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Sul ruolo dell’Australia nell’area del Pacifico

di Michele Marsonet. Se si osserva con attenzione la dislocazione delle varie nazioni nell’area del Pacifico è facile restare colpiti dalle dimensioni dell’Australia, un vero e proprio continente con territorio superiore a quello dell’intera Unione Europea. Più di 7 milioni e mezzo di chilometri quadrati: un’estensione enorme. La differenza risiede però nel fatto che l’attuale UE supera i 500 milioni di abitanti, mentre l’Australia ne conta soltanto 23.

In una fase storica come questa, nella quale in Estremo Oriente l’espansionismo cinese sta causando un veloce riarmo del Giappone, non bisogna quindi farsi ingannare dalle dimensioni territoriali. Contano altri fattori tra cui, per l’appunto, la numerosità della popolazione. E da questo punto di vista l’Australia – com’è sempre avvenuto nel corso della sua storia – è nettamente sfavorita. Potenza regionale certamente, ma lo scarso numero di abitanti la rende dipendente in materia di difesa. Ciò significa che, come altri Paesi dell’area, si basa in modo essenziale sullo scudo americano.

Gli australiani hanno fama di ottimi soldati. Lo capirono ben presto gli italiani che combattevano in Africa settentrionale al fianco dell’Afrika Korps di Rommel e contro gli inglesi. Le truppe dell’allora Dominion britannico, pur non presenti in modo massiccio, inflissero spesso agli italo-tedeschi solenni batoste. E lo scoprirono pure i giapponesi, i cui strateghi volevano conquistare quel continente per dare confini stabili alla loro “area di co-prosperità comune della Grande Asia”. Gli australiani non erano numericamente significativi ma riuscirono spesso a sconfiggere i nipponici.

Le forze armate australiane sono tecnologicamente avanzate ma, ancora una volta, piuttosto ridotte sul piano quantitativo. Sono intervenute a supporto degli USA in Corea e Vietnam, e poi anche negli ultimi conflitti in Medio Oriente. Nella loro area geografica hanno inoltre operato con successo a Timor Est.

Il maggiore motivo di preoccupazione è costituito dall’Indonesia che è – anche se non tutti lo sanno – il più popoloso Stato musulmano del mondo. 250 milioni gli indonesiani e, come notavo in precedenza, solo 23 milioni gli australiani. Non solo. Questi ultimi hanno un tasso di natalità assai basso (simile al nostro), mentre quello del vicino arcipelago è altissimo. Come se non bastasse, c’è stata negli ultimi anni una crescita sostenuta del fondamentalismo islamico anche nella ex colonia olandese.

Essendo le coste indonesiane a un tiro di schioppo dall’Australia, il flusso migratorio è forte e di recente il terrorismo islamista ha preso piede anche nel Paese dei canguri (come dimostrano stragi e attentati a Sydney e in altre città). E’ interessante notare a tale riguardo che, pur mantenendo un saldissimo vincolo di alleanza con Stati Uniti e Nuova Zelanda, il governo di Canberra sta mettendo in atto una politica di avvicinamento alla Cina, ulteriore dimostrazione della potenza crescente della RPC.

Avendo insegnato anni fa all’università di Melbourne, la più “british” tra le metropoli australiane, so che gli abitanti di questa immensa nazione si sentono un pezzo di Occidente incastonato tra Paesi asiatici assai più popolosi, e questo suscita un senso d’insicurezza. L’eredità inglese è ancora ben percepibile, anche se meno rispetto ai primi decenni del dopoguerra, come dimostra il perdurante rispetto di gran parte della popolazione per la monarchia britannica. E si sentirono traditi, gli australiani, quando si venne a sapere che Winston Churchill aveva ipotizzato di abbandonarli al loro destino al tempo della massima espansione bellica giapponese.

Né si deve dimenticare che della celebre – e tuttora piuttosto misteriosa – rete “Echelon”, il maggiore sistema d’intercettazione globale delle comunicazioni, fanno parte proprio l’Australia assieme a USA, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito. Una ferrea alleanza informativa tra le nazioni che per comodità definisco “anglosassoni” (anche se il termine non è del tutto corretto). Sono note le polemiche seguite alla sua scoperta e all’ipotesi che a dirigerne le operazioni sia la NSA americana.

L’Australia, come l’Argentina di Papa Bergoglio, si trova “alla fine del mondo”. Tuttavia l’importanza crescente dello scacchiere del Pacifico e la sua stessa posizione geografica la rendono preziosa per i vari attori che adesso si contendono la supremazia nell’area. Resta comunque evidente che, a causa dei limiti cui ho accennato in precedenza, non potrà mai avere un ruolo di grande Potenza.