di spirito-che-scrive… chi si sente “offeso” passi pure al sito dell’Accademia della Crusca, altamente meritorio!).

      Ciao, grazie mille per i tuoi commenti sempre interessanti.

  3. Andrea // 15 March 2015 at 19:52 //

    In italiano mi dà fastidio l’uso di parole francesi (mia madre lingua) spesso mal ortografate. Ma effettivamente una parola come équipe equivalente a squadra non è la stessa cosa.Credo che questo valga anche per team inglese. Il mio vocabolario italiano francese traduce équipe quasi esclusivamente con squadra. Invece traduce squadra prima con équerre, in seconda battuta con escouade e solo interza battuta con équipe. Il vocabolario francese inglese traduce team in prima battuta con attelage (de chevaux, de boeufs) e solo in seconda con équipe. Invece team è tradotto con train of barges, gang (of workman) e in una sola battuta finale come aggettivo sportivo. Sull’Oxford invece è chiaramente detto: a number of persons associated in a joint action or endeavor. Finalmente il “Barbaro Dominio” di Paolo Monelli ignora il termine che evidentemente non fu usato in età fascista. Da tutto questo deduco che il senso e l’uso delle parole evolvono col tempo, specie se in ambito linguistico no native, In genere l’uso più o meno adattato spesso non si conferma a meno che assuma un carattere fonetico armonico alla lingua che lo preleva. Io talvolta uso il termine mailare per inviare una email, non mi sembra disarmonico. Non ho la tua cultura linguistica, è evidente che il mio francese non è più quello di una volta per le rare occasioni che ho di parlarlo. Ma questo è inevitabile. Dopo 6 mesi che mi ero trasferito a Bruxelles un mio collega italiano mi interruppe dicendomi: Ma questo non l’avresti detto 6 mesi fa! In conclusione ritengo che ognuno di noi si esprima come si sente, ad immagine del suo animo, senza ricorrere ad un certo punto ai manuali di grammatica. Si talvolta, con qualche dubbio o curiosità ci può e deve tornarci.

    • Del francese temo le esagerazioni autarchiche come quel vizietto di chiamare il computer ordinateur: ridicolo! Per il resto è giustissimo quello che dici… l’usage degli “idioletti” appunto… della lingua che ognuno si sente. Come autori siamo universi diversi e questo è giusto. Ritengo però che una simile visione perfettamente valida per uno scrittore non è cosa da passare ad un bambino: la lingua deve essere imparata secondo le giuste regole… Poi spetta al futuro scrittore stravolgerle, inventarsi parole… dunque arricchire il vocabolario di tutti. Se non lo facesse sarebbe solo uno scribacchino che nessuno ricorderà!

      ciao

  4. Conosco per certi versi il problema in quanto, nato nel paese elvetico, cresciuto in Italia, ma avendo tenuto il dialetto svizzero (il “mundart”, non il dialetto) della parte tedesca, come seconda lingua.
    Essendo cresciuto in Italia si può dire che ho il problema inverso in quanto il mio mundart è “dialettizato” dall’accento romano e dalle costruzioni sintattiche italiane.

    Sono quindi d’accordo che non ci si debba definire né carne, né pesce, ma gridare, o evidenziare in grassetto “la mia scrittura sono io non viceversa”.

    Tra l’altro nella cultura, la scrittura è sempre stata al servizio degli scrittori virtuosi e sperimentali, e non viceversa (vedi Joyce, vedi Boccaccio, vedi i poeti).
    Inoltre è un processo naturale di qualunque lingua quella della metamorfosi, sia per l’italiano, sia per il francese e la sua vasta francofonia, sia per una lingua diversa come il giapponese.

    Vorrei concludere con una riflessione sulla scuola. Che agli studenti vada insegnata la lingua in maniera corretta è sacro santo, ma bisognerebbe loro anche dare più spazio per sperimentare, per scoprire. Il problema non è forse nemmeno tanto mantenere la memoria, per quanto suoni blasfemo, ma evitare che la lingua ufficiale venga addirittura presa in antipatia.

    Se non sbaglio i Promessi Sposi di Manzoni erano stati inseriti dal ministero dell’Istruzione dell’epoca, per dare agli studenti un esempio di lingua (per i tempi) viva e attuale che potesse ulteriormente aiutare il processo di unificazione linguistica del paese… ecco. Sinceramente però non ho affatto un buon ricordo del capolavoro Manzoniano, né mi ha – in quel momento – portato nulla di utile. Anzi! “No… ancora i promessi sposi! ”

    Questo è un male.

    Ho invece un buon ricordo delle lezioni di tedesco (ammetto di essere uscito da un liceo privato italo-svizzero che proponeva il tedesco come seconda lingua agli studenti) nelle quali c’era l’occasione di scrivere brevi novelle e di sperimentare con la lingua, rimanendo sempre nella correttezza sintattica e grammaticale.

    Da un lato c’è la teoria, dall’altro c’è la pratica.
    Da un lato c’è il piano corretto, dall’altro quello personale.

    Tutto ciò per dire che penso, che non bisogna solo limitarsi alle riflessioni sul corretto uso dell’italiano (in questo caso), ma anche sul rendere una lingua, come dire, piacevole, amata.

    • Perdonami, dire che la “la scrittura è sempre stata al servizio degli scrittori virtuosi e sperimentali, e non viceversa (vedi Joyce, vedi Boccaccio)”.. è statement alquanto bizzarro, ma soprattutto che significa?

      Certo che la scrittura e le sue strutture sono state a disposizione di Joyce (da una qualsiasi convenzione bisogna partire) ma non l’hanno certo schiavizzato… Joyce è la sua scrittura, non viceversa.

      Ne deriva che non metterei mai il genio straordinario di Joyce (per inciso il genio di “Bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawntoohoohoordenenthurnuk!”
      ― James Joyce, Finnegans Wake(1939), in Dublin-London. – e di infiniti altri momenti) vicino ad uno scrittore assolutamente ridicolo come il Manzoni espressione piena della formalità. Maestrino elementare, emblema della nostra scrittura e dalla nostra mancanza di capacità in quest’arte particolarissima… Senz’altro Manzoni è stato miglior poeta e per questo dovrebbe essere ricordato… per questo è ricordato! Almeno in Italia, nel resto del mondo è sconosciuto, tranne forse a qualche italianista…).

      Non penso che lo “sperimentalismo” possa essere “insegnato” perché altrimenti non sarebbe tale. Non si può addomesticare l’estro. Lo statement è ossimorico.

      Grazie per il tuo interessante intervento.

      • PS Onestamente e con tutto il rispetto non metterei Joyce neppure accanto a Boccaccio che resta poeta…. Joyce ha fatto un “salto” nel mondo scritturale che è molto simile a quello di Armstrong sulla luna “a small step for a man a giant leap for mankind”.

      • Andrea // 17 March 2015 at 11:48 //

        “uno scrittore assolutamente ridicolo come il Manzoni espressione piena della formalità. Maestrino elementare, emblema della nostra scrittura e dalla nostra mancanza di capacità in quest’arte particolarissima… Senz’altro Manzoni è stato miglior poeta…”
        Questa volta non mi trovo d’accordo. Sul Manzoni poeta non mi pronuncio. Non mi ha mai colpito e lo ho trovato piuttosto noioso, almeno così lo ricordo, anche se confesso che le mie letture poetiche sono sempre state molto superficiali. Nei Promessi Sposi è stato creatore e modello della formalità creando per l’unità del paese una lingua più adeguata alle necessità civili della precedente lingua letteraria allora in uso, La vicenda dei Promessi Sposi è in sé degna di una telenovella, ma lo sviluppo analitico del romanzo è straordinario. Croce emise un giudizio con riserva perché distinse poesia e non poesia, con cui al liceo concordai. Ma riletto in età matura mi innamorai quasi più della parte considerata non poetica, perché attraverso le vicende sociopolitiche del Seicento presenta con forte senso scanzonato la natura dei rapporti umani. Al liceo dedussi (a parte la noia) che il XVII° secolo era un secolo di cretini ( salvo pochi grandissimi come Galileo o Pascal), ma già da molti anni penso che il Novecento abbia largamente battuto il Seicento – unica consolazione che siamo avanzati in scienze almeno quanto in cretineria. Manzoni come Machiavelli studia i fatti, ma non li teorizza – né consiglia i principi, ma ciononostante costituisce regole/consigli utili al moderno manager. Sotto questo aspetto non conosco francesi dell’Ottocento pari al Manzoni, anche se non conosco certo tutti i romanzi francesi. Al di sopra dei Promessi Sposi metto solo La Charteuse de Parme, ma è esclusivamente un gusto personale.

  5. Andrea, grazie per il tuo intervento ma da che mondo e mondo la letteratura è un’opinione (pensa a Wittgenstien che questionava Shakespeare!!!)… e nella mia opinione, il Manzoni non rientra tra gli scrittori, i maestri, a cui delego il compito di nutrire la mia anima. Questo compito io lo delego ai modernisti perché così mi detta il mio sentire e io seguo il mio sentire non il dire dei critici!
    Grazie, ciao.

    PS1 – La poesia patriottica manzoniana ha un suo perché e una sua notevole qualità estetica
    PS2 – Machiavelli non lo metterei in mezzo a questi discorsi perché Machiavelli è un gigante globale, un filosofo che ha cambiato il sentire degli uomini… e la cui filosofia resterà immutata nei millenni… l’unico vero dilemma lì è come è possibile che questo spirito sia nato in Italia… mah!

    • Qui risponderei solo brevemente al secondo post scriptum: per quanto sia facile, è quasi d’obbligo, vista la situazione attuale e quella degli ultimi 150 anni circa, quel mah al dilemma delle origini italiane di Machiavelli, non dobbiamo comunque sminuire troppo il popolo, di questa penisola.
      Anzi… forse non in filosofia, ma in letteratura valiamo (ancora). Un caso attuale, interessante, ambiguo forse, può essere Erri de Luca per esempio, e la sua risposta sulla definizione di “sabotaggio” in rapporto alla definizione data dalla magistratura e alla definizione della parola; per arrivare all’importanza della parola, come parola.

      Grazie per gli articoli, commenti e risposte interessanti,

      buona serata

      • Bel commento, ma sono d’accordo a metà.

        Sono d’accordo per esempio quando dice che non bisogna “diminuire” i popoli di questa penisola… perché ricordiamocelo bene quei popoli parlavano di democrazia, di politica, di arte con la A maiuscola quando gli altri erano ancora sull’albero e si dipingevano la faccia di blu…

        Machiavelli è nato appunto in una grande Italia… che, nonostante tutto… era una fucina di capacità…. etc etc etc non è necessario raccontarla qui. L’errore che si fa… nel mezzo delle discussioni opinionated è di confondere il nostro grande passato con il nefasto presente…

        Vero è però che nella scrittura noi non abbiamo mai prodotto nulla, non è questa un’arte nelle nostre corde… ed escludendo Il Pinocchio che è diventato maschera mondiale grazie a Disney, escludendo Machiavelli che ha scritto un trattato unico… non resta nulla. Per capire cosa sto dicendo bisogna conoscere bene le letterature inglesi, russe, tedesche e francesi e allora si ha idea del perché parlo cosi. Noi siamo nanetti al confronto…. esattamente come loro paiono insetti barbari quando visitano i nostri monumenti.

        Dissento invece totalmente sulla filosofia, a parte il caso machiavelliano di filosofia-sui-generis applicata alla strategia politica…noi non sappiamo neppure dove sta di casa la cogitazione che per me splende soprattutto con le menti dei grandi pensatori ebrei di lingua tedesca. Con tutto il rispetto per il signore che lei menziona, per me la filosofia è cosa-altra e qui sono disposta a fare le barricate per difendere quelle menti geniali se necessario, finanche a immolarmi.

        🙂

        Cordiali saluti. RB

      • Mi costringo a rispondere solo per concordare sulla grandezza dei grandi pensatori inglesi e tedeschi (non parlo per russi e francesi, solo perché sono le letterature che meno conoscono, sinceramente), quindi deponiamo le armi, che in giro ce ne sono fin troppe; non c’è bisogno di immolarsi, almeno questa volta.

        Infatti -tanto per inserire un po’ di pubblicità a spam – in una delle opere dei nostri “scrittori”, è Goethe che insegna a vivere e a scrivere ad un “poeta”, per modo di dire, italiano.
        E sarà sempre un altro straniero ad aprire la mente al medesimo poeta ignorante, e non viceversa, ma questo episodio deve ancora venire pubblicato.
        =]

        Buona serata e cordiali saluti.

  6. Andrea // 19 March 2015 at 21:26 //

    Mi ricordi mio padre che svalutava la letteratura italiana come te. Era uno dei pochi temi sui quali avevamo opinioni diverse. Era lo steso per l’arte: preferiva il mondo germanico fiammingo. Lui aveva fatto gli studi in Svizzera francese e io in Italia. La cultura da cui proveniva aveva una matrice borghese illuminata, da noi è rimasta una cultura prevalentemente aristocratica. I nostri grandissimi sono pochi, e in fondo hanno prodotto una sola opera, ma cui le altre letterature si devono accostare con molto rispetto. Da metà Ottocento a oggi qualcosa è cambiato, ma è difficile concorrere con la letteratura anglosassone (che conosco poco) perché mi sembra molto più legata alle realtà socio economiche di quei paesi che hanno una dinamica che considero più avanzata, a torto o a ragione. Questo in estrema sintesi per non innescare una lunga discussione. Sono invece completamente d’accordo sulla filosofia, noi abbiamo avuto dei geni straordinari in tutti i campi, ma in filosofia non saprei citare un filosofo di rilievo internazionale come i tedeschi. Machiavelli non è un filosofo, e difatti si considera nella letteratura, perché ha una capacità di illustrazione di vizi e virtù umane ineguagliata, e tutti i moralisti che hanno tentato di distruggerlo si sono scornati con la realtà.

    • Andrea,
      Grazie per ciò che mi concedi sulla filosofia. Ma se la pensi diversamente sulla letteratura… listami qui di seguito i testi letterari italiani che hanno forgiato il mondo, dopo gli analizziamo.
      Se vuoi ti listo gli inglesi….

      Non sminuisco l’Italia, dico semplicemente la verità, così come non ho difficoltà a dire che l’arte pittorica di Michelangelo tiene nel suo pugno tutto ciò che è stato “pitturato” prima e dopo di lui.

      Bisogna essere realisti nelle cose, noi stiamo alla scrittura (intesa come capacità di cogitazione e creazione di storie e dinamiche dotate di significazione pregnante) quanto un porcellino sta alla tavola di Monsignor Della Casa…. che poi all’oratorio parrocchiale la pensino diversamente non cambia le cose…

      Best Regards.

      PS Onestamente c’é solo una autrice che salverei dal mucchio ed é la Deledda… della cui arte scrissi qui, senza mandargliela a dire come vedrai. Just my idea, nothing else.
      https://rinabrundu.com/2013/06/29/grazia-deledda-elias-portolu-apologia-scritturale-dellalterita-letteraria-isolana/

      • PS Certo, Machiavelli non è un filosofo… ma la sua è una filosofia-realistica a suo modo… soprattutto “inscalfibile” perché basata su una analisi lucidissima della natura umana…. E per questo anche insuperabile… da qui la sua grandezza.. in barba a chi ha cercato inutilmente “to prove him wrong”.

      • Andrea // 21 March 2015 at 19:57 //

        Se vuoi puoi listarmi gli inglesi, ma qualche nome nella lista lo saprei mettere anch’io. Ma i testi inglesi hanno forgiato la civiltà moderna e la democrazia e per questo anche i francesi e assieme più dei tedeschi spesso schiavi delle loro teorie. Gli italiani sono stati abbastanza indifferenti alla società, lasciando stare Machiavelli e Vico, per rivolgersi all’animo umano e al destino dell’uomo. Dante non ha nulla da invidiare a Shakespeare e Goethe, anzi forse la massa di studi non solo italiani su di lui supera probabilmente quelli pur nutritissimi degli altri due. A questi mio padre aggiungeva Molière e Cervantes, ma probabilmente per qualche idiosincrasia sono sempre rimasto abbastanza indifferente a Molière. Certamente che Dante ha la gloria ma l’handicap di una certa difficoltà di lettura, non solo per una lingua in via di formazione, ma per i suoi contenuti legati a teologia e filosofia medievale, ormai lontana da noi. Ma la potenza della costruzione e la profondità delle passioni umane l’hanno reso finora insuperato. Solo Goethe in questo gli si avvicina un poco. D’altronde in questi giudizi entriamo nelle opinioni personali e nella altrettanto personale sensibilità. Petrarca ha impostato il modello sul quale tutta la poesia amorosa europea si è modellato al punto da diventare un manierismo. E così via, da non dimenticare un Leopardi, e l’ Ariosto che fece la stessa operazione sulla lingua italiana poi fatto nell’Ottocento dal Manzoni. Io faccio volentieri questa discussione non per convincerti ma perché mi ha ricordato le discussioni con mio padre, ma il finale di partita era sempre in zero a zero o se preferisci un 10 a 10. La scala dei valori o la classificazione o il primo premio è ottenuto esclusivamente sulla scala di valori messa in campo da ciascun contendente. Guarda le discussioni che nascono nella attribuzione dei Nobel letterari. Mi chiedo invece come considerare le letterature più recenti come le scandinave, fiamminghe ecc. che si conoscono poco e dove sembra casualmente emergere qualche grande come Ibsen che preferisco a Pirandello. Qui mi fermerei, la discussione potrebbe continuare a lungo, ma occorre fermarsi. Piuttosto vorrei un piacere da te perché facesti un bellissimo post su Grazia Deledda, ma purtroppo non lo ritrovo più. Mi potresti darne le coordinate? Non ho mai letto nulla di lei, che mi ricordi, salvo forse una novella che non ricordo, di norma non leggo di letteratura, specie adesso avendo altri interessi. Per dirti come i giudizi siano difficili ti confesso che di Goethe avevo tentato di leggere il Faust, ma arrivai dopo poca lettura saltellante alla conclusione che era un bravo poeta, ma nulla di più. Per accorgermi della sua grandezza dovetti aspettare di vedere parte del Faust a teatro nella interpretazione di Strehler. Una cosa tanto gigantesca che me lo vidi tre volte e con l’occasione me lo lessi tutto. La durata fu ridotta da Strehler in otto serate di due ore l’una circa e riuscì in due anni a proporre così al pubblico circa mezzo Faust. Mi accorsi che on realtà il Faust è una grandissima opera teatrale, e contrariamente alla mia primitiva superficiale impressione. Strehler a questo mio riconoscimento mi confermò che tale era, Ciò era generalmente capito da pochi soprattutto perché Goethe aveva immaginato scene teatrali impossibili da realizzare con i mezzi tecnici dell’epoca, e anche in questo sta la sua genialità. Fortuna che volevo fare un post cortissimo. Scusami.

        .

  7. @Manifesto Web

    Goethe si considerava “il favorito dagli dei” con ogni ragione. Era bello, nobile, ricco, intelligentissimo, mente matematica, artista geniale, poeta, scrittore, grande uomo… Cosa si puo’ volere di piu’?

    Un lucano?

  8. @Andrea

    Caro Andrea
    Non c’é bisogno di scusarsi: una delle cose buone della scrittura online è che possiamo buttare giù ogni nostro pensiero senza troppi problemi. Una disgrazia? A mio avviso una possibilità meravigliosa.

    Detto questo il link al pezzo sulla Deledda lo avevo già pubblicato nel post del 19, ma eccolo di nuovo https://rinabrundu.com/2013/06/29/grazia-deledda-elias-portolu-apologia-scritturale-dellalterita-letteraria-isolana/

    Francamente però l’avevo messo lì e avevo parlato della Deledda solo per non lasciare un vuoto troppo profondo.. . Di fatto come dico nel pezzo anche la Deledda non ha respiro mondiale.. Se proprio vogliamo essere realisti ci sono solo tre opere italiane che hanno contribuito a educare le moderne generazioni globalmente: se, per amor di patria, includiamo la poesia non possiamo certamente ignorare la Divina Commedia (anche se la maggior parte dei giovani stranieri non la conoscono), poi il testo machiavelliano di cui abbiamo già detto e quindi il Pinocchio che è una valida figura retorica la cui capacità didattica è stata molto aiutata dall’altoparlante disneyano. Nient’altro. E guardi che da studentessa della letteratura inglese so benissimo quanto tantissime novelle medievali italiane abbiano influenzato, per esempio, la produzione letteraria elisabettiana inglese… ma queste sarebbero altre storie che non fanno testo in questo… contesto.

    Ma per quanto riguarda questa ideale partita che stiamo giocando… le assicuro che non c’é proprio partita… tra gli inglesi e gli italiani… E le ricordo che stiamo parlando di scrittura che ha avuto la capacità di segnare intere generazioni world-wide… se dimentichiamo questo elemento, infatti, allora possiamo parlare pure del diario della nonna e sarebbe tutt’altra faccenda…

    Inserisco qua sotto un centinaio di testi inglesi che conoscono anche i polli in ogni angolo del globo e che di fatto sono solo un “attimo” di tutto ciò che la cultura anglofona ha prodotto da un punto di vista scritturale.

    Attenzione quando parliamo: il nazionalismo può essere cosa degna, ma diventa boomerang se malamente utilizzato.

    Cordialmente, RB

    1. Beowulf (anon, abt. 8th century) amazongutenberg
    2.Geoffrey Chaucer – The Canterbury Tales (bef. 1400) amazongutenberg
    3.Christopher Marlowe – Doctor Faustus (abt.1589) amazongutenberg
    4.Edmund Spenser – The Faerie Queene (1590) amazongutenberg
    5.Philip Sidney – Astrophil and Stella (bef. 1591) amazon
    6.William Shakespeare – A Midsummer Night’s Dream (abt. 1596) amazongutenberg
    7.William Shakespeare – Romeo and Juliet (abt. 1597) amazongutenberg
    8.William Shakespeare – Hamlet (abt. 1602) amazongutenberg
    9.William Shakespeare – Othello (abt. 1604) amazongutenberg
    10.Ben Jonson – Volpone (1605) amazongutenberg
    11.Thomas Hobbes – Leviathan (1651) amazongutenberg
    12.Samuel Pepys – The Diary of Samuel Pepys (1660-1669) amazongutenberg
    13.John Milton – Paradise Lost (1667) amazongutenberg
    14.John Bunyan – The Pilgrim’s Progress (1678) amazongutenberg
    15.Daniel Defoe – Robinson Crusoe (1719) amazongutenberg
    16.Daniel Defoe – Moll Flanders (1722) amazongutenberg
    17.Jonathan Swift – Gulliver’s Travels (1726) amazongutenberg
    18.Alexander Pope – Essay on Man (1734) amazongutenberg
    19.Laurence Sterne – The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1759-1767) amazongutenberg
    20.Oliver Goldsmith – The Vicar of Wakefield (1766) amazongutenberg
    21.Laurence Sterne – A Sentimental Journey Through France and Italy (1768) amazongutenberg
    22.William Blake – Songs of Innocence and of Experience (1789-1794) amazongutenberg
    23.William Wordsworth and Samuel Taylor Coleridge – Lyrical Ballads (1798) amazongutenberg
    24.Jane Austen – Sense and Sensibility (1811) amazongutenberg
    25.Lord Byron – Childe Harold’s Pilgrimage (1812-1818) amazongutenberg
    26.Jane Austen – Pride and Prejudice (1813) amazongutenberg
    27.Mary Shelley – Frankenstein (1818) amazongutenberg
    28.James Fenimore Cooper – The Last of the Mohicans (1826) amazongutenberg
    29.Edgar Allan Poe – The Fall of the House of Usher (1839) amazongutenberg
    30.Charlotte Brontë – Jane Eyre (1847) amazongutenberg
    31.Emily Brontë – Wuthering heights (1847) amazongutenberg
    32.William Makepeace Thackeray – Vanity Fair (1848) amazongutenberg
    33.Herman Melville – Moby-Dick (1851) amazongutenberg
    34.Harriet Beecher Stowe – Uncle Tom’s Cabin (1852) amazongutenberg
    35.Anthony Trollope – Barchester Towers (1857) amazongutenberg
    36.Charles Dickens – A Tale of Two Cities (1859) amazongutenberg
    37.Edward FitzGerald – The Rubáiyát of Omar Khayyám (1859) amazongutenberg
    38.Wilkie Collins – The Woman in White (1860) amazongutenberg
    39.Charles Dickens – Great Expectations (1860-1861) amazongutenberg
    40.George Eliot – Silas Marner (1861) amazongutenberg
    41.Anthony Trollope – Framley Parsonage (1861) amazongutenberg
    42.Lewis Carroll – Alice’s Adventures in Wonderland (1865) amazongutenberg
    43.George Eliot – Middlemarch (1871-1872) amazongutenberg
    44.Mark Twain – The Adventures of Tom Sawyer (1876) amazongutenberg
    45.Thomas Hardy – The Return of the Native (1878) amazongutenberg
    46.Henry James – Daisy Miller (1878) amazongutenberg
    47.Robert Louis Stevenson – Treasure Island (1883) amazongutenberg
    48.Mark Twain – Adventures of Huckleberry Finn (1884) amazongutenberg
    49.Thomas Hardy – The Mayor of Casterbridge (1886) amazongutenberg
    50.Robert Louis Stevenson – The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1886) amazongutenberg
    51.Oscar Wilde – The Picture of Dorian Gray (1891) amazongutenberg
    52.Thomas Hardy – Tess of the d’Urbervilles (1891) amazongutenberg
    53.Oscar Wilde – The Importance of Being Earnest (1895) amazongutenberg
    54.Bram Stoker – Dracula (1897) amazongutenberg
    55.Oscar Wilde – The Ballad of Reading Gaol (1898) amazongutenberg
    56.Joseph Conrad – Heart of Darkness (1899) amazongutenberg
    57.Rudyard Kipling – Kim (1901) amazongutenberg
    58.Arthur Conan Doyle – The Hound of the Baskervilles (1902) amazongutenberg
    59.Henry James – The Ambassadors (1903) amazongutenberg
    60.J.M. Barrie – Peter Pan (1904) amazongutenberg
    61.E. M. Forster – Howards End (1910) amazongutenberg
    62.G.K. Chesterton – The Innocence Of Father Brown (1911) amazongutenberg
    63.George Bernard Shaw – Pygmalion (1912) amazongutenberg
    64.James Joyce – A Portrait of the Artist as a Young Man (1916) amazongutenberg
    65.Edith Wharton – The Age of Innocence (1920) amazongutenberg
    66.T.S. Eliot – The Waste Land (1922) amazongutenberg
    67.James Joyce – Ulysses (1922) amazongutenberg
    68.E. M. Forster – A Passage to India (1924) amazon
    69.Virginia Woolf – Mrs. Dalloway (1925) amazon
    70.F. Scott Fitzgerald – The Great Gatsby (1925) amazon
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    84.George Orwell – Nineteen Eighty-Four (1949) amazon
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    90.Vladimir Nabokov – Lolita (1955) amazon
    91.Jack Kerouac – On the Road (1957) amazon
    92.Harper Lee- To Kill a Mockingbird (1960) amazon
    93.Joseph Heller – Catch-22 (1961) amazon
    94.Sylvia Plath – The Bell Jar (1963) amazon
    95.Truman Capote – In Cold Blood (1965) amazon
    96.Maya Angelou – I Know Why the Caged Bird Sings (1969) amazon
    97.Charles Bukowski – Post Office (1971) amazon
    98.Raymond Carver – Will You Please Be Quiet, Please? (1976) amazon
    99.Douglas Adams – The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (1979-1992) amazon
    100.Margaret Atwood – The Handmaid’s Tale (1985) amazon
    101.Vikram Seth – A Suitable Boy (1993) amazon

    • Aggiungo qui che quesa lista è davvero un ditino… basti pensare che ciascuno di questi autori ha prodotto diversi capolavori…. e che gli autori sono solo 100 mentre in realtà se ne potrebbero citare 1000 e sarebbero altrettanto famosi.

      Pensi anche solo a ciò che ha scritto e venduto la Agatha Christie sul fronte del giallo… lo stesso Pratchett con il fantasy… e naturalmente non parlo di Shakespeare perché se Machiavelli ha creato la filosofia della natura umana, Shakespeare ne ha descritto le storie, le infinite storture, gli ins and outs in maniera mirabile come nessun altro potrà fare mai in futuro.

      E mi fermo qui.

      • Andrea // 23 March 2015 at 01:17 //

        Grazie della lista. Ha servito a misurare la mia ignoranza, ma anche la soddisfazione di aver letto più di uno di questo elenco. Purtroppo in inglese solo Pride & Prejudice tantissimi anni fa. Ma lessi anche Chaucer, le commedie che citi di Shakespeare, La signora Dolloway, Il vecchio e il mare, dei pezzi di Ulisse godibilissimi, La Strada di Kerouak, non citi Faulkner di cui lessi Luci d’Agosto, Dorian Gray e diversi altri. Ora potresti farmi una domanda cattiva: ma tu hai fatto un piccolo elenco di libri inglesi che hai letto più alcuni altri. Ma tu di testi italiani letterari italiani sapresti farmi un elenco più lungo? Poiché la risposta è negativa – salvo per la parte poetica molto forse – potresti dichiarare la tua vittoria. Io però ti risponderei che la letteratura non è un sacco di farina che si pesa! Grazie allora dell’elenco.

  9. Perché dovrei fare una domanda cattiva? Conosco anche la letteratura italiana e a meno che i testi su coi ho studiato all’università non fossero taroccati dall’allora professore, so bene che la letteratura italiana non è neppure una misera parte di quella Inglese, ecco perché sostengo sempre che la scrittura non è arte-nostra. La letteratura inglese è un patrimonio che dovrebbe essere preservato dall’Unesco perché, non ho tempo per parlarne, ma è davvero un regalo prezioso. Sono quelle storie che hanno plasmato i nostri sogni moderni. Si farebbe un torto però al nostro background italico se non si ricordasse che la letteratura inglese è nata dalle “ceneri” e da un sostrato molto italieggiante. Si pensi per esempio al fatto che dietro moltissimi dei plays shakesperiani c’é una qualche novella italica, si pensi alla fascinazione che infiniti scrittori inglesi hanno avuto col nostro paese. Si potrebbe dire che se noi siamo stati la madre nobile loro sono quelli che hanno portato avanti quell’idea di civiltà occidentale letterarizzata. Ammiro anche i grandi scrittori russi e tedeschi e non si può dimenticare quel capolavore spagnolo che è il Don Chisciotte.

    L’Italia non ha grandi scrittori: ha diversi autori che qui e là hanno partorito qualcosa di bello ma che poi, forse anche in virtù dell’ambiente provincializzante che abbiamo vissuto negli ultimi 500 anni, non hanno saputo fare di più. Oggi come oggi poi è il buio completo… Ho recensito gli ultimi Premi Strega e sono con tutto il rispetto qualcosa di raccapricciante e ci si chiede se siano peggio gli scrittori o i critici che li acclamano perché davvero di questi tempi anche in termini di overall know-how io da chiunque mi aspetto molto di più. Cioè bisogna studiare nella vita… argomenti multipli, fare esperienze, girare il mondo e non limitarsi a pontificare il trito e contrito che annoia e ammorba il neurone.
    A presto.

    PS Francamente se poi ho tempo vorrei aggiungere altri autori perché ne mancano tantissimi… davvero importanti. La lista è infinita.

    • Andrea Bondanini. // 23 March 2015 at 20:07 //

      Credo di non aver mai letto un premio Strega né altri. Però ammetto che la letteratura non mi ha mai interessato più di tanto. Dei romanzi moderni che mi piacciono sono arrivato a pagina 100. Completi ricordo 100 anni di solitudine, Aracoeli della Morante credo perché vi ho sentito un qualche collegamento con Luci di Agosto, ma non ho preso nessuna cura di approfondire se è o meno una mia confusa incomprensione. Non ricordo oggi la trama di queste opere. I tarocchi di Calvino e poi qualche altro. Di Eco solo qualche pagina del Pendolo che mi é sembrato imteressante (ma inaffidabile) per gli incroci con l’alchimia.

      • Tranquillo, avere letto “Cento anni di solitudine” compensa bene per non avere letto gli ultimi premi strega… forse tutti. Il libro di Marquez è uno stra-capolavoro, per me la letteratura classica è morta con quest’autore. Dimentica il pendolo, ma Eco ha scritto Il nome della Rosa che si fa leggere e ricordare (sempre peccato per quella sorta di saggio iniziale che appesantisce parecchio!), anzi, è uno dei pochi testi italici davvero conosciuti.
        Comunque ci torno appena ho tempo, la discussion si fa interessante… vorrei parlare di “Pinocchio” e di altre cose… purtroppo non c’é mai tempo e così come i post i commenti sono prodotti sempre in corsa!

  10. Ora che mi trovo ben custodito sotto l’ala protettiva di Andrea, a modo mio (non si tratta del caffè della Lavazza) – affronto il tema dell’italcese da fratelli figli di un romagnolo mezzo svizzero per parte di madre. Arrivai in Italia quando avevo quasi cinque anni. Allora, in famiglia si parlava francese e frequentai la prima elementare conoscendo le poche parole d’italiano che sentivo dalla domestica e fuori casa. Era l’anno 1940 e per me il primo impatto con l’italiano fu traumatico. Dovevo ancora imparare a scrivere e mentre i miei compagni leggevano le parole scritte sul sillabario, io guardando le figure, pronunciavo le corrispondenti parole, in francese. Più volte il Direttore venne in classe facendo un incomprensibile discorso riguardo al fatto che il francese era la lingua del nemico. Andrea, allora aveva nove anni e già, già sapeva leggere e scrivere. Domani scrivo qualcosa in materia di lingue e di culture.
    Buona notte.

    • Si, per cortesia, interessante quello che scrive… anche se non credo abbia mai avuto la forza che ha l’inglese… che di fatto è la nostra seconda lingua, anche di chi non la studia e agisce su livello globale… non riguarda insomma la storia di alcuni paesi. Esiste infatti una versione di inglese “internazionale” che è una sorta di pidgin-English modellato e customizzato più o meno consapevolmente da tutti… anche da chi non lo parla, ma lo usa (vedi gli users italiani in Rete).

      • Andrea Bondanini. // 25 March 2015 at 23:13 //

        Il nome della rosa non lo ho voluto leggere perché ero convinto che era una falsificazione del Medioevo di cui avevo approfondito alcuni aspetti. E malgrado la buona critica mi sono tenuto questa specie di allergia. Ora ti stupisco: non ho mai letto Pinocchio. Avevo letto Cuore che mi era piaciuto, ma la storia di Pinocchio che evidentemente conoscevo in sunto mi sembrava poco interessante e sciocca, anche se aveva alcuni risvolti divertenti per me bambino. Ora ti superstupisco: non possiedo un Pinocchio malgrado una biblioteca abbastanza fornita. E non mi è ancora passata l’idea per la mente di comprarne uno. Tieni conto che lessi Alice ecc. e qualche anno fa ho comperato l’edizione inglese che però devo ancora leggere. Ora ricordo che ho letto in parte Petrolio. Mi sono fermato credo prima di p.100, ma lo ho considerato un grandissimo testo solo che Pasolini lo riscrivesse da cima a fondo, come Ariosto e Manzoni. Forse mi ha molto interessato il gioco delle mescolanze che mi ha suggerito l’idea che Pasolini sapesse molte cose anche riguardante la morte di Mattei, cosa non impossibile per la sua frequentazione di ambienti assai diversi. Comunque sono fantasie impossibili di verificare ancora oggi e probabilmente nel futuro.

  11. Il nome della Rosa è un libro valido, appesantito senz’altro da quel saggio iniziale anche se a pensarci bene esiste nella letturatura dei secoli XVII e XVIII, ovvero delle decadi prima della nascita del romanzo vero e proprio (vedi Defoe), una eredità importante di testi corposi che mischiavano la fabula con la nozionistica informativa e culturale.

    Pinocchio è invece un testo importante molto importante. Sotto prospettive multiple. Di fatto è storia per ragazzi ma è soprattutto exempla morale, una figura retorica a tutto tondo che ha avuto la possibilità di costruire anche una “maschera” universale. Ci pensavo in questi giorni e mi sono resa conto che è stato un lavoro benedetto anche dalla tv perché il film che ne fa fatto con la Lollobrigida, Manfredi… lo ricordo bene e ne ricordo la qualità estetica straordinaria. È senz’altro una delle pochissime opere italiane che sono di casa dovunque. L’ultima citazione degna del Pinoccho l’ho sentita nella sitcom The Big Bang Theory in uno scambio tra Leonard e Penny a proposito del tentativo di Sheldon Cooper di farsi nuovi amici. E Leonard risponde (più o meno): “Dubito che riuscirà nell’intento, a meno che non ne costruisca uno di legno come fece Geppetto”.
    La citazione di Geppetto mi colpì moltissimo perché é comunque character secondario… il che ci dà idea di quanto sia conosciuto questo testo.

    Ma la caratteristica importante che fa del Pinocchio un classsico vero è che è intramontabile, anche tra 3000 anni, non importa la società che si vivrà avrà la sua validità. Questo non accade per esempio con “Cuore” che già oggi non lo leggerebbero neppure negli oratori… cioè sono “sentire” umani sorpassati dal divenire della storia e dal crescere della nostra capacità di intendere noi stessi.

    Ci torno nel fine settimana con più calma. Ciao.

  12. Su Ariosto non ho nulla da dire… su Manzoni lo salvo solo per la ottima vena poetica (riscontrabile anche in tanti noti passi de I Promessi Sposi)… e sul mio amico Pasolini di cui ho visto tutti ma proprio tutti I film (ho l’intera collezione a casa)… ne parlo in altro momento… anche se debbo andare a memoria… perché non credo che li rivedrò nelle prossime decadi e non prima di morire. A presto.

  13. Andrea Bondanini. // 27 March 2015 at 13:01 //

    Ok per Pinocchio, prima o poi lo leggerò. E forse ne vedrò almeno un film, perché non li ho mai voluti vedere. Mi hai involontariamente suggerito un’idea per il rifiuto di Pinocchio: la dimensione morale, che più che dal pensiero faccio dipendere dalla biologia, ossia quanto serve per la sopravvivenza del singolo e quanto per la specie. D’accordo per Cuore, oggi lo troverei insopportabilmente buonista. Questo non ne toglie un piccolo valore come documento di una epoca e della sua borghesia benpensante. Di Pasolini ho visto molti film, devo dire che lo trovo maggiore come “filmatore” che come romanziere, seppure ho letto più di 100 pagine di qualche suo romanzo. Devo andare. Se posso aggiungerò dopo una osservazione sulle letteratura italiana.

    • Onestamente penso che Pinocchio occorra leggerlo da piccoli e ricordarlo con le atmosfere infantili che porta seco… ma si può senz’altro leggerlo da adulti perché solo da adulti si comprende bene il paratesto oltre le dinamiche epidermiche.Sicuramente resta un gioiellino di cui andare fieri. Questo mi ricorda che noi abbiamo avuto un altro ottimo scrittore di storie: Salgari. Da piccola ne lessi tutti i romanzi. Però ecco la differenza col Pinocchio: benché bellissimi i romanzi di Salgari restano storie che si leggono come si mangiano le ciliege, una dopo l’altra e quando la pancia è piena finisce li. Pinocchio no, perché pinocchi siamo stati tutti, io, tu, il preside della scuola… il re e il furfante e soprattutto il politico… E mi pare con ciò di avere detto tutto, da qui appunto l’universalità, l’intramontabilità.

      Su Pasolini domani… a mente più rilassata. Il discorso è lungo.

      • Andrea Bondanini. // 28 March 2015 at 02:41 //

        Salgari lo preferivo a Jules Verne, non aveva lo stesso suspense e la forza di Salgari. Benché mi affascinò Le chateaux des Carpates con l’invenzione ante litteram del cine, e Les Inde Noir, una storia misteriosa con la scoperta di bellissime caverne di carbone in una miniera ormai abbandonata, avendo esaurito i filoni facilmente accessibili. Ma quando ho abbandonato il precedente post avevo promesso una osservazione sulla letteratura italiana. Il paragone con quella inglese è difficile perché hanno svolto funzioni diverse. L’inglese ha contribuito al pensiero e ai rapporti tra i cittadini, ma l’unità del paese è nato dal potere politico e militare, come la Francia. L’Unità italiana è nata dalla lingua letteraria. Gli studi del Rolfs, mi sembra hanno stabilito che l’italiano letterario è una fusione di parlate del nord che si fermano sulla linea La Spezia / Rimini. Al centro le parlate si fermano se ricordo bene al Volturno. Abbiamo avuto una verticalizzazione mentre sarebbe stato più logico una unione da Barcellona all’Istria. È interessante notare come le variazioni linguistiche per l’Italia corrispondono alle singolartà genetiche di Cavalli Sforza. Ora il discorso analitico si farebbe troppo complesso, ma è certamente un fatto notevole che una letteratura assicuri la fondazione e l’unità di un grande paese. Certo la nostra letteratura è immagine dei nostri difetti, ma anche delle qualità. Credo per questo che nessun paese fu unito dalla sua letteratura, un fenomeno culturale contro un fenomeno militare. Le divisioni non sono nette come piò apparire da queste note, ma la struttura delle differenze nasce dall’antico.

  14. Su Verne ci torno dopo. Volevo parlare di Pasolini.

    Non amo Pasolini, anche se debbo dire che adesso lo odio un poco di meno. La ragione per cui non amo Pasolini è perché non amo la cultura rive-gauche, pseudo68ina, radical-chic d’antan, posticcia dentro cui ha vissuto e che lo ha plasmato. E’ la stessa ragione per cui non amo (e cancello proprio da un mio ideale manuale di letteratura) i vari Moravia e compagnia cantante. Per me sono personaggi che rappresentano l’arte che vorrebbe essere rispetto all’arte che si fa, non a caso mentre la letteratura inglese (per sua fortuna quasi totalmente immune da questi “vizi”) ritengo debbo essere dichiarata patrimonio dell’umanità, quest’altra sub-categoria letteraria sono certa verrà consegnata al meritato silenzio dal tempo che passa e in futuro divertirà i soli addetti ai lavori in vena di stupire. O di stupirsi.

    Naturalmente è una lunga storia, meno faceta di quanto può sembrare, ma non intendo entrare nel dettaglio ora. Basti dire che il peccato più grande che rimprovero a Pasolini è quel suo lavoro “Uccellacci e uccellini” (o qualcosa di simile) con il quale questo regista si mise in testa di “elevare” culturalmente l’arte di un mostro sacro come Totò. Di elevare il tratto geniale insomma, situazione bizzarra quando non ossimorica. Ma come ho scritto più volte, se si ha la fortuna di incontrare per strada un animo semplice e fondamentalmente buono come Pasolini gli si stringe la mano, se mentre viviamo la nostra inutile vita abbiamo il culo di imbatterci in uno spirito geniale come quello di Totò occorrerebbe semplicemente inchinarsi.

    Detto questo ho letto tante poesie di Pasolini e ho visto tutti i suoi film. Ce ne sono alcuni che, per dirla con Fantozzi, sono puttanate pazzesche… valga per tutti Le 120 giornate di Gomorra… Gli unici lavori che ricordo bene sono Il vangelo secondo Matteo e soprattutto le sue inchieste, i suoi documentari nell’Italia del tempo e sulla condizione della donna in quelle che erano le nostre periferie meridionali. Questi ultimi in particolare sono senz’altro lavori molto interessanti che conservano valenza nel tempo.

    Per il resto ci sono alcuni spezzoni, per lo più in francese, che danno davvero da pensare, soprattutto sul nostro umano limite. Vale a dire danno da pensare su quanto le nostre velleità siano sovente ben superiori al nostro limite e si cade nel ridicolo. Accade per tutti noi (specie noi blogger opinionated) ma accade anche ai Pasolini.

    Ne deriva che io amo Pasolini come persona… una ottima persona… un bravissimo cristo ma di sicuro non finirebbe nel mio manuale di letteratura di cui sopra… o, per meglio dire, non fa parte degli “scrittori” che considero tali perchè in fondo di questo si parlava nel mio articolo e in questi commenti. Altra cosa è l’intellettualità laddove l’interesse per date tematiche è sufficiente; insomma non devi essere uno scrittore capace per essere un valido intelletto! Mi pare pacifico.

    Sul resto, come detto, ci torno poi.

  15. Verne mi piaceva, ma anche io preferirei Salgari che tra l’altro ha avuto una vita davvero tristissima, da artista che si rispetti. Occorre aggiungere anche Salgari alla lista dei grandi scrittori italiani, quei pochi davvero validi.

    A mio avviso però non bisogna confondere il più vasto mondo della “letteratura” (che include anche la poesia, il teatro, la saggistica, etc etc) con la scrittura tout-court di cui parlavo io. Io infatti parlavo di scrittori di romanzi, di grandi storie moderne che hanno avuto il merito di farci crescere. Ed è certo che non si può fare un paragone tra Italia e Inghilterra, questa era infatti la mia tesi. Intanto il romanzo è nato in Inghilterra e proprio nel periodo in cui quessta nazione muoveva decisa verso la sua vocazione colonialistica… dunque le conquiste, le scoperte, i viaggi, vedi quindi il Defoe e il suo Robinson e tutta la “letteratura” anche utopistica che ne è venuta. Senza dimenticare il gusto gotico che ha plasmato i grandi romanzi da Walpole in poi ed ha infettato le migliori produzioni letterarie inglesi. Certo… il discorso è troppo lungo ed inevitabilmente riporta come un cerchio che si chiude al mio statement originale: la scrittura non è nelle nostre corde perché non abbiamo una immaginazione di così ampio respiro.
    L’ultimo esempio in ordine di tempo che si può fare sono le geniali sceneggiature che stanno producendo in questo momento i grandi scriptwriters americani (vedi l’immenso Sorkin di The Social Network, etc) versus le sciocchezze impastate che funzionano da canovaccio per le nostre cosiddette “ficsssion”.

    Si tratta di produzioni che vivono letteralmente universi diversi, che non possiamo neppure mettere al confronto senza uscirne sputtanati e sconfitti. Oggidì non servono gli accozzi, serve invece know-how, esperienza, immaginazione, genialità. Senza non si va da nessuna parte, ma solo in prima su Raiuno la domenica sera a guardare il nulla. Ciao.

  16. Sì, Gavino lo scrissi tra i primi commenti, grandissimi anche i russi, con una produzione di sostanza e il dono al mondo dei capolavori che sappiamo. Concordo pienamente.

  17. Ho corretto una serie di refusi nel pezzo, sorry, ma nella maggior parte dei casi sono determinati dall’autocorrettore inglese che cambia desinenze e anche le parole ed è un problema che non posso risolvere essendo il provider del template americano.

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