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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Sull’importanza dello studio dei linguaggi di programmazione nella scuola dell’obbligo. E su un momento topico del “The Social Network” (2010) sceneggiato dall’immortale Aaron Sorkin.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

220px-Social_network_film_posterdi Rina Brundu. Leggevo, alcuni giorni fa, dell’ennesima riforma scolastica italica che il governo Renzi intenderebbe fare. Con sgomento ho appreso che la programmazione informatica non è tra le materie pregnanti prese in considerazione per la futura scuola dell’obbligo; insomma, un poco come se quando eravamo studenti noi, il ministro della scuola di quei giorni lontani si fosse scordato di farci studiare la matematica.

Non sono un’insegnante ma ritengo di poter parlare con cognizione di causa, se non altro perché ho fatto la mia gavetta lavorativa e tecnica in quell’Irlanda del primo boom economico, ovvero in quel magico periodo di inizio millennio in cui le multinazionali informatiche di mezzo mondo, e della Silicon Valley in particolare, trasferivano nell’isola smeralda i loro head-quarters europei, con tutto quel che ne è venuto. Vivo, vivissimo è nella mia memoria il ricordo di quei tempi “eroici” in cui era più facile trovare lavoro che parcheggio nel centro di Dublino (e non solo), e di quando noi giovani laureati di tutta Europa venivamo assunti da questa o quell’azienda per “supportare” i loro clienti ancora digitalmente inesperti nei nostri stessi paesi di provenienza. Ricordo il training, il nostro agitarci intorno ad enormi “motherboard” di computer che oggidì apparirebbero alla stregua di antichi dinosauri, ricordo l’incredibile know-how acquisito che ci sbalzò all’improvviso dai ritmi analogici e lenti che avevamo vissuto fino a pochi anni prima in una dimensione dinamica, completamente diversa e decisamente elettronica.

Dentro questo contesto fortemente tecnicizzato, lo studio dei linguaggi di programmazione era la conditio-sine-qua-non per fare una differenza. Impossibile, tra le tante, dimenticare quell’incredibile scena di “The social network”(2010) – lo straordinario film di David Fincher con immortale sceneggiatura dell’incredibile e mitico Aaron Sorkin, nella quale Mark Zuckerberg assume il primo programmatore della sua futura company Facebook, dopo che questi si è quasi “cannato” con una sorta di maratona programmativa andata avanti per ore e ore. “The job is yours!” o qualcosa del genere, sentenzia infine il futuro guru feisbukico al nuovo assunto, come a dire, è tuo di diritto, te lo sei guadagnato con la tua bravura, con i tuoi skills!

Skills, ovvero abilità tecniche e lavorative che, nel caso dell’informatica, occorre mettere in cantiere sin da piccoli, piccolissimi, già dai tre anni (forse meno), in poi, se si vuole sperare di poter fare una differenza nel mondo che verrà. Da questo punto di vista, fanno impressione quei genitori italiani – sentiti con le mie orecchie – che “minacciano” ragazzetti di dieci-quindici anni, ormai “anziani” in termini di capacità di apprendimento ottimale di date dinamiche logico-matematiche, di ritorsioni-digitali (i.e. non ti compro il computer, ti tolgo il computer se non fai i compiti e altre baggianate simili!), se non ottengono “risultati” soddisfacenti e congruenti con i loro datati parametri formativi ed educazionali.

I linguaggi di programmazione come materia obbligatoria sin dalle elementari, subito! Subito, se vogliamo dare un futuro valido ai nostri figli, se vogliamo dar loro una reale chance di giocarsela ad armi pari con i loro coetanei nel mondo, se vogliamo dare una vera possibilità di emancipazione lavorativa ed intellettuale alle bambine (e a questo proposito, fanculo la festa della donna!), ma finanche per motivi terapeutici. Sì, perché non sono pochi i grandi luminari della medicina che – parlando di prevenzione – consigliano l’attività “sportiva” neuronale per combattere tante malattie degenerative come il terribile Morbo di Alzheimer. Basta, o serve aggiungere altro per perorare al meglio questa causa?

Featured image, locandina.
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6 Comments on Sull’importanza dello studio dei linguaggi di programmazione nella scuola dell’obbligo. E su un momento topico del “The Social Network” (2010) sceneggiato dall’immortale Aaron Sorkin.

  1. alfonso cataldi // 7 March 2015 at 20:02 //

    Cara Rina, non ce la facciamo in Italia non ce la facciamo. Mia figlia già a tre anni smanettava sullo smartphone e certi miei colleghi non lo comprendono. Però c’è sempre il caso di Steve Jobs che non faceva usare la tecnologia ai figli

    • Caro Alfonso, non credere alle baggianate che Steve Jobs non faceva usare il computer ai suoi figli, tranquillo che quei ragazzi le dinamiche digitali le hanno respirate dal primo vagito, esattamente come il dottor Brian Greene insegna alla sua figlioletta di pochi anni la fisica quantistica.

      Il problema infatti non sono i figli “fortunati” di questi personaggi, ma sono le grandi masse che non hanno accesso a questi meccanismi di formazione naturale. In futuro il ghetto principale sarà formato da coloro non sufficientemente “svegli” per stare al passo… e che non importa il loro dinero, o la fortuna dei padri, resteranno sempre indietro.

      Questo è il mondo che viene: bellissimo ed entusiasmante per i tanti, allucinante per le moltitudini. Assicuroti che Orwell non aveva proprio sbagliato con le sue distopie, il bello deve ancora venire. L’unica consolazione è che noi per allora saremmo già andati o al più rinati con altra capacità neuronale.
      Ciao

      PS Fai fare a tua figlia lezioni private di programmazione… se aspetti Renzi stai fresco! E si, che in Italia ce la facciamo, posso garantirlo dato che per lavoro ho incontrato in passato molte brillante menti informatiche italiche! Di fatto l’intelligenza non ci fa difetto, come la furbizia…

      • alfonso cataldi // 7 March 2015 at 23:00 //

        Ma io sono sicuro delle menti fervide italiane non solo i campo informatico. ho detto che non ce la facciamo per le strutture carenti. mi diceva un collega che il fine settimana andava a riparare i pc a scuola del figlio per averne almeno qualcuno disponibile. Imparerò io programmazione a mia figlia è il mio lavoro primario. Bel tema Rina.

  2. Se è il tuo lavoro sai benissimo che basta ben poco per risolvere: è una delle tante belle cose del mondo digitale, nessun apparato gigante ma solo neuroni al lavoro! Tutto qui! Senza considerare che la Rete è prateria infinita dove cercare ciò che necessita in questo senso.

    Il problema però si pone per i figli di coloro che non hanno queste conoscenze… forse il 95% dei genitori in Italia, ecco perché la programmazione – da cui dipende tutta la nostra “produzione industriale” futura – deve diventare materia obbligatoria. Fosse per me questa materia e l’inglese si insegnerebbero dalla nursery, dall’asilo… perché é lì, solo lì, che si risolverebbe il problema for good… alla radice!

    Sì, un bel tema e ce ne sono anche altri simili, solo che a volte si ha paura di affrontarli… anche perché non credo che al momento ci sia un pubblico italiano dedicato… sono più interessati a Masterchef ai Balli sotto le stelle e alle cazzate varie! Then again, who knows who’s choosing the best life path? No-one!

  3. Ciao Franco,
    Io faccio centro sovente e la punteggiatura va dove dico io perché la storia dell’obbligo e anche molta altra l’ho già fatta; Rosebud non è il cassetto di un maestrino elementare! Preferiamo di gran lunga James Joyce…
    Ciao, grazie del tuo commento.

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