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Charlie Hebdo oscura le vignette sotto accusa, ma é una sconfitta, per tutti. E sugli obblighi morali e di solidarietà del giornalismo.

Earlierbrunodi Rina Brundu. Dopo la notizia del tragico attentato nella sede parigina di Charlie Hebdo, giornale satirico di cui avevo sentito parlare ma che non conoscevo, ho voluto visitarne il sito, http://www.charliehebdo.fr/. Sono riuscita a starci cinque minuti circa, il tempo di leggere alcuni articoli e ammirare lo straordinario lavoro che fa la redazione, apparentemente senza guardare in faccia nessuno. Un sito quasi d’altri tempi, di quando la lotta socio-politica era prima di tutto convinzione, brillante opposizione di intelletti, di idee.

Poi ho notato che la connessione era lenta, quindi ho cliccato sull’immagine di un libro la cui coperta era data da una vignetta del Profeta, ma mentre la pagina linkata si apriva (vedi screenshot sottostante), il contenuto non era già più disponibile. Dopo un po’ anche le altre pagine non erano accessibili, oppure erano visibili a momenti alterni, proprio come continuano ad essere nel momento in cui scrivo. Un peccato! Un peccato perché quando si fa tacere una voce libera – e quando questa voce libera viene fatta tacere nel modo barbaro in cui sono stati zittiti questi giornalisti francesi – perdiamo un po’ tutti; perdiamo qualcosa di molto importante, qualcosa di non immediatamente visibile ma che risolve nell’essenza stessa che ci distingue dagli altri esseri che insieme a noi abitano il pianeta.Image2

É stato quindi con grande stupore che mi è capitato di leggere in calce a dati articoli sull’attentato di oggi, commenti deliranti in virtù dei quali in fondo in fondo quei giornalisti se la sarebbero cercata, accompagnati dal monito a non scherzare con le autorità religiose: sorprende che simili commenti vengano permessi nei nostri giornali, ma immagino che se venissero tolti anche noi diventeremo i censori che non vorremmo mai essere. Personalmente ritengo che il lettore responsabile per cotanta cogitazione stia facendo un pò di confusione sia su ciò che è o dovrebbe essere la reliigione, sia su ciò che è o dovrebbe essere il giornalismo.

Avendo numerosi amici di religione musulmana, avendo ospitato e continuando ad ospitare tanti articoli di autori arabi tra queste pagine, credo che di tutto mi si possa accusare tranne di essere prevenuta contro le cose dell’Islam. E se ciò non fosse sufficiente – viste le discussioni che ho avuto di recente a proposito dei pericoli che portano seco le visioni del mondo che non siano laiche e pragmatiche – basti la mia ferma convinzione che prima ci lasciamo dietro, tutti quanti, i retaggi di quello che impropriamente chiamo pensiero medievale, meglio è; detto altrimenti al massimo mi si potrebbe accusare di essere prevenuta contro le religioni, tutte, senza distinzione di sorta.

Detto questo penso pure che ogni credo religioso non violento (non bisogna confondere l’Islam che è religione con il fanatismo religioso, esattamente come non bisognerebbe confondere Torquemada con l’animo nobile di San Francesco), vada rispettato, di qualunque tipo sia e qualunque siano le sue regole. Va rispettato perché – mercé l’indottrinamento più o meno forte che tutti noi riceviamo fin da bambini – in alcuni individui diventa tuttuno con le ragioni morali, filosofiche, del loro esistere. E va rispettato perché in altri individui questi riti e questi miti servono ad oggettivare la pulsione verso l’assoluto e il metafisico che è in noi. Ne deriva che se è dogma della religione musulmana che il suo Dio e il suo rappresentante in terra, ovvero il Profeta (che tra l’altro era personaggio molto saggio, consiglio di leggerne la storia), non vengano raffigurati con icone varie, quel dogma va rispettato. Anche e soprattutto da noi. Ma il rispetto – lo dico all’indirizzo del commentatore di cui sopra – deve essere reciproco, sempre! E il rispetto per la vita non può venire secondo a nessuno, neppure a quello che dobbiamo ad un’autorità religiosa!

Sempre allo stesso commentatore, e a tutti coloro che sono stati sfiorati da pensieri simili ai suoi, vorrei invece ricordare che il giornalismo, quello vero, non è un mero esercizio di scrittura come sovente si fa tra le pagine dei quotidiani italiani. Vorrei ricordargli che un articolo di giornale degno di questo nome non è una sequenza di segmenti scritturali a loro volta identificabili in un pattern conosciuto soggetto-verbo-complemento (già ridicolizzato alla grande da Joyce in tempi non sospetti); tanto meno è un esercizio di know-how culturale e di perizia estetica che in tempi di mare-magnum digitale si perderebbe come perla inutile tra i grani di una risaia…

Il giornalismo, quello vero, è prima di tutto coraggio nell’esprimere le nostre convinzioni personali e professionali (no matter what), forza delle idee, determinazione a difenderle. Soprattutto è capacità di distinguere il quid-che-vale dentro di noi e negli altri, finanche a morire per proteggere quel qualcosa in più. Francamente non riesco a pensare a nulla che abbia più valore di quel nostro guizzo d’intelletto che ci permette di ridere di noi stessi, di tutti i nostri miti, di tutti i nostri riti: per quel che può servire, solidarietà totale e ammirazione incondizionata ai giornalisti di Charlie Hebdo e a tutti coloro che nei secoli sono morti per difendere il bene più prezioso: la libertà!

Featured image, the earliest depiction of Bruno is an engraving published in 1715 in Germany, presumed based on a lost contemporary portrait.
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