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Uno straordinario diario ottocentesco

di Emilia Belzoppi Bondanini. Non posso vincere l’impulso del cuore che da tempo si spinge a scrivere sopra un passato che contiene tante gioie e tanti dolori.
Era mia intenzione di limitarmi cominciando dal mio matrimonio, ma l’affetto santo e infinito verso i miei amati genitori mi hanno fatto cambiar pensiero e mi sono decisa di incominciare dalla mia nascita.
Qual cosa mi spinge a ciò? Non ne trovo che una ragione, una sola: la speranza di rivivere nella mente e nel cuore dei miei figliuoli e di avere da essi, maschi e femmine, una preghiera per la povera anima mia che trovasi in chissà quali angustie e patimenti.

Lo faccio anche perché queste cose intime non andranno sotto gli occhi di alcuno che non sia mio figlio e perché la strada da me percorsa potrà essere faro ai miei cari per i disinganni provati e per i conforti e gli aiuti ottenuti da Dio mercé la preghiera.

Un altro motivo vi è da aggiungere: quello di darvi un’idea di quali fossero gli avi vostri, i miei amati parenti.

Nacqui nel Febbraio 1833, non attesa, perché il primo frutto fu pure egualmente di sesso femminino e certo vi era desiderio di un maschio, ma pure fui gradita perché, a genitori di cuore retto, è caro il figlio di qualunque sesso sia. Ebbi a santolo il Dott. Giuseppe Bergonzi, professore in medicina, residente in San Marino mia patria, per affari politici.

Mio padre fu Domenico Maria Belzoppi, di onesto casato, ma più nobile d’animo, che fu legale solo per difendere la causa del povero e dell’afflitto e per sostenere i diritti della vedova e dell’orfanello. Mia madre Maria Giannini, pure nobile di antico casato era donna di cuore magnanimo, di pronto ingegno, di animo forte eccellente massaia. Allevò col proprio latte tutti sei i figliuoli che ebbe e ci amò di forte e imparziale amore.

Per noi non vi fu né convitto né monastero: crescemmo al fianco di nostra madre che ci fu istitutrice e maestra. Innestò per tempo nei nostri teneri cuori le sante massime del Vangelo, c’inspirò all’amore del Cristo e della Divina Sua Madre, ci aprì l’adito alla virtù, praticandola ella stessa sotto gli occhi nostri.

Quando nacqui io, vivevano ancora il nonno e la nonna. Mi ricordo del nonno come di un lontano sogno: mi pare che fosse un uomo alto di statura e che portasse un cappotto lungo con due baveri, larghi come altre due mantelline, una più lunga e l’altra più corta. Ricordo che mi amava molto: mi diceva che ero il suo sole, mi dava dei dolci.

Un dì mi portarono a lui che era nel letto: mi volle accanto a sé; io lo accarezzai colle mie piccole mani ed esso si mise a piangere.

Mi portarono via. Non ricordo altro di lui. Seppi in seguito che era stato colpito da una paralisi e non poteva parlare ed esprimeva l’affetto, versando lacrime. Ebbe una replica e morì.

So che era uomo di specchiata onestà, dedicato al commercio; aveva due fratelli preti, uno Don Francesco Uditore in Genova ma che venne a morire in casa e l’altro, il famoso Dottor Ignazio, professore di lettere in varie città d’Italia e poeta di vaglia dei suoi tempi. Molte sue poesie e fra l’altro un poema satirico intitolato “Il Bertuccino”, mettevano alla gogna i personaggi della Repubblica di San Marino che toccavano il ridicolo per ignoranza e presunzione. Lo sorprese la morte e non poté terminarlo; lo compose nel lasso di sua lunga malattia.

Babbo ebbe un fratello e due sorelle: il fratello si chiamò Giacomo e seguiva il padre nella mercatura. Morì di anni ventuno, in solo tre giorni di malattia.

Babbo studiò avvocatura all’Università di Perugia e compì lodevolmente i suoi studi. Tornato in paese, s’innamorò della mamma e, ad onta della contrarietà dei genitori che ambivano a dote maggiore, durò dieci anni in questo stato, innamorato non tanto del volto quanto delle virtù di lei, risoluto di non ammogliarsi se non con quella che il suo cuore aveva scelto.

Durò e vinse: sposò la mamma il primo dì del 1831, fu accolta in famiglia, trattata con tutti i riguardi che si usano fra persone educate e come meritava l’educazione, la nascita e l’onestà di lei.

Nel Dicembre del 1831 ebbero la prima figlia che chiamarono Giacomina per rinnovare nel nome la madre del nonno; poi, nel 1833, nacqui io e nel marzo 1835 la terza bambina che chiamarono Checchina per rinnovare il nome del fratello del nonno.

Ricordo come cosa molto confusa un avvenimento avvenuto nella mia fanciullezza. Mi pare che mi trovassi in un legno con due cavalli; vi era la mamma, dei signori, io e le mie sorelline. Non so perché mi trovai nelle braccia di un uomo che, come gli altri due, avevano in braccio le mie sorelline; essi ci alzavano sul capo del popolo che si affollava lungo la strada … e urlavano forte e ci tenevano in alto. Non ricordo altro, se non che una sera, che la memoria non saprebbe collegare ad una data, fu gran festa in casa.

Le sale erano illuminate e le candele accese innanzi agli specchi appesi alle pareti. Tutte le porte erano aperte e tanti tanti signori e signore andavano e venivano: si mangiarono dei dolci, si bevvero liquori … ecco forse il motivo che mi s’impresse. Ma no: fu la pressa straordinaria delle persone che vidi in casa e gli evviva che si facevano al di fuori e tanta gente che beveva vino e mangiava ciambelle sotto il porticato e nell’andito di casa. Mi pare di vederli con tanti orci di vino che dispensavano.

Nella mia piccola mente questo avvenimento s’impresse come un bel quadro o meglio, come una fotografia e, fatta grandicella, ne chiedevo spesso alla mamma: – Che era quella sera? perché tanta gente? … e poi perché mai più così una festa? Ella rispondeva “- Ve lo dirò poi, quando meglio mi potrete comprendere”.

Noi si viveva in una invidiabile pace domestica e nell’agiatezza. L’amministrazione del patrimonio diretta da una donna d’ingegno e di buon gusto come era la mamma, dava alla nostra casa, quasi un aspetto signorile.

La famiglia fu accresciuta prima di un maschio che morì di otto mesi di vaiolo e che costò tante lacrime ai genitori che ambivano di averlo, poi ancora di altri due maschi: Vincenzo che rinnovava il fratellino ed il nonno e Ignazio che rinnovava il Professore.

Vincenzo era un fanciullo delicato, bello ed amabile. Aveva fronte spaziosa, viso di cherubino; occhio luminoso e bruno, capelli ricci e biondi che, in gentili anella, gli scendevano sugli omeri. Il suo carattere era dolce ed affettuoso, perdonava facilmente e si lasciava persuadere dalla ragione; tutti lo amavano perdutamente.

Ignazio, che chiamavano col vezzeggiativo di Zino era bianco e biondo e non riccio, di belle fattezze, d’occhio sorridente e talvolta truce; cresceva rustico e sfuggiva di trovarsi fra persone di soggezione. Amava la campagna, la libertà e la caccia di qualunque genere era la sua passione. Cominciò da piccino a dar la caccia agli insetti. Eravamo nel nostro Casino di campagna, quando la mamma lo trovò lieto e sorridente che stringeva in mano un grosso scorpione il quale dimenava incessantemente le sue branchie schifose per sciogliersi da quella stretta e rivoltava la biforcuta codaccia per pungerlo.

Nel timore che lo mordesse la mamma si accostò non vista e percuotendolo sul braccio, glielo fece gettar via e lo uccise; del che pianse non poco.

Era poi di cuore tenero e umano verso gli uomini e le bestie; a segno di dover uccidere polli e piccioni osservava di nascosto e se avveniva che li vedesse morti, li recava in grembo e li contemplava tessendo elogio delle belle penne, del becco, degli occhi che vedeva come i suoi e piangeva amaramente.

Di temperamento sanguigno, cresceva rigoglioso e nello sviluppo della persona, cresceva di forza, di robustezza e divenne collerico. Contrariato, sbuffava … s’incolleriva … ma presto la ragione prevaleva e tornava tranquillo. Fra tutti, io, più che gli altri, lo sopportavo, più che altri lo scusavo e compativo perché il mio carattere era a un di presso come il suo.

Io pure sentiva l’impeto della collera e amavo correre i campi sotto la sferza del sole con un cappellino di paglia dal lungo nastro rosso a pigliar farfalle, locuste, grilli, lucertole, ramarri e perfino salamandre; passavo in campi coperti di lato trifoglio senza curarmi né di serpi né di altre bestiacce. Solo il ragno mi faceva un ribrezzo che, neppure ora, posso vincere: ciò è ingenito nel mio cuore essendo pure la mamma paurosissima del ragno e così sono i miei figli, tolto Settimio che ha la forza di prenderli in mano. Debolezza umana, ma che prova quanta influenza abbia la madre sopra i figliuoli.

Nota redazionale: grazie a Pietro Bondanini e all’editore Lampi di Stampa.

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