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L’amico di Wittgenstein

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

The_Wittgensteins_1890di Michele Marsonet. Ludwig Wittgenstein si considerava, ancor prima che un filosofo nel senso accademico del termine, un uomo alla perenne ricerca di un equilibrio esistenziale tanto desiderato quanto difficile da raggiungere. Del resto, che il rapporto tra filosofia e vita costituisca “la” chiave per comprendere il suo pensiero è ormai un fatto assodato.

Assai più arduo risulta invece capire “come” egli concretamente intendesse tale rapporto. Wittgenstein affermò una volta che “logica, etica ed estetica sono una cosa sola”, e su questa frase, tipica del suo stile lapidario e un po’ sibillino, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Per il filosofo austriaco la logica – correttamente intesa – è uno strumento indispensabile per l’orientamento dell’uomo nel mondo. Si tratta, in sostanza, di comprendere che i problemi etici ed estetici (ma anche quelli politici e scientifici) sono certamente problemi “reali”, ma possono trovare una corretta impostazione soltanto all’interno dei confini che il nostro stesso linguaggio ci impone.

Il riconoscimento dei limiti del linguaggio e della sottile barriera che separa il senso dal non-senso presuppone in modo primario l’onestà di ognuno di noi verso se stesso, nonché la consapevolezza della nostra inevitabile connotazione di esseri finiti.

Wittgenstein non è mai stato, come molti hanno detto, un neopositivista e un critico iconoclasta della metafisica, sottolineando invece a più riprese il suo debito nei confronti di Goethe, Spengler e Tolstoj. Ma il suo lavoro evita anche la tentazione – di segno opposto e oggi alla moda – di tratteggiarlo come un irrazionalista. E’ infatti innegabile la sua influenza sul neopositivismo logico e sulla filosofia analitica del linguaggio, ma è pure plausibile ritenere che Wittgenstein, il quale già in vita aveva regolato i conti con il neopositivismo, non esiterebbe a regolarli – se ancora vivesse – con un certo modo odierno di intendere l’analisi del linguaggio.

Occorre inoltre attribuire il giusto peso ad alcuni tratti salienti della personalità del filosofo, per esempio la sua (da alcuni negata) omosessualità. Wittgenstein era in effetti omosessuale, per quanto assai discreto e afflitto da perenni sensi di colpa. Tuttavia non è questo fatto a fornirci la chiave per intendere la sua vita, bensì l’atteggiamento nei confronti del sesso in quanto tale.

Pur considerando l’amore come un bene estremamente prezioso, Wittgenstein fu sempre a disagio nei confronti della sessualità intesa in senso lato, in quanto a suo parere essa ostacolava la realizzazione di quella “vita etica” che sempre costituì l’obiettivo della sua ricerca esistenziale e filosofica (ammesso che questi due aggettivi possano, nel suo caso, venir effettivamente separati).

Emerge, insomma, l’immagine di un pensatore che ha inteso la filosofia quale mezzo per perfezionare se stesso e non come strumento per raggiungere una gloria effimera e puramente personale (e si tratta di un caso piuttosto raro nel panorama filosofico del XX secolo). L’animo di Wittgenstein fu profondamente religioso, anche se la religiosità che gli importava era di tipo interiore; “il Dio che mi abita in petto” è l’espressione da lui favorita per riferirsi alla divinità. Collegata a questo tema è l’ostilità nei confronti dello scetticismo il quale, a suo avviso, non si accorge che è impossibile mettere in dubbio sul piano della sensatezza i giudizi del senso comune, poiché ciò equivale a dubitare della stessa “cornice di riferimento” in cui il dubbio può essere posto.

Dicevo prima dell’importanza del rapporto tra filosofia e vita. In effetti quando nell’autunno del 1911 Wittgenstein giunse a Cambridge per seguire le lezioni di Bertrand Russell, il carattere solitario e le “strane abitudini” che più tardi entreranno a far parte del suo mito gli impedirono di stringere solide amicizie. Il fatto è che, per diventare amici del filosofo austriaco, occorrevano doti non comuni. Una grande pazienza, anzitutto, indispensabile per tollerare gli scatti d’umore e le improvvise depressioni che segnavano immancabilmente le sue giornate. E poi una notevole sensibilità che consentisse di scoprire, al di là delle apparenze, i tratti inconfondibili del genio.

Wittgenstein ebbe in effetti la fortuna di conoscere, ad alcuni mesi di distanza dal suo arrivo in Inghilterra, una persona di quel tipo. Si trattava di David Pinsent, un giovane studente quasi suo coetaneo (Wittgenstein era nato nel 1889, Pinsent nel 1891) incontrato durante una delle riunioni che Russell soleva organizzare con cadenza settimanale nel suo alloggio al Trinity College. Lo stesso Pinsent tenne in quegli anni un diario, disponibile anche in italiano per i tipi di Bollati Boinghieri con il titolo “Vacanze con Wittgentein. Pagine di diario”.

La data d’inizio della narrazione è il 4 maggio 1912, quando David Pinsent incontra a un concerto “un tedesco che avevo già visto chez Russell, un tipo abbastanza interessante e simpatico, anche se ha un senso dell’umorismo alquanto greve”. E’, questa dei concerti di musica classica, una costante dell’amicizia tra i due giovani e il collante primario del loro rapporto. Entrambi appassionati del genere, concludevano spesso la giornata con esecuzioni private: Pinsent eseguiva al pianoforte pezzi di Mozart, Schubert, Beethoven e Brahms, mentre Wittgenstein lo accompagnava fischiettandoli alla perfezione. In breve tempo l’amicizia si approfondì e divenne in pratica una frequentazione quotidiana, favorita dall’interesse dell’inglese per i fondamenti della logica, argomento in cui Wittgenstein, pur molto giovane, aveva già conseguito risultati fondamentali.

Alcuni mesi dopo, e precisamente in settembre, i due decidono di trascorrere insieme una vacanza in Islanda, ed è a questo punto che la “stranezza” del filosofo assume agli occhi di Pinsent contorni più precisi. Tra soste in sperdute fattorie e visioni di aurore boreali, Wittgenstein sprofonda spesso in cupe depressioni e se ne sta silenzioso per ore senza alcun motivo apparente. Non solo: egli pretende dal compagno di viaggio un’attenzione pressoché esclusiva, e ogni conversazione con persone estranee diventa motivo di litigio. A differenza di altri, tuttavia, Pinsent comprende che quella è proprio la natura dell’amico; vale a suo parere la pena di sopportare i momenti di crisi considerando il valore di Wittgenstein sul piano sia intellettuale che umano.

Non mancano nelle pagine del diario notazioni gustose riguardanti parecchi grandi personaggi che a quei tempi insegnavano a Cambidge. Parlando ad esempio di George E. Moore, uno dei fondatori della filosofia analitica e autore dei celebri “Principa Ethica”, Pinsent racconta che “discutendo durante una riunione era così compreso e infervorato che dall’eccitazione è salito in piedi sul divano su cui era seduto”. Il buon senso, la capacità di ascoltare e l’equilibrio dell’autore del diario fanno sì che, nonostante qualche contrasto, il rapporto divenga via via più intenso.

Pinsent era letteralmente affascinato da Wittgenstein, e il suo entusiasmo per le tesi del filosofo aumenta con il progredire del diario. E infatti, troviamo sparse qua e là nelle pagine notazioni in puro stile wittgensteiniano. La logica è descritta come l’unico settore della filosofia in cui è possibile acquisire un qualche tipo di conoscenza, mentre le frasi seguenti anticipano addirittura le posizioni basilari del neopositivismo logico: “Effettivamente la logica è tutta la filosofia. Il resto, che pure viene genericamente definito filosofia, o è metafisica, e quindi senza sbocco per mancanza di dati, o si tratta di scienze naturali, come la psicologia”.

Si giunge così alla seconda vacanza comune che i due compiono in Norvegia nel mese di settembre del 1913. Forse a causa della maggiore confidenza ormai instauratasi, Wittgenstein dimostra minore ritegno nel lasciarsi andare alle sue abituali crisi e Pinsent, puntualmente, commenta: “E’ una persona caotica. Quando ha questi attacchi di malumore devo dimostrare somma attenzione e tolleranza”.

Come in occasione della precedente vacanza in Islanda, anche questa volta sono presenti con frequenza vivide descrizioni del paesaggio frammiste a notazioni sul carattere degli abitanti. Wittgenstein, dal canto suo, è ossessionato dall’idea che le sue ricerche siano inutili e pensa spesso al suicidio, mentre si fa strada nella sua mente il progetto di trascorrere un periodo di isolamento (“da eremita”) in Norvegia, per meglio definire le sue tesi filosofiche. Progetto che, com’è noto, egli realizzò davvero poco più tardi.

Mercoledì 8 ottobre 1913 Pinsent e Wittgenstein si salutarono dopo aver concluso la vacanza norvegese, e non si rividero mai più. Continuarono a scriversi anche dopo lo scoppio della prima guerra mondiale e l’arruolamento volontario del filosofo nell’esercito austro-ungarico, ma la lontananza allentò inevitabilmente il loro rapporto negli anni successivi.

Nel 1918 Pinsent morì, ad appena 27 anni, in un incidente aereo, e quanto fosse stato importante per il filosofo viennese possiamo desumerlo da alcune espressioni contenute in una lettera che egli scrisse alla madre: “David è stato il mio primo e unico amico. Ovviamente ho conosciuto molti giovani della mia età e con alcuni di essi ho avuto ottimi rapporti, ma solo in lui avevo trovato un vero amico. Le ore trascorse insieme sono state le migliori della mia vita, egli era per me un fratello”.

Featured image, i Wittgensteins:  da sinistra Helene, Rudi, Hermine, Ludwig (baby), Gretl, Paul, Hans, and Kurt, around 1890

2 Comments on L’amico di Wittgenstein

  1. Penso che poche persone riescano a riconoscere la coscienza del proprio essere quando le circostanze contingenti, come le guerre, sono costrette a vivere in un orizzonte spaziale e temporale ristretto. Coatti dal bisogno e in ansia per la paura, i sentimenti tumultuano, e la volontà si perde in un labirinto dove coscienza e responsabilità si scontrano con i principi etici ed estetici cosicché ragionevolezza e temperanza cedono il campo agli impulsi passionali che la mente elabora per trovarne una giustificazione.
    Tale doveva essere Pinsent, ossessionato nell’arco di una sensibilità compresa tra la spiritualità e la corporalità e tale era anche Wittgenstein nel più ristretto di un tormento sofferto tra l’etica e l’estetica.
    Non vorrei suscitare scandalo nel proporre che la “logica come strumento indispensabile per l’orientamento dell’uomo nel mondo” intesa in ambiti così ristretti non possa essere ammessa quando si percorrono eventi come quelli in tempi perturbati durante i quali la coscienza sconvolta dal disordine dei sentimenti, svia la volontà di seguire il sentiero della responsabilità e della ragione nel compiere gli atti.

    http://www.pibond.blogspot.it/p/anima-e-corpo.html

  2. Penso che poche persone riescano a riconoscere la coscienza del proprio essere quando le circostanze contingenti, come le guerre, le costringono a vivere in un orizzonte spaziale e temporale ristretto.

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