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Mutamento e progresso nella scienza

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Hans_Reichenbachdi Michele Marsonet. L’espressione “received view” (visione ricevuta) indica, nell’epistemologia contemporanea, le tesi sostenute dai neopositivisti logici del Circolo di Vienna (R. Carnap, H. Hahn, O. Neurath, etc.), dai neoempiristi logici del Circolo di Berlino (H. Reichenbach, C.G. Hempel), e da filosofi analitici come A.J. Ayer. Pur essendovi tra i pensatori summenzionati differenze significative, essi condividono alcune vedute di fondo circa il carattere della scienza. La più importante si può esprimere affermando che, nelle loro opere, la conoscenza scientifica viene considerata cumulativa e tendente verso un crescente progresso; in conseguenza di ciò, si ritiene che la scienza stessa sia in grado di fornirci una comprensione adeguata della realtà circostante. Non solo. Per quanto riguarda il classico nodo dei rapporti tra scienza e metafisica, la visione ricevuta porta a concludere che la metafisica sia il regno del “non-senso”. Si nega dunque alla filosofia lo statuto di disciplina speculativa, mentre al contempo si assume che essa debba consistere soltanto nell’analisi logico-linguistica degli enunciati scientifici. Dal momento che, secondo i pensatori nominati in precedenza, le proposizioni possono essere soltanto formali (analitiche e a priori) o empiriche (sintetiche e a posteriori), gli unici enunciati dotati di senso sono quelli della logica e della matematica da un lato, e gli asserti delle scienze empiriche dall’altro (senza alcuna via di mezzo come il “sintetico a priori” kantiano). Di qui, appunto, il radicale rifiuto della metafisica, che viene in effetti equiparata alla mancanza di senso.

Scopo precipuo di coloro di coloro che vengono comunemente identificati con la visione ricevuta è portare alla luce i presunti modelli immutabili che sorreggono la pratica scientifica. Di “oggettività” si può a loro avviso parlare nel senso che il linguaggio scientifico riesce a cogliere l’esperienza immediata, alla quale può accedere ogni osservatore imparziale (inter-soggettività). A livello linguistico, tale esperienza può inoltre essere “catturata” facendo ricorso a un vocabolario in grado di evitare al massimo grado ambiguità e fraintendimenti. L’oggettività è pertanto garantita dal linguaggio della logica formale, il solo capace di evitare le ambiguità e i fraintendimenti di cui ho appena detto.

Ne consegue che quella scientifica è una conoscenza di tipo universale e atemporale: a causa delle caratteristiche dianzi specificate, le regole metodologiche della scienza “si incarnano”, senza subire modificazioni significative, in epoche e contesti culturali diversi. Dovrebbe essere evidente a chiunque che il modello della visione ricevuta propone una spiegazione essenzialistica del cambiamento delle teorie scientifiche. L’essenzialismo è dato dal fatto che si cerca di eliminare il fattore-tempo dalla scienza, spiegando il cambiamento delle teorie in termini puramente sincronici. E’ quindi ovvio che vi sono, alla base della visione ricevuta, delle assunzioni non giustificate. Nessuno, ad esempio, è mai riuscito a dimostrare che la presenza del senso coincida con la verifica empirica, né risulta incontrovertibile il predominio della dimensione logico-linguistica su quella pratica (ciò che gli scienziati “fanno”). Si dà per scontato, infine, che la verità oggettiva sia realmente disponibile e possa essere comunicata tramite la costruzione di un linguaggio artificiale (logico) canonico. Come vedremo tra poco, ciascuna di queste assunzioni è stata revocata in dubbio da quella che poi sarà definita “nuova filosofia della scienza”.

Nonostante l’influenza che la visione ricevuta continua a mantenere in alcuni circoli filosofici, le tesi da essa sostenute entrarono in crisi verso la metà del secolo scorso. Carnap, Russell e altri esponenti di spicco della filosofia scientifica del ’900 mostrano ben poco interesse per le problematiche del cambiamento scientifico, e ciò non è affatto sorprendente qualora si consideri l’impostazione esclusivamente logico-linguistica delle loro opere. Un certo interesse per il problema del cambiamento delle teorie si ritrova negli scritti del neoempirista berlinese (trasferitosi negli Stati Uniti negli anni ’30) H. Reichenbach. Tuttavia, è con il pensiero di Karl R. Popper che tale problema diventa davvero cruciale. Non a caso, dal tronco popperiano nasce, tra gli anni ’50 e ’60, la cosiddetta “nuova filosofia della scienza”, cui ho sopra accennato.

Le tesi di Popper sono molto note anche al grande pubblico, e in questa sede mi limito a prenderle brevemente in considerazione con particolare riferimento al tema del cambiamento scientifico. E’ opinione di Popper che scopo della scienza sia la “falsificazione” degli enunciati di base, e non la loro verificazione (come invece sostenevano neopositivisti e neoempiristi). Ne consegue che lo scienziato deve costruire “audaci congetture” e sottoporre a severi test la sua teoria. Se quest’ultima supera i test e sopravvive ai tentativi volti a falsificarla, può essere accettata provvisoriamente. E il “provvisoriamente” è molto importante, dal momento che, secondo l’epistemologo austro-britannico, la validità delle teorie non può mai essere stabilita con certezza. A sua volta, una teoria che sopravviva ai tentativi di falsificazione è corroborata, dove per “corroborazione” s’intende la misura in cui la teoria è effettivamente falsificabile. E da cosa dipende il grado di falsificabilità? Popper risponde che una teoria tanto più è falsificabile quante più informazioni riesce a fornire intorno al mondo, il che significa che gli asserti di base delle teorie devono avere il maggior contenuto empirico possibile. A differenza di quanto sosteneva l’epistemologia neopositivista, Popper ritiene che si debba abbandonare l’induzione in quanto procedimento non giustificabile dal punto di vista razionale. La scienza dovrebbe rinunciare alla speranza di produrre generalizzazioni di tipo induttivo, concentrandosi invece sul metodo per “congetture e confutazioni”. Si noti che, a questo punto, ha ben poca importanza determinare “come” le teorie vengano elaborate. E’ allora importante notare che nel modello popperiano la scienza cessa di essere un sistema statico per diventare un’impresa dinamica in grado di modificare se stessa senza posa. In altri termini, le rivoluzioni scientifiche sono destinate a succedersi per sempre o, per dirla con il titolo dell’autobiografia popperiana, “la ricerca non ha fine”.

Ovviamente, la novità dell’atteggiamento di Popper si deve sia all’abbandono del principio neopositivista di verificazione per cui un enunciato che non ha alcuna possibilità di essere verificato empiricamente è uno pseudo-enunciato privo di senso (e secondo il quale una teoria può effettivamente essere verificata con metodi induttivi), e alla conseguente reintroduzione della metafisica nell’ambito del discorso significante, sia al superamento dell’empirismo dogmatico e riduzionista che caratterizza l’impostazione di fondo dei rappresentanti del Circolo di Vienna.

Occorre rammentare che, adottando un criterio neopositivista di significanza come quello adombrato nel “Tractatus Logico-philosophicus” di Wittgenstein, si possono trarre due implicazioni fondamentali: (l) La negazione del senso a tutti gli enunciati che non risultano in qualche modo riconducibili a un fondamento empirico, il che significa che la filosofia si riduce all’analisi logico-1inguistica delle strutture della conoscenza empirica; e (2) l’ulteriore riduzione della stessa analisi logico-linguistica al campo delle scienze fisico-matematiche. Le discipline storico-sociali non rientrano negli interessi dei neopositivisti e, anche quando vengono prese in considerazione da autori come Otto Neurath, servono come pretesto per attuare una strategia riduzionista.

Popper reagisce in modo deciso (e originale) a questo stato di cose, revocando in dubbio la validità del principio di verificazione e rifiutando altresì di accettare l’attribuzione neopositivista di insensatezza alla metafisica. Egli non accetta la tesi secondo cui il senso delle proposizioni deve essere individuato nella loro origine empirica, in quanto non esiste l’osservazione “pura” e la dimensione teorica è presente sin dall’inizio nei nostri processi cognitivi. Pertanto la scienza – tanto naturale quanto sociale – deve essere caratterizzata come costruzione ipotetico-deduttiva, entro la quale non si può mai giungere alla verifica definitiva.

In base a simili premesse, non risulta possibile distinguere in modo netto tra problemi significanti e non, ed è parimenti assurdo porsi alla ricerca di un criterio di significanza che sia universalmente valido: sono le regole del metodo a determinare il raggio d’azione della scienza, fermo restando che, al di fuori di tale raggio d’azione, vi sono pur sempre altri problemi, essi pure forniti di senso (per quanto si tratti di un senso inteso in termini diversi). Ne consegue che, rifiutando la derivazione esclusivamente empirica degli enunciati scientifici, non è affatto illegittimo allargare l’ambito della scientificità ad altre discipline e alle loro procedure d’indagine. Nei tardi anni ’30 Popper prese ad occuparsi in maniera sistematica anche dei problemi metodologici delle scienze storico-sociali, prestando quindi attenzione crescente alle tesi storiciste. Al 1944 risale la pubblicazione di “Miseria dello storicismo”, e al 1945 quella della sua opera politica più celebre: “La società aperta e i suoi nemici”. Popper, insomma, si svincola dalle posizioni del neopositivismo logico e recupera questioni che esso aveva escluso dal proprio orizzonte speculativo: in tal senso, il pensiero popperiano è parte integrante del cosiddetto “processo di liberalizzazione” dello stesso neopositivismo.

In Popper troviamo, innanzitutto, una ben più vasta ampiezza di interessi rispetto ai neopositivisti. La sua attenzione si rivolge tanto alle discipline naturali quanto a quelle sociali: accanto alla teoria della relatività di Einstein stanno, quali riferimenti essenziali del suo orizzonte di interessi, la concezione storica di Marx e le teorie psicoanalitiche di Freud e Adler. Polemizza quindi sia con l’ossessiva attenzione di neopositivisti e filosofi analitici per il linguaggio, sia con la loro pregiudiziale – che egli giudica infondata – nei confronti dei cosiddetti problemi “senza senso” che si collocano al di fuori della scienza. Afferma infatti in un celebre passo della Prefazione alla prima edizione inglese di “Logica della scoperta scientifica”: “Gli analisti del linguaggio credono che non ci siano problemi filosofici genuini, o che i problemi della filosofia – ammesso che ce ne siano – siano problemi concernenti l’uso linguistico, o il significato delle parole. Invece io sono convinto che esista almeno un problema al quale sono interessati tutti gli uomini dediti al pensiero: il problema di comprendere il mondo, compresi noi stessi e la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo. Non c’è dubbio che il comprendere le funzioni del linguaggio sia una parte importante di questo compito; ma non lo è liquidare i nostri problemi come semplici ”.

Oltre al significato incorporato nelle teorie scientifiche, si devono riconoscere altri campi di significanza (artistico, etico, politico, etc.). La questione fondamentale dell’analisi metodologica non è quella di decidere che cosa abbia senso e che cosa ne sia sprovvisto, in base a un criterio univoco di significanza, bensì quella di distinguere tra loro questi diversi campi, e di stabilire una “linea di demarcazione” tra la ricerca scientifica e i domini d’indagine che ad essa sono estranei.

Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 cominciarono ad acquistare peso negli ambienti epistemologici le tesi di alcuni autori che, seguendo il sentiero popperiano, si proponevano di rompere lo schema – da essi giudicato irrealistico e non fedele alla pratica scientifica – proposto dalla visione ricevuta. I più importanti sono Thomas S. Kuhn, Imre Lakatos e Paul K. Feyerabend. Il problema del cambiamento scientifico diventa nei loro scritti predominante, e a loro va attribuito il merito di aver sottolineato la dimensione storico-temporale della scienza.

Questi autori si distaccano dalle tesi della visione ricevuta su parecchi punti qualificanti. In primo luogo, sviluppando la lezione popperiana secondo cui l’osservazione è sempre impregnata di teoria, negano l’esistenza di una radicale antitesi tra la dimensione teorica e quella osservativa. Viene quindi contestata la concezione cumulativa del passaggio da una teoria scientifica all’altra, ragion per cui i contenuti di una teoria non vengono interamente preservati quando essa viene sostituita da un’altra. E’ facile comprendere che, in questo modo, si nega che vi sia l’invarianza di significato degli enunciati osservativi nel processo di cambiamento teorico.

Si nega, inoltre, la possibilità di verificare o falsificare in modo definitivo le teorie ricorrendo a un canone assoluto e stabilito una volta per tutte. La valutazione delle teorie è un’operazione complessa, in cui entrano in gioco fattori pragmatici e storici che trascendono qualsiasi logica della giustificazione intesa in termini meramente formali. In altre parole, il cambiamento scientifico ha carattere essenzialmente diacronico e risente in maniera essenziale dei mutamenti che avvengono nel contesto storico-sociale. Ne consegue che l’insistenza sugli aspetti puramente logici della giustificazione conduce a trascurare – come è in effetti avvenuto in ambito neopositivista – l’aspetto “dinamico” della scienza e il contesto più vasto (pratico, storico e sociale) in cui la scienza stessa nasce e si sviluppa.

Ogni tipo di fondazionalismo deve perciò essere abbandonato, dove per “fondazionalismo” s’intende la tesi che vi siano “entità ultime” (atomi logici russelliani, protocolli neopositivisti, etc.) cui tutto il resto può essere ridotto. Non si dà, di conseguenza, un’unica teoria “vera” che sia in grado di rappresentare in modo perspicuo la struttura della realtà indipendente dall’osservatore, né la scienza può essere vista quale strumento in grado di fornire l’unico accesso epistemico al mondo, eventualmente ricorrendo a un vocabolario semanticamente puro e generatore automatico di verità. In ultima analisi, i nuovi filosofi della scienza si contrappongono ai loro predecessori per il primato attribuito alla dimensione teorica nei confronti dell’osservazione.

Venendo ora ai contributi di Thomas Kuhn, osserviamo innanzitutto che questo autore è stato uno dei primi a revocare in dubbio il carattere cumulativo e progressivo della scienza sostenuto dalla visione ricevuta. Non è a suo avviso corretto affermare che le teorie scientifiche sono superate a causa di un progressivo accumularsi di dati contrari. Si deve invece riconoscere che una teoria viene rimpiazzata da una teoria successiva perché quest’ultima è in grado di risolvere problemi che risultavano prima insolubili. L’astronomia copernicana, ad esempio, ebbe successo a causa dell’incapacità dell’astronomia tolemaica di risolvere i problemi e i rompicapo che si erano manifestati al suo interno. Crebbe quindi nella comunità scientifica la sensazione che occorreva superare lo schema concettuale tolemaico se si desiderava dare una soluzione a quei problemi, e il sistema copernicano emerse proprio come risposta a tale frustrazione. Le crisi che si manifestano nelle teorie scientifiche di successo acquistano quindi un peso decisivo nell’epistemologia kuhniana, in quanto segnano il passaggio da un periodo di scienza “normale”, in cui i presupposti di base di una certa teoria non vengono messi in dubbio, a un periodo di scienza “straordinaria”, nel quale detti presupposti vengono sottoposti a critiche sempre più severe. Agli occhi di Kuhn, questo è l’unico modello in grado di farci realmente comprendere il fenomeno del cambiamento scientifico.

Definendo “paradigma” una teoria o un insieme di teorie accettate in un particolare periodo storico, Kuhn concentra la propria attenzione sul cambiamento dei paradigmi, sulle difficoltà che si manifestano all’interno di un paradigma quando alcuni problemi si rivelano insolubili, e sulla cosiddetta “incommensurabilità” tra paradigma vecchio e nuovo nei periodi di scienza straordinaria. Si deve notare che, nella concezione kuhniana, i fattori storico-sociali giocano un ruolo essenziale per la comprensione del cambiamento scientifico. Egli non rifiuta soltanto ogni distinzione rigida tra osservazione e teoria, ma anche la dicotomia tra “contesto della giustificazione” e “contesto della scoperta”. Mentre oggi queste intuizioni sono largamente accettate, occorre rammentare l’effetto rivoluzionario che esse produssero a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quando la visione ricevuta era ancora largamente maggioritaria negli ambienti epistemologici.

Altro fatto importante di cui tener conto è che il cambiamento scientifico, e cioé il passaggio da un paradigma a un altro, non avviene per gradi, bensì mediante il rimpiazzamento totale del vecchio paradigma da parte del nuovo: di qui, per l’appunto, l’incommensurabilità. In altri termini, non si dà intertraducibilità tra gli enunciati appartenenti a paradigmi rivali.

Ma è pure interessante rilevare che, nel modello di spiegazione del cambiamento scientifico proposto da Kuhn, esiste un certo grado di affinità tra il mutamento scientifico e quello politico. Tanto le rivoluzioni politiche quanto quelle scientifiche si verificano a causa del cattivo funzionamento del sistema: quest’ultimo dà luogo a una crisi che rappresenta l’anticamera della rivoluzione. A livello politico e sociale, le rivoluzioni avvengono per modificare radicalmente le istituzioni mediante procedure non contemplate dal sistema che s’intende cambiare. Ecco quindi il sorgere di tensioni insanabili che conducono, in tempi più o meno lunghi, al collasso delle istituzioni esistenti. E’ piuttosto ovvio, tuttavia, che la vita sociale e politica non può fare a meno delle istituzioni, ragion per cui si procede ben presto alla ricostruzione del tessuto politico-sociale secondo criteri nuovi. La situazione è più o meno la stessa in ambito scientifico, dove la scelta tra paradigmi rivali è una scelta fra “modi di vita” incompatibili, e occorre pure sottolineare che persuasione e retorica giocano un ruolo essenziale nella scelta anzidetta. Kuhn afferma esplicitamente che, dopo una rivoluzione, gli scienziati vivono in un mondo diverso dal precedente, ed è stato a più riprese notato che in un questa visione si cela un’ambiguità di fondo. Che cosa significa, infatti, “diverso”? Se, infatti, egli si riferisce allo schema concettuale mediante cui gli scienziati interpretano la realtà, non sorgono grossi problemi. Qualora si riferisse invece al mondo fisico (non-concettuale), è evidente che una simile posizione avrebbe bisogno di essere difesa utilizzando argomenti più forti di quelli che lo stesso Kuhn propone.

Concludo questa schematica analisi prendendo brevemente in considerazione le posizioni di Paul Feyerabend, l’esponente della nuova filosofia della scienza più noto al grande pubblico. Anche Feyerabend è partito come Kuhn dalle idee di Popper, ma rispetto a quest’ultimo ha compiuto un’operazione che sarebbe risultata impensabile sino a pochissimi decenni orsono: quella cioé di attaccare (negandola) la razionalità scientifica partendo proprio da basi epistemologiche. Con Feyerabend la filosofia della scienza “esplode”, per così dire, dall’interno, sino a trasformarsi in qualcosa di indefinito e difficilmente catalogabile. Feyerabend nega l’esistenza di un metodo scientifico standard in grado di farci pervenire in modo sicuro ai risultati desiderati (e su questo punto gli si può dare almeno in parte ragione). Di qui il suo celebre anarchismo metodologico condensato nello slogan “anything goes” (“tutto va bene”), il che significa che qualsiasi procedura è ammissibile se è in grado di farci conseguire i risultati che ci siamo prefissi.

A questo punto, però, è chiaro che il carattere conoscitivo della scienza – la sua razionalità – viene del tutto eliminato, e la scienza stessa viene assimilata a una qualsiasi altra dimensione dello spirito: arte, religione, poesia (ma anche magia). Non si ha a suo parere un reale progresso con il passaggio dalla teoria tolemaica a quella copernicana, ed egli afferma che lo stesso Galileo ricorse alla propaganda per far avanzare le sue tesi. Il tema dei rapporti tra filosofia e filosofia della scienza diventa, in questo contesto, improponibile e inutile in quanto per il nostro autore esse sono entrambe frutto di un particolare tipo di razionalità – quello occidentale – che non può affatto vantare qualche supremazia su tipi diversi di razionalità, ivi inclusi quelli delle tribù primitive. Di qui l’affermazione di voler difendere la storia liberandola dalle “catene” che l’epistemologia sia neopositivista che popperiana le ha imposto, e ciò al fine di rivalutare le tradizioni culturali diverse rispetto a quella occidentale.

Poiché la scienza o, ancor meglio, la “pratica” scientifica non ha mai utilizzato un metodo come quello ipotizzato da neopositivisti e neoempiristi, è assurdo caratterizzare la scienza stessa in termini di razionalità. Anche per Feyerabend retorica, persuasione e propaganda sono fattori essenziali quando si tratta di determinare perché alcune teorie scientifiche hanno successo, e ogni spiegazione dei progressi compiuti in ambito scientifico deve sottolineare la creatività che accomuna lo scienziato di genio all’artista (“scienza come arte”). E’ dunque lo slogan “tutto va bene” l’unico tipo di spiegazione che lascia lo sviluppo scientifico libero di seguire il suo corso: l’anarchismo feyerabendiano non pone vincoli di sorta alla proliferazione di teorie rivali.

La stessa nozione di progresso scientifico che si realizza entro i limiti di un paradigma o di un programma di ricerca è un’illusione, un artificio che nulla ha a che fare con la pratica concreta. Né si può concepire la scienza come un’attività che ricorre a regole esplicite per risolvere problemi. Feyerabend è assertore di un pluralismo, tanto teorico che metodologico, estremo, e giunge a sostenere una nozione di incommensurabilità ancora più radicale di quella kuhniana. Dobbiamo insomma riconoscere onestamente – ciò che agli occhi di Feyerabend non fanno le correnti epistemologiche tradizionali – che la scienza “reale” (e non quella sognata dagli epistemologi) è attività essenzialmente anarchica, la quale procede mediante una proliferazione senza fine di teorie conflittuali.

Noto infine che, se ne condividano o meno tesi e metodologie, la nuova filosofia della scienza ha giustamente posto l’accento sui limiti della nostra conoscenza della realtà, giungendo a porre in luce anche i limiti stessi della nostra visione scientifica del mondo. I più radicali tra i suoi esponenti affermano che, a causa dell’intima connessione tra significati, credenze e schemi concettuali, nonché dell’impossibilità di caratterizzare in maniera linguisticamente perspicua i dati osservativi, i fondamenti dell’epistemologia neopositivista si sono rivelati illusori. Naturalmente questo relativismo, pur essendo diffuso, è respinto da molti epistemologi dei nostri giorni, anche se risulta difficile contestarlo basandosi soltanto sulla strumentazione offerta dai classici della visione ricevuta.

In fondo, la nuova filosofia della scienza altro non fa che sviluppare l’intuizione del grande fisico Werner Heisenberg, quando affermava che “La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. E’ qualcosa, questo, cui Descartes poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione fra il mondo e l’Io”.

Featured image, Hans Reichenbach
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