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La liberaldemocrazia? Non esiste

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

J_S_Mill_and_H_Taylordi Michele Marsonet. Si è spesso detto che il termine “liberaldemocrazia” è un ossimoro, ed è vero. Ci siamo abituati a usarlo nei discorsi dotti e anche nella vita quotidiana, senza spesso capire che democrazia e liberalismo non solo sono diversi, ma possono pure risultare antitetici. Ne scrive in un bel libro, “Alle origini della democrazia di massa” (Editoriale Scientifica, Napoli), Biagio De Giovanni, già docente universitario di Filosofia, parlamentare europeo del PCI e PDS ed ex rettore dell’Orientale di Napoli.

Il fatto è che – afferma l’autore – il dispotismo non è affatto come molti pensano il rovescio patologico della democrazia, quanto una componente che se ne sta annidata nel suo stesso principio, sempre pronta a entrare in campo quando il contesto della storia ne consente l’irruzione, in maniera più o meno drammatica.

Il principio della libertà individuale teorizzato da Isaiah Berlin non è un antidoto sufficiente alla degenerazione della democrazia, poiché non esiste alcuna connessione “necessaria” tra libertà individuale e principio democratico. Il concetto di “democrazia” è intimamente connesso a quello di “uguaglianza” che, in termini democratici, è ben più rilevante della libertà dell’individuo. Per Tocqueville, invece, l’eguaglianza fa emergere la fragilità della natura umana, spinge al conformismo e porta al dispotismo e alla servitù.

Insistere sull’uguaglianza significa mettere l’individuo a completa disposizione della comunità. Inoltre, come aveva notato con acutezza Augusto Del Noce, nella democrazia cade ogni archè trascendente e si manifesta “la pretesa della vita di farsi immanente alla forma politica travolgendone ogni confine. Ciò richiama la necessità di un potere totale destinato a realizzare l’uguaglianza collidendo con il principio della libertà individuale. Il singolo individuo non è più soggetto, bensì oggetto, uno strumento della volontà universale”.

La democrazia fa entrare nella storia una potenza collettiva terrificante e che può assumere nomi diversi: il popolo, la nazione, la classe, la massa, e rappresenta così “l’ingresso generale della vita, di un soggetto unitario e omogeneo, nella politica”. Si trova pertanto in conflitto con il liberalismo e, stando alla vulgata corrente, con la libertà. Soltanto, però, se il termine “libertà” ha una connotazione univoca.

Il comunismo è un sistema antiliberale e anti individualistico, ma vuole realizzare nel modo più radicale la libertà dell’uomo affidata a un’idea di necessità storica, trasferendo la politica dall’individuo alla storia. Subito dopo De Giovanni avanza una considerazione di grande importanza: “Ma non voglio sfiorare la provocazione se aggiungo che anche il nazionalsocialismo, in un senso del tutto differente, voleva la piena libertà di una razza dominante, una volta liberato il mondo dalle anomie di una ‘natura innaturale’, da combattere e annientare: la ‘soluzione finale’ si presentò con questi caratteri”.

Ne consegue che organicismo e omogeneità sono caratteri originari e costitutivi della democrazia moderna, la quale è principio alternativo e inconciliabile rispetto a quello che aveva dato vita all’idea liberale. Fra Stuart Mill e Rousseau il divario è incolmabile, “se non per un punto di tangenza che però finisce con il disegnare ulteriormente il contrasto: ambedue mirano alla libertà dell’uomo, ma Mill la vede possibile solo in un sistema di vita dove la libertà di ciascuno è limite alla libertà dell’altro, Rousseau solo in un sistema dove la democrazia sia diventata principio vittorioso, e la libertà si costruisca in una comunità di destino e nel prevalere della volontà generale, dove quella individuale è organicamente incorporata e negata nella sua individualità”.

Tra queste due idee non esiste per il filosofo attento un ponte o un destino comune, anche se il termine “libertà” è fondamentale per entrambe. Non solo: l’una sembra poter vincere solo sulle rovine dell’altra. Di qui il paragone tra Marx e Schmitt, per lungo tempo considerati pensatori antitetici. Per entrambi i diritti del singolo individuo sono una mera finzione qualora si prescinda dall’insieme organico di cui l’individuo stesso fa parte e che fornisce un senso all’esistenza individuale.

Featured image, John Stuart Mill e la moglie Harriet Taylor

4 Comments on La liberaldemocrazia? Non esiste

  1. avevo già letto di questo ossimoro, e allora mi chiedo e vi domando, che senso abbia che molti partiti moderni si definiscano liberaldemocratici? Vuol dire che sono governati o diretti da incapaci, incompetenti, impreparati, nonché truffatori ed imbroglioni?

  2. Salvatore Daniele // 13 December 2013 at 17:04 //

    Articolo chiaro e stimolante, come sempre. La parola greca originaria per indicare quella forma di governo che poi sarà chiamata, soprattutto dagli avversari, ‘democrazia’, ‘potere/violenza del popolo’, è ‘isonomia’, che significa ‘equilibrio fra le parti, gli elementi di un tutto’. In tal senso è usata dal medico pitagorico Alcmeone, come causa dello stato di salute del corpo umano. Analogamente il corpo sociale è in salute quando nessuna delle parti che lo costituiscono prevale e domina sulle altre. Ma questo non impedisce ad alcuni individui di eccellere, ma solo in virtù delle loro capacità e non ad esempio della nascita. Questa teoria della democrazia, che si intravede nel famoso epitaffio per i caduti di Pericle, mi sembra possa essere attribuita a Protagora e riassunta così: “A ognuno è permesso di emergere, se ne è capace, a nessuno è consentito di prevalere e dominare”. A chi temporaneamente governa è necessario il consenso della comunità, di fronte alla quale è responsabile. Per quanto ciò possa costare, è difficile non essere d’accordo con Karl Popper, che vede in Platone un avversario geniale, ma implacabile di questa concezione. A mio parere Protagora, in quanto teorico della democrazia, è un filosofo di statura maggiore di quanto è ritenuto, tale da stimolare una parte non indifferente della riflessione platonica, che lo interpreta come un relativista per poterlo confutare. In realtà Protagora è un avversario non della verità, ma della pretesa di alcuni di possederla esclusivamente. Il rifiuto di questa pretesa sta alla base della ‘isonomia’. E’ esagerato dire che una parte non piccola della filosofia di Platone è una risposta alla teoria della democrazia di Protagora?

  3. Una democrazia potrebbe definirsi dal modo in cui i componenti di una classe sociale agiscono nel confrontarsi nel percorso della vita comunitaria secondo principi di equità intesa come uguaglianza di diritti oppure come uguaglianza di opportunità. Può definirsi democratica una Nazione quando è costituita da una sola classe sociale di cittadini di stesso peso in rapporto alle libertà di possedere, fare, dare e avere.

  4. … Ragione per cui riterrei superato il conflitto tra liberalisti e collettivisti ancora oggi considerati come borghesi e proletari, stante il fatto che la democrazia tende ad essere intesa come costituita da cittadini che orientano le scelte nel gestire le risorse secondo sinergie concomitanti con la speranza di realizzare la vivenza che si considera indispensabile per il benessere sociale e per la felicità che si presume di tutti, oppure con la speranza di realizzare una vivenza che si considera indispensabile per il benessere di ognuno nella società, e per la felicità che ognuno pensa di realizzare per se stesso. I primi sarebbero i “democratici”, i secondi i “popolari”.

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