PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Alle origini della costruzione dell’immagine scientifica del mondo: un problema storiografico

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Templdi Umberto Bartocci.

[Avvertenza generale – Questo capitolo e’ ispirato alle tesi gia’ esposte in Bartocci 1995, le quali sono state pero’ in diversi punti rivedute e corrette. Naturalmente, la’ dove non c’era bisogno di alcuna revisione, il testo pubblicato in quell’occasione e’ stato utilizzato nel seguito, spesso mediante dei veri e propri ‘estratti’, senza espliciti rimandi.]

1 – Introduzione

Cominciamo con il riflettere per un attimo sull’espressione che costituisce il tema di questo libro: “l’immagine scientifica del mondo”. Una definizione esplicita di un tale concetto, che risultasse abbastanza precisa ed esauriente, non sarebbe impossibile, ma probabilmente neanche del tutto agevole. Pure, si puo’ assumere senza alcuna forzatura che ciascuno di noi abbia dentro di se’ una chiara idea di cosa si tratti, per essere venuto in contatto con le sue caratteristiche essenziali quanto meno nel momento della propria formazione scolastica. Del resto, come si diceva, i saggi di questo volume sono dedicati a cinque momenti fondamentali della sua edificazione, sicche’, almeno a posteriori, dovrebbe risultare chiaro al lettore a quale complesso di fenomeni non soltanto culturali si possa alludere genericamente attraverso una tale collettiva, astratta enunciazione.

In verita’, non sarebbe troppo difficile sostenere che essa rappresenti molto piu’ che una serie di teorie, sempre meno comprensibili da parte dei non ‘esperti’, sulla natura dell’uomo e dell’universo, elaborate sulla base di informazioni che appaiono empiricamente certe, raccolte via via da una parte del genere umano quella a cui ci si riferisce quando si parla di una ‘civilta’ occidentale’ a partire da qualche secolo fa. E’ chiaro infatti che essa e’ andata man mano assumendo le connotazioni di uno schema di riferimento generale che si potrebbe dire di tipo ‘filosofico’, ovvero di un quadro formativo ed informativo, una ‘visione generale del mondo’, nella quale si collocano aspirazioni meta fisiche e decisioni pratiche di tutti coloro che ne hanno in qualche modo subito l’influenza. E’ all’interno di una siffatta cornice concettuale che andrebbero compresi tutti i mutamenti sociali, psicologici, economici, che tanto hanno condizionato la piu’ recente storia dell’umanita’. E’ ovvio infatti che una ‘visione generale del mondo’ contiene al suo interno una ‘visione del mondo naturale’, e che non si puo’ modificare questa senza essere costretti ad adattare in qualche modo anche quella [Ai rapporti tra le due, e ad una sorta di ‘criterio di falsificazione debole’ per la prima, il presente autore ha dedicato: “Scienza, parascienza e scienza ‘eretica'”, Almanacco Letterario di Primavera, Ed. Della Lisca, Milano, 1992.]. La seguente considerazione di Geminello Alvi [Dell’Estremo Occidente, Marco Nardi Ed., Firenze, 1993, p. 251.] sintetizza perfettamente la situazione esistenziale dell’uomo moderno di fronte alla visione generale del mondo costruita sulla concezione del mondo naturale offerta da cinque secoli di ‘pensiero scientifico’:

“Darwin fu moderno perche’ dicendo d’Adamo che era una scimmia specializzata, fece cosi’ divergere da lui, separo’, smise di specchiare in lui, la cosmicita’ divina. Fu ripudiata qualunque sapienza, nella quale microcosmo e macrocosmo convergessero in un Adamo divino. E il ripudio d’un magico Urmensch fu inoltre deciso economicamente: Darwin volle Adamo evoluto per effetto d’una malthusiana, e quindi economica, lotta ani male. Altri poi spiegarono che il Cosmo divergeva; si disuniva in infinita’ innumeri di stelle e pianeti, tra i quali la Terra veniva spiegata insignificante evento statistico prima o poi rovinato dalla certa morte per entropia del sole. L’umano moderno si nutre di questi due modi di pensiero: un Adamo regredito a scimmia e una Terra dannata a morire nel buio e nel gelo”.

Il problema di cui ci occuperemo in questa prima tappa dell’itinerario proposto da questo libro e’: quando comincio’ tutto questo, e perche’?

E’ convinzione pressoche’ unanime che l’inizio di questa storia sia da fissarsi nella cosiddetta rivoluzione copernicana, ovvero nel momento in cui si propose di sostituire alla piu’ che millenaria concezione del l’universo elaborata da Aristotele, e scientificamente precisata alcuni secoli piu’ tardi da Tolomeo, l’idea di una Terra non piu’ luogo privilegiato del cosmo, bensi’ pianeta come tutti gli altri, e in quanto tale ruotante intorno ad un Sole che avrebbe perso ben presto anche lui ogni caratteristica di eccezionalita’, per diventare una stella qualsiasi tra innumerevoli altre. Tra i tanti possibili esempi, scegliamo quello di W. Heisenberg, quando a proposito delle celebrazioni per il 500mo anniversario della nascita di Copernico (1473) ebbe a dire che: “We believe that our present science is related to his work and that the direction which he had chosen for his research in astronomy still determines to some extent the scientific work of our time”. Con sottile intuito di artista, e sulla scia delle considerazioni precedentemente riportate di G. Alvi, Luigi Pirandello esprime la stessa convinzione sull’importanza della ‘rivoluzione copernicana’ nel suo Il fu Mattia Pascal con le seguenti parole:

“Maledetto sia Copernico! […] quando la Terra non girava […] l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva cosi’ bella figura e cosi’ altamente sentiva di se’ e tanto si compiaceva della propria dignita’ […] [ora] Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perche’, senza pervenir mai a destino [..] Copernico, Copernico […] ha rovinato l’umanita’, irrimediabilmente”.

E si potrebbe forse aggiungere, perche’ poco noto, che Adolf Hitler fu ossessionato da questa idea di una Terra ‘marginale’, di una vita frutto del ‘caso’, e non di un disegno in qualche modo provvidenziale.

E’ da questo capovolgimento dell’immagine del posto in cui l’uomo si trova a vivere che prese innesco tutto quel che segui’, e di cui si occuperanno in parte gli altri autori di questo libro. Qui, avendo risposto, almeno per il momento in modo soddisfacente, al primo interrogativo che ci eravamo posti, vediamo se e’ altrettanto semplice, facendo ancora ricorso a cio’ che e’ generalmente noto, rispondere anche al secondo. Vale a dire, perche’ avvenne tutto questo? Per quale motivo Copernico si senti’ in dovere di dedicare gran parte della sua vita ad un’opera tanto rivoluzionaria ed impegnativa? Perche’ la sua proposta incontro’, e per di piu’ in un relativamente breve volgere di tempo, un tale straordinario, travolgente successo?

2 – Il sistema copernicano

“E’ difficile determinare il motivo che spinse Copernico a capovolge re la teoria tolemaica vecchia di quattordici secoli. Le indicazioni contenute nella prefazione della sua opera classica […] sono incomplete e alquanto enigmatiche”.

Gia’ questa citazione da un eminente storico della matematica [Kline 1972, Vol. I, p. 283.] dovrebbe far comprendere al lettore quanto la risposta che stiamo cercando sia poco agevole, e non ci siano molte speranze di poterla rinvenire nella vulgata piu’ intelligente a nostra disposizione. Con il termine ‘vulgata’ possiamo designare l’insieme delle convinzioni generalmente condivise in un certo periodo storico, quelle ad esempio che oggi filtrano attraverso quel vero e proprio condizionamento culturale che e’ costituito dall’insegnamento di massa in eta’ infantile ed adolescenziale, che raramente riescono poi ad essere modificate da un’eventuale istruzione universitaria (tanto piu’ quando essa e’ ispirata da una eccessiva specializzazione, avente come unico fine il ‘mercato del lavoro’) . Si tratta di un “rullo portante dell’acquisizione mnemonica”, e “solo piu’ tardi, con lo sviluppo della maturita’ intellettiva, puo’ sopraggiungere il rifiuto del condizionamento, anche se, come succede spesso, l’apparato sociale ha l’interesse motivato o affettivo a prolungarne la conservazione” [Michelone 1985, p. 28.].

Al problema formulato da Kline sono stati dedicati alcuni tentativi di soluzione abbastanza comuni, di cui bisogna provare la debolezza prima di intraprendere la ricerca di una motivazione che suoni alquanto piu’ credibile.

“Per inciso, l’esistenza di nuovi continenti assolutamente sconosciuti agli antichi, contribui’ a eliminare l’idea che gli antichi pensatori conoscessero tutto e avessero risolto tutti i problemi. Ora gli europei provavano la sensazione inebriante di muoversi piu’ in la’ di quanto non avessero fatto gli antichi, e questo contribui’ a rendere possibile la rivoluzione scientifica che avrebbe avuto inizio nel giro di mezzo secolo”.

Questa considerazione, estratta da un fortunato testo di divulgazione scientifica [Asimov 1992, p. 112 corsivo aggiunto.], individua correttamente, come vedremo, un importante nesso ideale e temporale, dal momento che la pubblicazione del fondamentale testo di Copernico a cui allude avvenne in effetti nel 1543, a quasi esattamente cinquanta anni di distanza dall’approdo di Cristoforo Colombo su una piccola isola del Nuovo Mondo. L’osservazione di Asimov non deve apparire come un anacronismo, una applicazione del ‘senno del poi’: che proprio questa sia stata sin dai primordi l’interpretazione degli eventi che segnarono il passaggio dall’Evo Antico all’Evo Moderno e’ testimoniato gia’ dal Guicciardini, quando nella sua Historia d’Italia (circa 1540) esprime al riguardo la seguente opinione (Libro VI, Cap. X): “Per queste navigationi si e’ manifestato essersi nella cognitione della terra ingannati in molte cose gli antichi”, e piu’ oltre aggiunge: “Ne’ solo ha questa navigatione confuso molte cose affermate dagli scrittori delle cose terrene, ma dato, oltre a cio’, qualche ansieta’ agli interpreti della scrittura sacra”, a riprova che anche della contrapposizione antitetica seppur nei primi tempi soltanto ‘potenziale’ tra la ‘nuova scienza’ ed i sostenitori dell’ortodossia tradizionale, di cui presto dovremo occuparci, c’e’ immediata consapevolezza sin dagli albori del Rinascimento.

Tale correlazione pero’, ancorche’ illuminante, nulla ci dice ancora sulla questione che ci sta a cuore: vale a dire, in che modo detti avvenimenti possono essere causalmente collegati? Forse che Copernico formulo’ la sua teoria perche’ immerso in quell’atmosfera di euforia e di novita’ che segui’ la traversata oceanica delle famose tre caravelle? Si puo’ davvero credere che fosse sufficiente togliere il bavaglio intellettuale che aveva costretto molti ingegni dei secoli precedenti a considerare insuperabile la scienza antica, perche’ qualcuno prima o poi avrebbe prodotto una concezione del sistema solare analoga a quella contenuta nel De Revolutionibus copernicano?

Una risposta affermativa a tali quesiti significherebbe rimandare a quelle non meglio identificate forze di cui si parla a volte come dello ‘spirito del tempo’, se non proprio al ‘caso’, come possibili motivazioni degli eventi in parola, e la loro introduzione appare capace di far acquietare molte coscienze, come se il problema fosse stato risolto, o peggio, come se non ci fosse alcun problema. Alla ricerca invece di una motivazione piu’ realistica e plausibile, esaminiamo la fondatezza di un’altra opinione diffusa, quella secondo la quale le differenze tra il sistema tolemaico geocentrico e quello copernicano eliocentrico [In realta’, sarebbe piu’ giusto chiamare il sistema copernicano eliostatico, visto che il Sole non vi occupa propriamente il centro dei moti, ma si trova in posizione un po’ eccentrica rispetto a questo. Si tratta di sottigliezze tecniche che nulla tolgono al senso generale della nostra ricostruzione, e sulle quali percio’ non insistiamo il lettore interessato ad un approfondimento potra’ giovarsi dell’ottimo commento in Barone 1979.] sono cosi’ evidenti che basta guardare il cielo con una certa attenzione, o se si vuole con occhi piu’ disposti all’osservazione obiettiva che non alla contemplazione poetica, per avvedersene.

Ad esempio, si sostiene sovente che l’osservazione della distanza relativa alla Terra di un pianeta come Marte sia capace di distinguere tra le due teorie, dal momento che nel caso di un moto intorno al Sole i due pianeti verrebbero ad essere a volte molto vicini, ed a volte molto lontani, come effettivamente si riscontra. Anche Galileo fa proprio questo argomento quando, nella Giornata Terza del suo Dialogo di Galileo Galilei […], dove ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano (Proponendo in terminatamente le ragioni Filosofiche, e Naturali tanto per l’una quanto per l’altra parte) (1632), sostiene che “non la Terra, ma il Sole sia nel centro delle conversioni de’ pianeti”, cosa che “concludesi da evidentissime e percio’ necessariamente concludenti osservazioni, delle qua li le piu’ palpabili […] sono il ritrovarsi tutti i pianeti ora piu’ vicini ed ora piu’ lontani dalla Terra con differenze tanto grandi […]”.

Nonostante queste parole, possiamo immaginare che Galileo sapesse bene invece come l’argomento che egli usa valesse di fatto piu’ contro la concezione aristotelica del cielo che non contro quella tolemaica, dal momento che questa era invece almeno potenzialmente capace di dare conto del moto dei pianeti e delle loro distanze dalla Terra con notevole accuratezza, senza meritare quindi una tale critica. Infatti, nel sistema di Tolomeo, un pianeta non veniva descritto come compiente un semplice moto circolare intorno alla Terra, bensi’ come muoventesi su di un cerchio (epiciclo), il cui centro si muoveva a sua volta su un altro cerchio (deferente), di cui la Terra era (quasi) il centro. Orbene, nel caso di un pianeta diciamo “esterno” come Marte, si poteva supporre il raggio dell’epiciclo abbastanza grande da ovviare a questa contestazione, ad esempio supponendolo piu’ o meno uguale al raggio del circolo su cui orbitava il Sole intorno alla Terra (traiettoria che si teorizzava essere un cerchio esatto, senza epicicli). Di conseguenza, Marte sarebbe venuto a volte “molto vicino” alla Terra, ed a volte “molto lontano”, l’escursione della sua distanza dalla Terra essendo determinata proprio da quella tra la Terra ed il Sole, che non e’ “piccola”.

Qui c’e’ luogo per una precisazione, relativa al fatto che nella maggiore opera astronomica di Tolomeo, tramandataci con il nome di Alma gesto, non si fa in realta’ nessuna ipotesi ne’ su quanto misurino i raggi dei deferenti, ne’ i raggi degli epicicli (rapportati ad esempio alla nominata distanza Terra-Sole). Era possibile al tempo pero’ determinare osservativamente i rapporti tra di essi, e Tolomeo in effetti li riporta con una precisione cosi’ notevole che e’ possibile ricavare facilmente da essi tutte le distanze dei pianeti dal Sole espresse in Unita’ Astronomiche, ovvero relativamente alla distanza Terra-Sole. Basta confrontare tra loro le distanze minima e massima di un pianeta dalla Terra previste nei due sistemi: in quello tolemaico, detto D il raggio del deferente ad esempio di Marte, ed E quello del relativo epiciclo, si trovera’ per i due detti valori rispettivamente D – E e D + E , mentre in quello copernicano, detta A la distanza di Marte dal Sole, e B quella della Terra dal Sole, essi valgono

A -B ed A + B , d’onde palesemente D = A , E = B , e D/E = A/B . Va da se’, i parametri A , B non sono neppure ‘concepiti’ nel sistema tolemaico, anche se in esso il Sole gioca in verita’ un ruolo privilegiato rispetto ad ogni pianeta, ma si tratta di questioni sulle quali non possiamo qui dilungarci: diciamo soltanto che, conosciuti i dati forniti per la prospettiva geocentrica dall’Almagesto, non e’ poi cosi’ difficile determinare quelli interessanti il punto di vista eliocentrico, e viceversa.

Il sistema esposto da Tolomeo si puo’ dire “aperto”, e non teme quindi confutazioni banali proprio per questa sua caratteristica, la quale lascia aperta la possibilita’ di convenienti aggiustamenti successivi. Bisogna ammettere che, a partire da un’opera minore dello stesso Tolomeo, Nuove ipotesi sui pianeti, la tradizione antica fissava in qualche modo anche i valori assoluti dei raggi dei deferenti e degli epicicli (ad esempio supponendo che la massima distanza dalla Terra di un oggetto celeste fosse uguale alla minima di quello successivo, e piu’ o meno note, come erano su base osservativa, le distanze Terra-Sole e Terra-Luna). Tuttavia, ripetiamo, non si tratta di ipotesi discusse nell’Almagesto nel quale Tolomeo si mostra molto prudente in proposito bensi’ di congetture appena tentate, che potrebbero essere corrette in tanti modi diversi senza con questo venire ad inficiare il sistema tolemaico in quelle che sono le sue linee essenziali.

Un altro esempio interessante in proposito e’ quello relativo ai pianeti “interni” come Mercurio e Venere. Galileo trova un altro motivo per contestare il sistema tolemaico nel fatto di aver osservato Venere “piena”, configurazione che non sarebbe ammissibile in un sistema che prevedesse per essa un epiciclo che la facesse restare sempre dalla stessa parte del Sole. Anche questa obiezione pero’ non ha in verita’ nulla a che fare con la teoria tolemaica in generale, dal momento che basta adottare per i pianeti interni un epiciclo centrato nel Sole, ed un deferente coincidente con quello di questa stella. Un tale espediente era peraltro conosciuto fin dall’antichita’, e ne fa cenno ad esempio Marziano Capella, V Secolo D.C., nella sua celebre opera enciclopedica De nuptiis Philologiae et Mercurii che fu riedita in tempi moderni a Vicenza nel 1499 nel cui Libro VIII, intitolato De Astronomia, leggiamo che: “Venus vero ac Mercurius non ambiunt terram”. Tra l’altro, Co pernico conosceva benissimo tale opera, e la cita nel Libro I del suo lavoro [Barone 1979, p. 209.]. Questa ‘trovata’ fu proposta successivamente dall’astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601), nel tentativo di conciliare in qualche modo la concezione ‘sacra’ con quella ‘moderna’, con l’ulteriore aggiunta dell’ipotesi che tutti i pianeti e non soltanto Venere e Mercurio ruotassero intorno al Sole, e questo intorno alla Terra. Anche questo sistema risulta evidentemente indistinguibile dagli altri due, almeno per quel che riguarda osservazioni compiute all’interno del sistema solare. E’ chiaro che si otterrebbero in ogni modo descrizioni di tipo geocentrico-tolemaico che, dal punto di vista della posizione degli oggetti del sistema solare e delle loro mutue distanze e ferma restando l’ipotesi qualitativa che i raggi dei deferenti siano sempre maggiori di quelli degli epicicli sarebbero assolutamente equivalenti a quella eliocentrica (che questa abbia poi anch’essa o no epicicli, che del resto Copernico continuava ad introdurre per rendere conto dei movimenti dei pianeti con la massima precisione possibile). Forse proprio per questo motivo Galileo nella sua opera non rimanda mai esplicitamente a precisi punti dell’Almagesto, e cita il termine epiciclo soltanto tre volte [Nell’indice analitico dell’edizione Einaudi del Dialogo, 1970, si danno soltanto due di questi luoghi, il terzo e’ stato omesso per una svista.], e se per questo non cita mai neppure il sistema di Tycho, mostrando cosi’ palesemente di essere molto piu’ attento alle finalita’ ‘politiche’ del suo lavoro che non a quelle scientifiche.

Potrebbe aggiungersi che quanto appena detto porta alcuni studiosi moderni, che vogliono porsi in armonia con un principio di relativita’ interpretato in un modo po’ troppo generoso (poiche’ ogni velocita’ puo’ essere soltanto relativa, che la Terra si muova intorno al Sole o che il Sole si muova intorno alla Terra possono essere ritenute affermazioni equivalenti), a considerare tutte le accanite polemiche che stiamo esaminando soltanto come frutto di un semplice primitivo fraintendi mento. Opportuno appare pertanto il commento di M. Psimopoulos e T. Theocharis dal titolo “Problems with Galileo”, apparso su Nature (Vol. 363, Maggio 1994, p. 108), nel quale, pur sostenendo la tesi che la differenza tra i due sistemi non e’ di tipo convenzionale, si riconosce che prove indubitabili della superiorita’ di un sistema sull’altro furono acquisite soltanto con la scoperta del fenomeno dell’aberrazione stella re da parte di James Bradley nel 1728, e l’osservazione da parte di Friedrich Wilhelm Bessel della parallasse stellare nel 1838 [Ma non bisogna dimenticare che da un punto di vista dinamico, pur se in effetti ancora soltanto ‘teorico’, la questione puo’ considerarsi conclusa gia’ alla fine del Secolo XVII, con l’introduzione del concetto di forza nell’opera di Newton.].

A proposito della richiamata parallasse, ricordiamo che si trattava di una delle tante obiezioni di ordine fisico relative alla impossibilita’ di un moto della Terra che giocavano a favore dell’ipotesi geocentrica: anche le osservazioni astronomiche piu’ accurate non riuscivano infatti a mettere in evidenza l’angolo (parallasse) con cui avrebbe dovuto vedersi una stella dalla Terra quando il nostro pianeta si fosse venuto a trovare in due punti opposti della sua eventuale orbita intorno al Sole. In effetti tale angolo e’ molto vicino a zero, ed inapprezzabile senza una sofisticata strumentazione, a causa della grande distanza anche della stella piu’ vicina, circostanza questa di cui Copernico mostra di essere ben consapevole nel Cap. VI del suo Libro I, “Dell’immensita’ del cielo in rapporto alla grandezza della Terra”. Ricordiamo invero che fino all’inizio del 1600, e quindi dopo l’epoca di Copernico, le osservazioni astronomiche potevano essere effettuate solamente ad occhio nudo, e che le prime vere falsificazioni della concezione aristotelica del cosmo all’interno della quale il sistema tolemaico veniva di necessita’ interpretato, attraverso concetti quali l'”incorruttibilita'” dei cieli, o l’esistenza di un unico centro dei movimenti avvengono soltanto con Galileo e con l’uso del cannocchiale.

In generale Copernico evita di affrontare siffatte obiezioni, un’al tra famosa delle quali e’ riportata nello stesso Almagesto di Tolomeo (Libro I, Cap. VII): “Girando la Terra intorno al suo asse, tutti i cor pi che non fanno massa con lei, dovrebbero avere un moto contrario al suo, nello stesso senso delle stelle: i corpi lasciati verticalmente in alto non dovrebbero ricadere nel medesimo punto di partenza” [citazione da Dolci 1925, p. 9.], strategia che non adotta al contrario Galileo, il quale proprio su questo punto utilizza i suoi migliori argomenti (anche se non sempre con ragione).

Una interessante ricostruzione della polemica scientifica su quale fosse la piu’ ‘autentica’ descrizione dei cieli si trova in Selleri 1990. In tale studio, che si pone in netta opposizione al parere secondo il quale tra i due sistemi c’e’ soltanto una differenza di tipo convenzionale (e non soltanto grazie alle osservazioni di Bradley e Bessel, ma gia’ sin dai tempi di Galileo), si accenna ad esempio all’importanza delle osservazioni da parte di Galileo della superficie della Luna, delle fasi di Venere, delle macchie solari, dei satelliti di Giove, di stelle invisibili ad occhio nudo, etc.. Ripetiamo pero’ che tutte queste osservazioni, piu’ che falsificare il sistema tolemaico, o meglio la concezione geocentrica del sistema solare e del cosmo, hanno l’effetto sol tanto di sconquassare “fin nelle fondamenta”, ed in modo irreversibile, “l’intera cultura aristotelica […] con una forza che non poteva non preoccupare quei centri di potere che ne avevano fatto uno dei cardini della loro preservazione” [Selleri 1990, p. 44.].

In conclusione, i dubbi tra i due sistemi erano fino ad un certo punto scientificamente ed oggettivamente legittimi. Ed allora, dobbiamo pensare che Copernico fu indotto a proporre un nuovo sistema astronomico, correndo anche qualche rischio personale, soltanto perche’ non era ben consapevole della potenziale equivalenza dei due punti di vista? Se questa critica potrebbe essere mossa con qualche fondamento a Galileo, che era del resto animato da un particolare spirito di polemica contro i seguaci di Aristotele, tale non appare il caso con Copernico, il quale non sostiene mai a favore della sua ipotesi la presenza di alcun argomento “evidentissimo”. Laddove Galileo usa questo termine nel passo del suo Dialogo che abbiamo gia’ citato, Copernico si esprime cosi’ ad esempio a proposito della ‘superiorita” del suo sistema: “Io penso che sia piu’ facile ammettere questo che non disperdere l’intelletto in una moltitudine quasi infinita di sfere, come sono costretti a fare quelli che mantengono la terra al centro del mondo” [Barone 1979, p. 211.].

In realta’, nonostante tale ‘modestia’ argomentativa, la proposta copernicana non poteva non essere sentita come assolutamente dirompente, e non tanto o non solo per lo spostamento della centralita’ della terra (con le relative conseguenze in ordine alla centralita’ dell’essere umano suo privilegiato abitatore), quanto piuttosto perche’ tenendo in quiete la sfera delle stelle apriva l’enorme interrogativo di quale potesse essere allora il ‘motore’ del tutto, dal momento che veniva concepito che il movimento di quel “primo mobile” si trasferisse come per attrito, dall’alto in basso, a tutti gli altri cieli [L’autore ringrazia il Prof. Lino Conti, dell’Istituto di Filosofia dell’Universita’ di Perugia, per avergli sottolineato tale circostanza.]. Il grande astronomo ‘riformatore dei cieli’ mostra di essere perfettamente consapevole del fatto che il punto di vista geocentrico potrebbe sforzarsi di inventare sempre nuovi movimenti ad hoc per la volta celeste (il cielo delle “stelle fisse”) che diano ragione di ogni fenomeno, ma osserva che ogni tale tentativo e’ “superfluo nel caso [che si ipotizzi un] moto terrestre” [Barone 1979, p. 369 corsivo aggiunto. Appare curioso il legame che si stabilisce tra Copernico ed Einstein attraverso l’uso dell’aggettivo “superfluo”, che il fisico tedesco attribuisce a sua volta all’etere, di cui decreta cosi’ la scomparsa sia sotto l’aspetto pratico che sotto quello concettuale, nella sua prima fondamentale memoria sulla teoria della relativita’ del 1905.]. Copernico sa bene che dire che “l’equatore e’ obliquo rispetto all’eclittica” e’ la stessa cosa che dire che “l’eclittica e’ obliqua rispetto all’equatore”, ma sostiene che la prima dizione debba essere considerata la piu’ “appropriat[a]”, “con un confronto del minore al maggiore” [Barone 1979, p. 369 corsivi aggiunti.]. Come gia’ all’inizio del Trecento il moto di rotazione diurno della Terra intorno al proprio asse appariva ad alcuni piu’ credibile che non la rotazione in 24 ore dell’immensa volta celeste (ad enormi velo cita’, date le grandissime distanze!) [Pierre d’Ailly (1350-1420), professore all’Universita’ di Parigi verso la fine del XIV Secolo, fu tra i primi a riformulare, dopo i Greci, la congettura che fosse la Terra a ruotare sul proprio asse, e non il cielo delle stelle fisse, a causa dell’ovvia enorme velocita’ che queste avrebbero dovuto possedere per poter fare un giro completo nelle 24 ore, nella sua celebre opera Imago Mundi, che ebbe notevole diffusione ai suoi tempi. Tra l’altro, fu uno dei testi sicuramente conosciuti da Colombo.], cosi’ Copernico due secoli dopo porta alle estreme conseguenze questo punto di vista, attribuendo ogni fenomeno celeste al moto della Terra, e scegliendo come conveniente sistema di riferimento il cielo delle stelle fisse.

A questo punto non resta altro che ammettere che siamo di fronte ad una controversia che ha ma, come vedremo presto, soltanto in parte una connotazione piu’ marcatamente ideologica che non scientifica, per comprendere i cui lineamenti generali bisogna introdurre elementi quali il ritorno di una concezione ‘pagana’ del mondo e, all’interno di questa, della cosiddetta eliolatria, in opposizione a quella della cristianita’ dominante [Tale questione e’ approfonditamente esaminata in Garin 1975.].

Ben si avvede di questo aspetto della questione Kurt Mendelssohn, il quale ammette apertamente che “Il fatto che siano state avanzate diverse teorie per spiegare il fenomeno del Rinascimento, e che queste teorie siano tutte ugualmente plausibili, mostra chiaramente che non conosciamo ancora la vera spiegazione” [Mendelssohn 1976, p. 21.]. In effetti, come sostiene ancora questo autore, l’Europa si trovava allora in una condizione di “tranquilla stasi”, dovuta al fatto che essendo stata “trovata la forma ideale di esistenza, non ci poteva essere alcun progresso” [Mendelssohn 1976, p. 21.]. Perche’ affannarsi a cercare nuove terre, a misurare il corso degli astri, se erano “poche le ragioni per guardare all’esistenza terrena come qualcosa di piu’ di uno stato transitorio, una preparazione per la futura vita eterna”? Cio’ che avvenne in modo decisivo fu che “Intorno al 1400 […] l’uomo occidentale perdette la fede nella vita dopo la morte, fede che lo aveva sostenuto per tutto il corso del Medioevo” [Mendelssohn 1976, p. 22.], e per spiegare questa modificazione essenziale di una intera visione del mondo vengono troppo spesso addotte, come stiamo cercando di persuadere, delle cause assolutamente inadeguate.

Ritorneremo tra un momento sugli aspetti piu’ tecnici del nostro ‘racconto’, limitandoci di necessita’ a queste poche parole per quel che riguarda la discussione dell’aspetto ideologico della questione, ma non senza aver prima riassunto il punto di vista che ci sembra maggiormente verosimile enunciando la seguente tesi generale.

La distruzione della visione ‘sacra’ del mondo, a cui si assiste sempre piu’ distintamente nel passaggio dall’era antica all’era moderna, anziche’ un effetto inaspettato ed indesiderato da coloro che appaiono quali protagonisti di questa impresa, puo’ essere viceversa concepita come il risultato di un’intenzione, di un esplicito disegno. Ovvero, la nascita, o se si preferisce l’affermazione, di quella antropologia filosofica laica, della deantropocentrizzazione che guidera’ tutto il progresso della scienza moderna, piu’ che una conseguenza inevitabile di al cune acquisizioni dell’uso del metodo scientifico, che avrebbero obiettivamente infirmato l’antica visione antropocentrica del mondo, potrebbe aver di fatto preceduto tali scoperte, essere stata cioe’ causa e non effetto di esse [Ginzburg 1979 nota anch’egli l’antiantropocentrismo come una delle caratteristiche comuni allo sviluppo di tutta la scienza, e non soltanto di quella delle origini. Un ‘piano’ di deantropocentrizzazione appare in effetti guidare tutti i successivi sviluppi della scienza moderna, decidendo di volta in volta tra varie teorie rivali quell’unica che, soppiantate tutte le altre, viene prescelta poi come quella da ‘propagandarsi’, attraverso la vulgata di cui si e’ parlato, quale spiegazione ‘ufficiale’ offerta dalla scienza nei diversi settori specifici. Non si spiegano altrimenti le precoci affermazioni, ancor prima che sperimentali, di teorie quali quella dell’evoluzione di Darwin, della relativita’ di Einstein, dell’interpretazione “ortodossa” della meccanica quantistica, della teoria del big-bang, etc.. Tale ‘filo conduttore’ merita di essere sviluppato in una storia del pensiero scientifico diversa dalle tante apologetiche o eccessivamente specializzate che esistono. Della questione il presente autore si e’ occupato in diversi scritti, tra i quali Bartocci 1992, 1994.].

3 – Astronomia e navigazione

Approfondiamo adesso la questione che abbiamo cominciato ad affrontare nel precedente paragrafo, e cioe’ vediamo se e’ possibile capire da quale problema tecnico e scientifico (oltre che ideologico) poteva essere sospinto Copernico nel proporre la convenienza di passare da una visione del mondo geocentrica ad una eliocentrica, dal momento che si tratta di due punti di vista che si possono dire per certi versi sostanzialmente equivalenti. Per fortuna, la disposizione degli argomenti nell’opera di Copernico e’ particolarmente illuminante al riguardo, cosi’ da fornire un’importante traccia nell’individuare quella fondamentale connessione che ci permettera’ di concepire la catena di avvenimenti che stiamo esaminando sotto un’ottica del tutto verosimile.

In effetti, dopo un Libro Primo, nel quale si enunciano genericamente i lineamenti della nuova teoria (gli ultimi Capitoli sono dedicati ad un’esposizione di elementi di trigonometria piana e sferica), nel Libro Secondo appaiono indagati gli oggetti del reale interesse di Copernico: le stelle. Alla fine di tale Libro troviamo infatti un “Catalogo descrittivo delle costellazioni e delle stelle”, che raccoglie le posizioni di oltre un migliaio di questi oggetti celesti. Che questo sia l’oggetto fondamentale dello studio e delle motivazioni di Copernico appare del resto chiaro anche dalle sue stesse parole, quando nel Libro successivo cerca di chiarire in che modo si possa dar ragione delle divergenze tra osservazioni antiche e moderne nelle posizioni di alcune stelle: “E’ ormai chiaro abbastanza che la testa della costellazione dell’Ariete dista piu’ di tre volte 8 gradi dall’equinozio di primavera, e similmente per le altre stelle” [Barone 1979, p. 368.]. In altre parole, la preoccupazione principale di Copernico e’ di trovare un sistema che dia ragione in modo semplice di queste anomalie, riconducibili a quella leggera rotazione dell’asse terrestre su una superficie conica (con un periodo che e’ poco meno di 26.000 anni!) che da’ luogo al fenomeno della precessione degli equinozi e dei solstizi che da’ il titolo al Capitolo I del Libro Terzo del De Revolutionibus. Il proposito di Copernico e’ quello di fare un’astronomia che potremmo dire di precisione, utilizzando a tal fine gli strumenti matematici piu’ sofisticati che erano disponibili all’epoca. Del resto, la rilevanza della matema tica nella sua opera e’ sottolineata esplicitamente, con la celebre frase mathemata mathematicis scribuntur, e questa indicazione della matematica come unico sicuro criterio di certezza per il ragionamento e per la scienza meriterebbe di essere discussa piu’ a lungo di quanto non sia qui possibile di fare. Ricordiamo soltanto che Nicola Cusano (14011464), uno dei ‘precursori’ di Copernico, mostra anch’egli un rapporto privilegiato con la matematica, quando sostiene che: “Nihil certi habemus in nostra scientia nisi nostram mathematicam” [Cit. in Klibansky 1953, p. 529.], e che, sulla scia di Copernico troviamo prima Galileo, con la sua celebre immagine secondo la quale l’universo “e’ scritto in lingua matematica”, e poi Newton, mentre un caso a se’ e’ quello di Cartesio. Non per nulla l’opera maggiore del grande scienziato inglese si intitola Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687), mentre quella di Cartesio, precedente di solo pochi decenni, si intitolava ‘soltanto’ Principia Philosophiae (1644), e la differenza e’ cosi’ poco casuale che nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Newton l’aggettivo Mathematica e’ enfatizzato con grande rilievo tipografico rispetto alle altre parole del titolo. Purtroppo, il successo di un tale atteggiamento porto’ a sottovalutare eccessivamente l’aspetto qualitativo nello studio delle scienze naturali, ed il famoso matematico contemporaneo Rene’ Thom e’ tra i pochissimi ad esprimere preoccupazione per questa ‘moda’: “Descartes, con i suoi vortici e i suoi atomi uncinati, spiegava tutto e non calcolava nulla; Newton con la legge di gravitazione […] calcolava tutto e non spiegava nulla […] . Non sono affatto convinto che il nostro intelletto possa accontentarsi di un universo retto da uno schema matematico coerente, privo pero’ di contenuto intuitivo” [Parabole e Catastrofi – Intervista su Matematica Scienza Filosofia, a cura di Giulio Giorello e Simona Morini, Il Saggiatore Ed., Milano, 1980, p. 8 corsivo aggiunto.].

Abbiamo visto che, in definitiva, il nuovo sistema appare piu’ vantaggioso per compilare delle tavole stellari esatte, ed invero al moto dei pianeti argomento che era peraltro doveroso affrontare, allo scopo di dimostrare che il nuovo sistema permetteva anche questo controllo Copernico dedica soltanto gli ultimi due Libri della sua opera, il Quinto e il Sesto (il Quarto e’ dedicato al difficile problema del moto della Luna). Un’ulteriore conferma a questa tesi la troviamo in Kline 1972 (p. 284), laddove si riconosce in effetti che “gia’ nel 1542, gli astronomi, basandosi sulla sua [di Copernico] teoria, iniziarono la stesura di nuove tavole delle posizioni celesti”, quando si noti che nel 1542 il libro di Copernico non era ancora stato dato alle stampe!

Ma chi aveva bisogno di dette tavole, e cosi’ precise, che non rispondevano ovviamente soltanto ad una vaga curiosita’ e pignoleria intellettuale, bensi’ ad una ben precisa esigenza tecnica? E’ facile rispondere a tale domanda quando si rifletta sulla circostanza che si trattava di uno strumento indispensabile alla navigazione, dal momento che esse venivano utilizzate per determinare la posizione di una nave in mare aperto, e che gia’ da almeno cinquanta anni tale questione era diventata una delle piu’ importanti in Europa. I problemi della navigazione ci conducono cosi’ a vedere la connessione Colombo-Copernico, e quindi tra scoperta del l’America e nuovo sistema del cosmo, di cui alla citazione da Asimov posta all’inizio del precedente paragrafo, sotto un aspetto che non e’ soltanto quello psicologico e temporale.

Si puo’ dire qualcosa di piu’ al riguardo, ovvero precisare meglio tale connessione, fino ad arrivare, come faremo, a proporre non gia’ la pubblicazione del De Revolutionibus, bensi’ l’inizio del progetto di esplorazione del globo, come il piu’ autentico punto di partenza della cosiddetta “rivoluzione scientifica”?

Non e’ in effetti usuale prendere le mosse dal viaggio di Colombo per datare l’inizio di questa, anche se si sceglie il 1492 a segnare la cesura tra il Medioevo ed il cosiddetto Evo Moderno, e si riconosce ovviamente, come nella citazione dianzi ricordata, che tale evento creo’ le condizioni (non solo quelle attinenti alle dinamiche sociali, ma anche a quelle intellettuali) che favorirono il progressivo distacco dalle concezioni degli ‘antichi’, e l’affermarsi delle nuove. E’ come se i cinquant’anni che corrono tra il 1492 ed il 1543, l’anno come abbiamo detto della pubblicazione del trattato di Copernico, abbiano avuto come conseguenza psicologica negli studiosi di far concepire come distanti i due avvenimenti ed i due personaggi che qui ci proponiamo invece di ‘riavvicinare’. Del resto, un altro importante elemento che contribuisce a tale erronea concezione e’ anche la distanza spaziale che intercorre tra gli scenari che videro le gesta di questi due grandi protagonisti della storia moderna: dalle calde assolate distese della penisola iberica ai rigori invernali della terra dell'”umile fraticello polacco” [Si tratta di un’espressione di cui il presente autore non e’ piu’ in grado al momento di indicare la fonte, ma che non sa rinunciare di utilizzare, in quanto gli ricorda paradossalmente che Copernico non fu, come vedremo, ne’ umile, ne’ ‘fraticello’, ne’ in un senso particolare polacco, visto che la terra in cui nacque era passata soltanto da pochi anni sotto il controllo dei re di Polonia, e che la lingua che utilizzo’ in quasi tutti i suoi atti di carattere privato fu il tedesco.] c’e’ in effetti una ragguardevole lontananza, che puo’ diventare addirittura insormontabile dal punto di vista mentale. Copernico viene poi visto come uno ‘scienziato’, mentre Colombo e’, nella versione comune, poco piu’ che un fortunato, ancorche’ ardimentoso, avventuriero, ed e’ senza dubbio proprio questa distanza spazio-temporale-intellettuale che spinge a far concepire la creazione del nuovo sistema dei cieli come un’elaborazione improvvisa ed eccezionale, sostanzialmente priva di radici dirette coeve.

Per sostenere la tesi opposta, e cioe’ che il lavoro dell’astronomo di Cracovia [Copernico e’ nato invero nella citta’ di Torun, ma si usa questa espressione con riferimento al centro della sua formazione culturale.] apparente iniziatore di quella ‘rivoluzione’ che avra’ degli effetti devastanti per quanto riguarda la concezione antropocentrica dell’universo sulla quale la Chiesa romana poggiava la propria visione del mondo va da invece direttamente ricondotto al progetto di esplorazione del globo iniziato ufficialmente piu’ di un secolo prima, cercheremo di distruggere la detta barriera mentale, provando nei prossimi paragrafi che:

– Colombo deve essere anche lui piu’ correttamente considerato non solo uno ‘scienziato’, e per giunta niente affatto solitario, ma anche, come successivamente Copernico, il sostenitore di una teoria ‘eretica’ per i suoi tempi, in quanto in contrasto con l’allora dominante concezione sacra del mondo [La teoria di Copernico fu esplicitamente dichiarata dal S. Uffizio nel 1616 “stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica, perche’ contraddice la Sacra Scrittura”.];

– esiste un’evidenza di legami diretti tra il gruppo che stava studiando scientificamente in Portogallo la forma della Terra, assieme ai modi per poter attraversare i suoi mari, e l’ambiente in cui Copernico visse e crebbe culturalmente.

4 – La geografia al tempo di Colombo

Cominciamo a discutere il primo dei due punti dianzi enunciato, esaminando quanto anche la concezione di Colombo fosse rivoluzionaria ed eretica, e quindi tanto piu’ inspiegabili gli appoggi influenti di cui egli godette. Per apprezzare adeguatamente quanto il suo progetto confinasse con l’eresia, bisogna approfondire un poco i motivi del rifiuto della Reale Commissione che lo esamino’, e che per ragioni di cui bisogna pur rendere giusto conto non si tradusse in qualcosa di peggio nei confronti del proponente.

Da oltre mille anni si estende sull’Europa il dominio non solo spirituale della Chiesa cattolica, che propone ad uso e consumo di tutti i suoi sudditi una visione globale del mondo che non trascura gli aspetti ‘scientifici’. Come e’ ben detto in Fagioli Cipriani 1985, (p. 36, corsivo aggiunto): “La storia e la geografia del mondo [di quella visione] erano parte integrante, non erano scienze per pochi eletti, al contrario, erano complemento divulgativo delle Scritture, momento di loro concreto riscontro nella realta'”.

Tra le conoscenze dell’antichita’ classica la Chiesa ha selezionato quelle che meglio si inquadrano nella concezione dell’uomo che essa sostiene. La Terra, sede appositamente ideata ed assegnata all’essere umano dal suo Creatore, di cui e’ creatura prediletta, e’ di forma sferica e situata al centro dell’universo. E’ bene sottolineare esplicitamente che per quanto riguarda la forma della Terra la sua sfericita’ non veniva contestata, trattandosi di antica ed accettata acquisizione del pensiero greco, ed osservare che questa circostanza viene ignorata dalla vulgata piu’ superficiale, quella che pure qualche volta si insegna ancora oggi nelle scuole, o si vede accettata in qualche film [Si veda ad esempio il film “Cristoforo Colombo”, di David MacDonald (1948), dal quale citiamo le parole di esordio: “Alla fine del ‘400 […] il Mediterraneo e’ il centro del mondo. Ma il mondo per ora conosciuto non e’ molto vasto: esso comprende l’Europa, una parte dell’Africa, la Britannia, un’isola del Nord, e ai margini dell’Estremo Oriente il Giappone e la Cina. Tutto il resto e’ acqua, oceano senza limiti. Le persone piu’ assennate sostengono che la Terra e’ piatta, ma ogni tanto un teorico esaltato sostiene che e’ sferica e che si puo’ girarle attorno. Siamo nel 1485, ed uno di questi spiriti bizzarri, un navigatore genovese, sale faticosamente verso il Monastero di Rabida in Spagna”. L’opinione che abbiamo appena espressa e’ indirettamente supportata anche dall’articolo di Umberto Eco (L’Espresso, 17 Gennaio 1993, p. 162), dal titolo “Lo sapete che nessuno ha mai detto che la Terra e’ piatta?”, nel quale si cita una ricerca effettuata su “una serie amplissima di libri di testo per le scuole americane, anche di libri di livello universitario”, in cui si registra “una impressionante sopravvivenza di tale diceria”.]. C’e’ da interrogarsi in effetti sul perche’ si voglia continuare a credere o a far credere che al tempo di Colombo nessuno o pochi avessero la giusta idea della forma della Terra, e la risposta appare chiara: si tratta di un errore, certo, che nasce pero’ da un’esigenza di razionalita’, da un tentativo di semplificazione di una delle tante difficolta’ di cui la questione colombiana e’ impregnata. Bisogna pur dare conto del perche’ quei saggi che esaminarono il suo progetto rifiutassero di concedere in fondo poche navi non un grave danno per l’erario di uno stato tra i piu’ potenti dell’epoca per un viaggio certo un po’ pericoloso, ma poi non cosi’ impossibile, se la Terra fosse stata da tutti concepita rotonda, e quindi la cosa piu’ semplice da dire e’ far credere che proprio questo fosse il punto del contendere. Il fatto e’ invece che questa Terra, attorniata dalle sfere celesti sulle quali sono infisse le stelle, possedeva nell’opinione del tempo un ben preciso sopra ed un ben preciso sotto: Dio ha concesso all’uomo di abitare le terre emerse che sono situate soltanto nella parte superiore del globo, che per il resto e’ interamente ricoperto dalle acque del mare Oceano. Sull’estensione di tali terre, che venivano chiamate l’ecumene, ovvero la casa comune, l’abitabile, e sulle reali proporzioni della sfera potevano esserci dei dubbi e delle divergenze di opinione (anche se per la seconda circostanza le stime effettuate dagli antichi Greci e filtrate attraverso Aristotele e Tolomeo erano comunque note), ma non ce n’erano, e non ce ne dovevano essere, sul fatto che la Terra non fosse uguale in tutte le sue parti, e che nell’emisfero inferiore non solo non ci potessero essere terre ed abitanti, ma non si potesse neppure navigare. “Ammesso infatti, per absurdum, che si fosse potuto navigare fuor dell’abitabile in discesa, lungo la china della sfera, come si sarebbe poi potuto voltare e continuare la navigazione dall’altra parte? ‘Sarebbe stato come voler risalire la china d’un monte, cosa che le navi non avrebbero potuto fare, nemmeno con il piu’ forte dei venti'”[Fagioli Cipriani 1985, p. 15 la citazione comprende al suo interno una citazione dal Cap. XII della storia di Cristoforo Colombo tramandataci dal di lui figlio Fernando.].

Naturalmente, questa non era l’unica immagine del mondo corrente ancora ai tempi di Colombo, o meglio, su questo ‘tema’ potevano innestarsi anche delle ‘variazioni’, quali ad esempio quella costituita dalla famosa questione degli ‘antipodi’, di cui anche nell’antichita’ si era discettato. Era inteso pero’ che, anche se fossero esistite siffatte terre emerse dalla parte opposta dell’ecumene, a fare per cosi’ dire da contrappeso a quelle abitate nella parte superiore del globo, esse non avrebbero potuto certamente contenere esseri umani, dal momento che la navigazione fino ad esse era per i motivi appena detti impossibile, e che il genere umano era tutto disceso da una sola coppia. Un autentico problema teologico questo, rappresentato dalla cosiddetta ipotesi monogenetica, un problema al quale si accompagnava del resto la difficolta’ di concepire come sarebbe stato possibile evangelizzare genti dalle quali non era per principio possibile arrivare. Va da se’, una volta che Colombo fosse viceversa davvero arrivato sin li’, e vi avesse trovato degli esseri umani, allora l’ipotesi della discendenza dalla coppia primigenia avrebbe potuto essere mantenuta con l’assumere che, come lui, anche altri prima di lui avessero fatto lo stesso viaggio, ma si sarebbe trattato comunque di un ripiego, e il fatto in se’ non avrebbe potuto non essere sentito come un punto a vantaggio dell’ipotesi poligenetica. Un po’ come per noi oggi la questione della possibile esistenza di forme di vita su altri pianeti: se ne trovassimo qualcuna da dover forzatamente riconoscere piu’ simile a noi che non agli animali, non entrerebbe in qualche modo in crisi il concetto di incarnazione di Dio in forma umana? Riusciremmo veramente a credere che altri prima di noi avrebbero potuto percorrere lo stesso cammino, anche in assenza di tradizioni storiche in tal senso sia sul nostro pianeta che sull’altro? Ovviamente, una teologia oggi ben esercitata e preparata a siffatte obiezioni, potrebbe sempre ammettere tanti diversi programmi di redenzione, oppure la necessita’ di coinvolgere nel progetto di evangelizzazione anche altre razze non umane, ma e’ ovvio che si aggiungerebbero comunque difficolta’ concettuali ad un’antica visione del mondo, comunque ancor oggi vivente, che gia’ ne ha incontrate tante dall’inizio dell’era scientifica, ed ha dovuto di conseguenza escogitare di volta in volta diversi adattamenti (primo tra i quali l’odierna imperante interpretazione metaforica del racconto biblico).

Riassumiamo il tutto dicendo quindi che per comprendere le (giuste dal loro punto di vista) difficolta’ in cui si trovavano i membri della Reale Commissione, bisogna rendersi conto che essi avevano un’immagine ‘sacra’ del mondo conforme peraltro a quella che del cosmo viene data nelle sue linee generali dalla fisica aristotelica che si puo’ descrivere anche cosi’. Pensate alla raffigurazione usuale di uno dei nostri globi, e rovesciatelo in modo tale che il Polo Nord e il Polo Sud si trovino su una linea parallela al pavimento (e non verticale come siete abituati a vederla). Collocatelo poi in modo tale che Europa, Africa ed Asia siano sotto i vostri occhi su quella che sara’ per voi la parte superiore del globo. L’Equatore, ovvero la linea che delimita sulla sfera un cerchio massimo perpendicolare alla congiungente i due Poli (in questo caso lo vedrete quindi come una linea verticale, e non orizzontale!), dividera’ le dette terre in due parti, che si trovano entrambe sulla parte superiore del globo (state attenti a chi, non avendo capito bene la questione, vi dice che i portoghesi erano gia’ andati al di ‘sotto’ dell’Equatore, e che quindi si sapeva benissimo che si poteva navigare nella ‘parte di sotto’ della Terra: quel viaggio sotto l’Equatore era invece concepito sempre come avvenuto nella ‘parte di sopra’!). Ora nel globo cosi’ rovesciato immaginate una linea che prenda il posto di quello che e’ l’Equatore nelle raffigurazioni usuali, ovvero un cerchio massimo perpendicolare all’Equatore (passante quindi per i due Poli), e vedrete il confine che separa la parte superiore del globo da quella inferiore, cioe’ la Finis Terrae. All’uomo e’ concesso di abitare sulle terre emerse dopo il diluvio, le quali si trovano soltanto sulla parte superiore del globo, direttamente sotto gli occhi di Dio (anche se nessuno naturalmente metteva in dubbio che Dio potesse vedere anche di sotto!); la Citta’ Santa, Gerusalemme, e’ collocata esattamente al centro dell’ecumene, tutto il resto e’ acqua. E’ interessante notare che la linea che separa la parte superiore del globo da quella inferiore compare ancora in un disegno del XVII secolo (Museo del Louvre, Parigi, Cabinet des Dessins), con l’indicazione di Circumferentia Centri gravitatis, e che in questo disegno anche il nuovo continente viene raffigurato nella parte ‘superiore’ del globo!

Questo punto si presta ad essere ulteriormente chiarito citando un frammento di una lettera di Pietro Martire d’Anghiera, uno dei personaggi della storia della scoperta dell’America che restano un po’ piu’ nell’ombra, ma di cui riparleremo piu’ estesamente nel successivo paragrafo 8. In questa lettera, scritta nel 1495 al Cardinale Bernardino de Carvajal, lo scrivente dice: “[Colombo] Ritiene di aver percorso una parte piuttosto ampia di mondo ignoto, nell’emisfero sotto di noi” [Lunardi et al. 1988, p. 71 corsivo aggiunto]. Va da se’, nessuno oggi parlerebbe dell’emisfero “sotto di noi” parlando di una viaggio verso l’America, mentre riferirebbe questo termine ad uno verso l’Africa australe!

E’ curioso infine osservare come in realta’, a proposito di questo specifico punto, proprio Aristotele polemizzi, aspramente e a lungo, in alcune celebri pagine della sua principale opera cosmologica (De Caelo, Libro II, Sezione 14) con chi sostiene che esistano un sopra e un sotto della Terra. Saremmo cioe’ qui di fronte ad un caso in cui, nonostante tutta la visione del mondo tardo-medievale possa dirsi inquadrata, ed in modo dichiarato, nella concezione aristotelica (basta pensare alla polemica contro gli “aristotelici” che vede protagonista Galileo ancora nel XVII secolo), almeno in questo punto essenziale la vulgata corrente al tempo di Colombo si discostava dall’opinione del “maestro di color che sanno” probabilmente per il permanere di un pregiudizio intuitivo sulla natura della gravitazione ed era proprio Colombo in tale con testo invece dalla parte di un pensiero antico che avrebbe dovuto essere considerato anche ‘ortodosso’. Val forse la pena di aggiungere che della questione sembra ben consapevole anche Dante Alighieri, e non solo in connessione ai famosi versi “quand’io mi volsi, tu passasti’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi” (Inferno, Canto XXXIV), ma anche nel suo trattatello Quaestio de aqua et terra. Come abbiamo visto, pero’, una simile sorte vale a dire una contaminazione tra punti di vista sostanzialmente divergenti sembra sia occorsa anche alla concezione tolemaica dei cieli, dal momento che questo sistema non viene mai raffigurato, almeno a conoscenza del presente autore, corredato dei relativi ‘grandi’ epicicli, che ne sono invece parte essenziale, appunto come se si trattasse piuttosto del semplice sistema delle sfere omocentriche teorizzato prima da Eudosso e poi da Aristotele.

Comunque sia, a questa ‘sacra’ Imago Mundi [Questa espressione coincide con il titolo del libro di Pierre d’Ailly gia’ citato.], secondo la quale le terre emerse si trovano tutte sulle sommita’ di una sfera rivestita d’acqua, come la vetta di una montagna che emerga dal mare, Colombo contrappone invece ereticamente che “Acqua e terra insieme formano un corpo rotondo. Il centro di gravita’ della terra e dell’acqua insieme e’ il centro del mondo” [Si tratta di una delle famose Postille di Colombo al libro di Pierre d’Ailly conservato nella Biblioteca Colom bina di Siviglia (cfr. Fagioli Cipriani 1985, p. 70), in cui sono conservati diversi volumi appartenuti al grande navigatore. E’ forse interessante osservare che Copernico intitola quasi allo stesso modo il Capitolo III del Libro I della sua opera: “Come la Terra formi con l’acqua un solo globo”.], che il globo e’ ‘uguale’ in tutte le sue parti, ed e’ quindi navigabile in tutte le sue parti, senza nessun pericolo di ‘cadere di sotto’.

Il grande navigatore mostra cosi’ un’intuizione di quelle proprieta’ di ‘omogeneita’ ed isotropia’ che reggono le piu’ attuali concezioni cosmo logiche, sicche’ lo si potrebbe addirittura considerare come il punto di partenza di quel lungo cammino scientifico che conduce fino alla teoria della relativita’ di Einstein; quanto meno, certamente come di uno dei primissimi autentici esponenti di quella ‘rivoluzione scientifica’ di cui ci stiamo occupando [E, naturalmente, senza tener conto della circostanza, che pure prenderemo presto in esame, se queste considerazioni fossero proprio tutte frutto dell’intelletto del Colombo ‘scienziato’, o non piuttosto di altre persone ‘nascoste’ dietro di lui, e tralasciando tutta la questione di quante fossero gia’ elaborazioni di un pensiero piu’ ‘antico’ (sull’argomento vedi ad esempio Russo 1996).]. Il conflitto tra Colombo e Fernando di Talavera, il capo della Commissione di esperti che esamino’ il progetto dello scopritore dell’America, va considerato del tutto analogo a quello che oppose poco piu’ di un secolo dopo Galileo Galilei e Roberto Bellarmino, i protagonisti di quello che viene paradigmaticamente prescelto come il ‘primo’ esplicito scontro tra la ‘nuova scienza’ e la fede.

Che la concezione di Colombo fosse considerata certamente eretica da parte di alcuni anche se non restano precisamente chiariti i motivi di tale accusa e’ per fortuna esplicitamente asserito nelle dichiarazioni di un testimone oculare che fu presente alla famosa riunione di Granada (Gennaio 1492) tra Colombo, i Re di Spagna e i Grandi di Corte. Si tratta di Alessandro Geraldini, che fu successivamente il primo vescovo del Nuovo Mondo, autore di un Itinerarium ad Regiones Sub Aequinoctiali Plaga Constitutas, nel cui Libro XIV troviamo scritto che: “Molti Vescovi spagnoli erano convinti che Colombo fosse sicuramente colpevole di eresia: sostenevano infatti che Niccolo’ di Lira dice che tutta la terra abitata si estende sopra il mare dalle Isole Fortunate fino ad Oriente […] che anche Sant’Aurelio Agostino afferma che non esistono gli Antipodi” [Geraldini 1991, p. 141. Il curatore di questa traduzione e’ un “discendente dell’antica famiglia”. Il libro fu scritto tra il 1521 ed il 1522, ma pubblicato per la prima volta a Roma soltanto nel 1631. Di questa edizione e’ disponibile una ristampa anastatica curata da Enrico Menesto’, per conto dell’Assessorato alla Istruzione e Cultura della Regione dell’Umbria, in occasione delle Celebrazioni Colombiane del 1992, Tipografia Artigiana Tuderte, Todi, 1992. Si potrebbe sottolineare che anche altre concezioni non scientifiche di Colombo possono essere considerate ai margini dell’ortodossia, e corre a questo proposito l’obbligo di segnalare una notizia, incredibile perche’ per il resto assolutamente ignorata da tutte le altre usuali fonti, riportata da Ardesi 1992 (p. 103), secondo la quale Colombo fu in effetti al termine della sua vita scomunicato. L’Autrice afferma di aver trovato questa informazione in Prien 1985.].

Abbastanza singolare poi, ad ulteriore conferma dei sorprendenti parallelismi tra la vicenda di Colombo e quella di Galileo, e’ la circostanza che il Geraldini utilizza a favore del progetto di traversata oceanica lo stesso tipo di argomento che verra’ utilizzato, ovviamente con ben altra profondita’ ed estensione, oltre un secolo dopo da Galileo: “Allora io […] ricordai che Niccolo’ di Lira era stato un egregio maestro nell’insegnamento della Teologia; e che Aurelio Agostino era stato grande per la sua santita’ e la sua cultura: ma che entrambi manca vano di conoscenze cosmografiche” [Geraldini 1991, p.142].

Come a dire, la teologia e’ una cosa, ma l’esperienza e’ un’altra! Cosi’ si esprime invece ad esempio Galileo, nella famosa lettera a Cristina di Lorena (1615), nella quale si richiama tra l’altro sovente all’autorita’ dello stesso Agostino citato dal Geraldini, ma stavolta nella veste opposta di “testimone della difesa”:

“Perche’ se, come si e’ detto e chiaramente si scorge, per il solo rispetto d’accommodarsi alla capacita’ popolare non si e’ la Scrittura astenuta di adombrare principalissimi pronunziati, attribuendo sino all’istesso Iddio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorra’ asseverantemente sostenere che l’istessa Scrittura, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra, d’acqua, di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i puri e ristretti significati delle parole? […] Ma che quell’istesso Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci per altro mezo le notizie che per quelli possiamo conseguire, si’ che anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto, doviamo negare il senso e la ragione, non credo che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella solamente, ed anco in conclusioni divise, se ne legge nella Scrittura […] Pero’ se gli scrittori sacri avessero avuto pensiero di persuadere al popolo le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti, e che in conseguenza dovessimo noi ancora dalle Sacre Scritture apprendere tal notizia, non ne avrebbon, per mio credere, trattato cosi’ poco […] Che alla teologia convenga il titolo e la autorita’ regia [su tutte le altre scienze] nella prima maniera [nel senso cioe’ che cio’ che viene dalle altre scienze insegnato ‘si trovasse compreso e dimostrato in lei, ma con mezi piu’ eccellenti e con piu’ sublime dottrina’] non credo che poss’essere affermato per vero da quei teologi che avranno qualche pratica nell’altre scienze; de’ quali nissuno credero’ io che dira’ che molto piu’ eccellente ed esattamente si contenga la geometria, la astronomia, la musica e la medicina ne’ libri sacri, che in Archimede, in Tolommeo, in Boezio, ed in Galeno”

Tornando alla questione colombiana, ancora Geraldini ci informa che: “A questo punto Santangel, tesoriere del regno […] chiese a Colombo di quale somma di denaro e di quante navi avesse bisogno per un viaggio in mare cosi’ lungo: Colombo rispose allora che gli occorrevano tremila scudi d’oro e due navi; il banchiere aggiunse subito che era sua intenzione intraprendere questa spedizione e mettere a disposizione la somma richiesta” [Geraldini 1991, pp. 143144.]. Restiamo cosi’ edotti del fatto che non soltanto la concezione di Colombo era considerata eretica da alcuni importanti personaggi del tempo, ma pure che da alcuni di questi egli fu aiutato, e non solo a parole ma anche con denaro (e si noti per inciso che i Re di Spagna sembrano aver fatto ben poco, oltre che dare il loro assenso gran fatica allo svolgimento dell’impresa).

Secondo questa nostra ricostruzione diventano dettagli marginali, come e’ ben sottolineato nel gia’ citato Fagioli Cipriani 1985 (p. 141), tutte le questioni relative alle reali misure della sfera terrestre. Non che argomenti di questo tipo sui quali pure vogliamo dare pero’, prima di andare avanti con la nostra argomentazione principale, qualche sommario ragguaglio non fossero in qualche modo rilevanti a sostegno della fattibilita’ del progetto di Colombo, ma, ripetiamo, non lo erano quanto a motivazione sostanziale dell’opposizione ad esso da parte dei membri della Commissione.

Le due incognite fondamentali delle quali bisogna tenere conto sono ovviamente la lunghezza dell’Equatore, diciamola L , e la distanza via terra diciamo tra Lisbona e le coste orientali del continente asiatico, chiamiamola D . E’ chiaro che, relativamente alla stima della lunghezza di un viaggio che si svolgesse ad esempio alla stessa latitudine di Lisbona (anche se non fu poi di fatto questa la rotta prescelta da Colombo), bisognava aspettarsi di dover percorrere una distanza pari ad L’-D, avendo indicato con L’ la lunghezza del parallelo relativo alla latitudine che abbiamo fissato. Come dire, tutto si riduce in sostanza al ragionamento seguente: per far diventare piccolo il valore L’-D , e considerare quindi fattibile il viaggio, bisogna far diventare piccolo L’, o, cio’ che e’ la stessa cosa, L , e poi, se questo non bastasse, ovvero se L non potesse essere fatto scendere al di sotto di un certo valore, pena una improponibile perdita di verosimiglianza, far diventare il piu’ possibile grande D .

Si asserisce generalmente che Colombo sottostimasse L e sopravvalutasse D , con lo scopo naturalmente di sostenere l’opinione comune secondo la quale la scoperta dell’America fu un fatto fortunato, una coincidenza fortuita, uno di quei classici casi in cui si trova una cosa mentre se ne sta cercando un’altra. Secondo i piu’, Colombo avrebbe de sunto un basso valore di L dalla lettura di antichi testi come la Geografia di Tolomeo, confortato in tale opinione anche dal famoso geografo fiorentino, vicino alla corte dei Medici, Paolo del Pozzo Toscanelli, una cui lettera Colombo esibiva come prova che anche alcune persone del mondo della cultura ufficiale, riconosciuta, condividevano la sua valutazione. Per quanto riguardava D , si sarebbe basato ancora sull’antico geografo greco, oltre che sui leggendari resoconti di viaggio di Marco Polo (avvenuti verso la fine del XIII secolo), e al l’epoca ancora molto popolari, pervenendo cosi’ ad un dato assai superiore a quello reale.

Ora, concesso che Colombo sia andato in giro a sostenere, spalleggiato da altre persone, che l’Asia si trovava molto vicina alle coste portoghesi dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, e che in questa sua opera di propaganda abbia fatto davvero riferimento ai racconti di Marco Polo, a Tolomeo, perfino a qualche testo sacro [Colombo usava ad esempio citare ai suoi interlocutori ecclesiastici il cosiddetto Quarto Libro di Ezra (attualmente incluso tra gli apocrifi dell’Antico Testamento, decisione questa che fu presa invero piu’ tardi del periodo a cui ci si riferisce, e cioe’ durante il Concilio di Trento, 15451563). In tale libro si fornisce la non si sa quanto affidabile informazione scientifica che dopo la Creazione le acque occupavano soltanto un settimo della superficie terrestre (VI, 4752). Del resto, Colombo era certamente una di quelle persone che sanno come trattare con la gente: cosi’ si esprime al riguardo William Robertson (nella sua Storia del l’America, Nicolo’ Bettoni Ed., Milano, 1821, p. 97): “S’accorse per conseguenza, che l’arte di regolare le menti degli uomini, non sarebbe pel fine che si proponeva, men necessaria della scienza navale e del risoluto coraggio” (corsivo aggiunto). Se si aggiunge la considerazione che quest’arte sembra addirittura fondamentale per la gestione delle odierne democrazie rappresentative, ecco che abbiamo un ulteriore elemento di ‘modernita” riconducibile alla persona dello scopritore dell’America.], o a quanto d’altro gli fosse parso conveniente utilizzare per i suoi scopi, cerchiamo di scoprire invece quale dovesse essere molto piu’ verosimilmente la situazione da un punto di vista scientifico, e da qua li fonti di informazione Colombo avrebbe potuto desumere senza troppa fatica dei dati molto piu’ concreti.

Cominciamo con il ricordare che gia’ gli antichi Greci avevano ben compreso, attraverso vari ragionamenti ed osservazioni, che la Terra era di forma sferica, e che una buona approssimazione per il suo raggio era gia’ nota nel III Secolo A.C. [Per ogni informazione relativa a questo e ad altri particolari dello stesso tipo di cui pure diremo nel seguito si puo’ con profitto consultare Dreyer 1953.]. Eratostene di Alessandria, che era bibliotecario del famoso Museo di quella citta’, autentico tempio della cultura antica, aveva brillantemente misurato in modo sperimentale una lunghezza per la circonferenza terrestre pari a 252.000 stadi. Usiamo deliberatamente questa antica unita’ di misura perche’ essa introduce ad uno dei problemi che bisogna risolvere nel presente con testo: quanto valeva uno stadio? Senza entrare in eccessivi dettagli, che si possono trovare peraltro in tutti i libri relativi all’argomento, gia’ Plinio il Vecchio (che Colombo conosceva benissimo, come attesta il di lui figlio Fernando) stimava uno stadio pari circa a 157 metri, il che corrisponderebbe ad un valore di L pari circa a 39.600 Km , un dato sorprendentemente vicino al vero, che e’ (mediamente, visto che la Terra non e’ di perfetta forma sferica) intorno ai 40.000 Km . Tale dato e’ riportato anche nella Geografia di Tolomeo (che il navigatore conosceva pure benissimo), nella quale si parla di 180.000 stadi. Questi sono pero’ “stadi egizi”, di 210 metri l’uno, il che da’ per L un valore di 37.800 Km, come si puo’ vedere molto vicino al precedente. Un valore dello stesso ordine di grandezza era stato determinato anche indipendentemente, e sempre attraverso osservazioni di natura sperimentale, da alcuni scienziati arabi nel IX Secolo D.C., sicche’ doveva trattarsi di una informazione piuttosto nota al tempo di Colombo, tanto piu’ nella peni sola iberica ed in certi ambienti ebraico-musulmani che vedremo presto giocare un ruolo preponderante nella nostra vicenda.

Nell’affrontare tale questione c’e’ un altro punto che bisognerebbe comunque tenere ben presente, e cioe’ che effettuare una misura di L non e’ cosa poi cosi’ difficile, e che Colombo avrebbe potuto benissimo ricavare un tale dato dalla propria esperienza di viaggi, senza dover ricorrere ad un’insidiosa interpretazione di antichi testi. Se si ammette infatti che al tempo del navigatore era diffusa almeno una certa perizia nella misura della latitudine, ecco che bisogna pur ammettere che non era niente affatto difficile arrivare a stabilire con una certa esattezza a quanti chilometri corrispondesse un grado di latitudine, ovvero la 360ma parte di un meridiano terrestre. Colombo in persona effettuo’ poi diversi viaggi ‘particolari’, sui quali avremo modo di ritornare nel seguito, e soltanto da essi avrebbe potuto avere qualche indicazione sulla stima in parola: tra l’Islanda e le isole del Capo Verde, localita’ situate piu’ o meno sullo stesso meridiano, corrono circa 6000 Km, e mentre l’isola settentrionale non si trovava al Polo, come era facile acclarare, quelle meridionali non si trovavano certo sotto l’Equatore. Basta allora aggiungere ai detti 6000 Km altri 3000/4000 Km, e poi moltiplicare per 4 , per ottenere un risultato del tutto vicino a quello di Eratostene, e cio’ dovrebbe bastare.

Appare quindi assai difficilmente sostenibile che Colombo potesse avere qualche reale problema in relazione alla stima di L , che avesse per esempio sbadatamente moltiplicato i 180.000 stadi di Tolomeo per la lunghezza dello stadio usato da Plinio, o per altre unita’ di misura, come lo “stadio olimpico” di 185 metri (senza neppure menzionare altre ‘possibili’ sorgenti d’errore, realmente inventate dagli ‘storici’, qua li confusione tra miglia arabe e miglia romane, etc.): come anche alcuni tra gli studiosi piu’ avveduti ammettono, una sottovalutazione eccessiva di L e’ fuor di questione, e l’unica possibilita’ di rendere teorica mente proponibile l’impresa di “buscar el levante por el poniente” era quella di sopravvalutare D .

In effetti si puo’ pensare che, senza dover necessariamente peccare troppo di ingenuita’ o di malizia, non fosse davvero molto semplice fornire una precisa stima di D , tanto piu’ se si aveva come unica fonte di informazione il libro di Marco Polo, dal quale e’ molto difficile ricavare dei dati di tipo scientifico. Il carattere piu’ fantasioso che realistico del resoconto dei pretesi viaggi del veneziano e’ testimoniato tra l’altro dalla sua narrazione di “uomeni ch’hanno coda lunga piu’ d’un palmo”, o d’altri che hanno “capo di cane, e denti e naso a simiglianza di gran mastino” [Marco Polo, Il Milione, CXLVI e CXLIX.], e c’e’ da dire che qualche commentatore ritiene, e non senza qualche fondamento, che tutta la storia dei viaggi di Marco Polo potrebbe essere soltanto un gigantesco parto di fantasia, effettuato elaborando informazioni che erano tutte reperibili presso i mercati arabi del vicino Medio Oriente. Si osserva ad esempio che la traslitterazione dei nomi cinesi avviene secondo la tradizione persiana, e che se Marco Polo avesse davvero conosciuto il cinese avrebbe operato in altro modo, ovvero traslitterato in maniera piu’ conforme alla fonetica cinese (pur se non bisogna dimenticare che il preteso viaggio si colloca nel periodo della dominazione mongola della Cina, e che i Mongoli non usavano il cinese come lingua ufficiale di Corte). L’argomento piu’ forte a sostegno di tale tesi resta il fatto che nelle fonti ufficiali cinesi, documenti municipali, archivi distrettuali, etc., non c’e’ alcuna traccia di un pur cosi’ lungo sog giorno, ed in una posizione peraltro di non insignificante rilievo. Comunque sia, e’ facile supporre che persone come Colombo, e come quelle dell’ambiente in cui egli va convenientemente inquadrato, dovevano essere piuttosto poco inclini a prendere troppo sul serio simili fantasie. Se ammettiamo l’ipotesi di un Colombo anche solo genericamente realista, che sa distinguere tra un libro di avventure ed uno scientifico, e che non avrebbe arrischiato la sua vita e quella dei suoi compagni sui dati di un confuso e poco affidabile racconto, buono piu’ per delle dame di corte che per un navigatore transoceanico in pectore, dobbiamo allora ritenere piu’ che probabile che il futuro scopritore dell’America abbia per lo meno cercato, nei tanti anni che duro’ la preparazione del suo progetto, qualche informazione piu’ precisa in proposito.

La questione che ci troviamo cosi’ ad affrontare e’: c’era all’epoca qualche dato meno incerto su D al quale Colombo avrebbe potuto riferirsi? Osservando che i Francescani per un certo periodo avevano avuto rapporti diretti con l’Estremo Oriente, dove avevano finanche posseduto delle sedi vescovili [Le relazioni tra i Francescani e la Cina datano dal 1245, anno nel quale il francescano Giovanni da Pian del Carpine (localita’ nei pressi di Perugia, l’attuale Magione) effettuo’ un primo viaggio verso quel lontano paese. Nel 1307 troviamo il francescano Giovanni da Montecorvino arcivescovo di Pechino, ed e’ del 1326 una famosa lettera del francescano Andrea da Perugia, vescovo di Quanzhou, al confratello guardiano del Convento di San Francesco al Prato a Perugia. Nel 1368, con la cacciata dei Mongoli e l’inizio del potere della dinastia nazionale dei Ming, i Francescani vennero espulsi dalla Cina. Per quanto riguarda la particolare ottica di questo Capitolo, e’ particolarmente interessante Tung Chang, Seppilli 1994.], e tenuto conto dei rapporti palesi tra Colombo e i Francescani, si comprende come questi potrebbero forse essere piu’ convenientemente inquadrati sotto l’aspetto dello scambio di informazioni (o della acquisizione di informazioni dalla sola parte del marinaio avido di conoscenza) che non, o non esclusivamente, sotto quello devozionale e religioso [Diverse interessanti notizie riguardanti le relazioni tra Colombo ed i Francescani sono contenute nell’Annuario Francescano Secolare d’Italia, Anno IV, N. 4, Roma, 1992, che presenta un numero speciale tutto dedicato alla questione colombiana.].

Ma c’erano solo i Francescani ai quali Colombo avrebbe potuto affidarsi quanto ad informazioni realistiche sull’Asia? Dai mercanti, che pure hanno di solito una visione del mondo assai poco incline alle fantasie, non veniva qualche utile indicazione? Possibile che tra questi soltanto i Polo avessero lasciato qualche traccia delle loro esperienze [Per un’ampia documentazione sui contatti tra europei ed Estremo Oriente nel periodo che ci interessa vedi ad esempio Penrose 1960.]?

Non c’e’ in effetti da restare molto sorpresi nello scoprire che le cose non stanno esattamente cosi’! Guarda caso proprio a Firenze, citta’ che apparira’ sempre di piu’ come uno dei probabili centri ispiratori del progetto di trasformazione dell’immagine scientifica del mondo, si conserva presso la Biblioteca Riccardiana un manoscritto davvero interessante per i nostri fini, di un tale Francesco Balducci Pegolotti, della casa fiorentina dei Bardi, vissuto nella prima meta’ del XIV secolo. In esso si trova descritta infatti, tra le altre, la via per raggiungere Pechino. Il manuale si intitola La pratica della mercatura [Questo libro e’ stato per fortuna riedito dalla Mediaeval Academy of America, Cambridge Mass., 1936; Kraus Reprint Co., New York, 1970.], ed anche del titolo si capisce che non si tratta manifestamente di una favola, di un racconto volto a meravigliare ascoltatori disposti ad affrontare viaggi in contrade misteriose e piene di pericoli soltanto attraverso gli occhi e le parole del narratore. Quello del Pegolotti e’ un testo pratico destinato ad un pubblico di funzionari, mercanti, una raccolta di istruzioni che cercano di preparare ai vari problemi economici (legati ad esempio ai cambi), legali, di sicurezza, ed infine anche geografici, concernenti viaggi di affari. Dal manuale in parola e’ possibile dedurre un valore per D che puo’ andare dai 14.000 ai 16.000 Km, approssimando grossolanamente per eccesso, un dato che e’ sorprendentemente vicino al vero, e compatibile con l’opinione corrente al tempo di Colombo, del resto assolutamente esatta, che l’estensione delle terre emerse conosciute non superasse i 180 gradi in longitudine. Infatti i 40.000 Km dell’Equatore riportati alla latitudine di Lisbona valgono circa 30.000 Km, e la meta’ di questi e’ proprio 15.000.

Colombo avrebbe creduto piuttosto a Marco Polo che non a Pegolotti? Ed un Toscanelli sarebbe stato all’oscuro della possibilita’ di trovare, e proprio nella sua citta’, informazioni piu’ precise sulla stima di D [A proposito di Toscanelli, si puo’ osservare che negli anni ’30 fu rinvenuto negli archivi di Firenze un planisfero, attribuibile con ogni probabilita’ al geografo fiorentino, nel quale tutta la parte relativa all’Asia fino alle sue coste orientali appare molto realistica, e niente affatto di fantasia come vorrebbero coloro che continuano a sostenere la tesi dell’esistenza di una geografia ‘immaginaria’ nel XV Secolo. Una riproduzione del planisfero in oggetto si puo’ visionare alle pp. 38/39 di Lequenne 1992.]? E’ molto piu’ facile credere invece, come bisogna prima o poi cercare di ammettere, che si trattava invece di tutti uomini legati dallo stesso vincolo di riservatezza, e non di sciocchi inavveduti, i quali non sapevano dove attingere informazioni corrette, discernere tra fonte e fonte, o alla fin fine farsi due calcoli in proprio.

In definitiva, e comunque la si metta, appare chiaro che Colombo non aveva molte possibilita’ oneste e sensate di costruire una previsione teorica capace di far considerare davvero possibile raggiungere la Cina via mare, anche se avesse voluto metterci di mezzo un Cipango posto a distanza notevole dalle coste cinesi, ma a questo punto diventa difficile presumere che anche sulla esatta collocazione del Cipango non fossero disponibili notizie piu’ precise, tenuto conto del fatto che i Cinesi possedevano una perfetta conoscenza della ‘loro’ geografia. Certo, per far credere possibile il viaggio teorizzato almeno dal punto di vista della distanze, i dati furono per quanto possibile ‘manipolati’, ma e’ ovvio che un tale ‘imbroglio’ poteva riuscire soltanto nei confronti di ‘profani’, e non di ‘iniziati’, che conoscevano bene la realta’ delle cose, ed avessero notato che quei 5.000/6.000 Km, che la tecnologia navale della fine del Quattrocento consentiva a Colombo di poter fare al massimo, erano assolutamente imparagonabili alla distanza delle coste asiatiche per via occidentale. Si ricordi che lo scopritore per corse in effetti poco piu’ di 5500 Km, e che arrivo’ alla sua meta quasi sfinito, tanto che se l’America non fosse stata li’ ad aspettarlo, oppure l’estensione delle sue terre fosse stata interrotta proprio alla latitudine prescelta per la rotta, egli sarebbe miseramente perito in mare con tutti i suoi uomini [E qui varrebbe la pena di notare per inciso che Colombo viaggio’ all’altezza del Tropico del Cancro, vale a dire intorno ai 23 gradi di latitudine, e quindi su un cammino piu’ lungo di quello stimabile alla latitudine di Lisbona, ma, come si sa, avente il vantaggio del vento a favore anche se questo non fu probabilmente l’unico motivo per una tale scelta, visto che si puo’ congetturare che esistesse qualche indizio capace di fargli supporre che almeno li’ avrebbe trovato della terraferma. Su tale questione, come pure sul problema di come sarebbe stato possibile determinare la distanza alla quale collocare tale terraferma dobbiamo rimandare il lettore interessato a Bartocci 1995, pp. 105-113.].

E’ ovvio che tutta l’argomentazione appena esposta mira a persuadere che Colombo sapeva benissimo che la meta del suo viaggio non erano le lontane coste dell’Estremo Oriente, bensi’ una ‘nuova’ terra posta davanti alle coste portoghesi in mezzo all’Oceano (e non soltanto delle isole piu’ o meno grandi sparse qua e la’, dalle quali ottenere qualche improba bile ricchezza). Si puo’ rintracciare infatti nella cultura del tempo, relativamente per di piu’ proprio all’ambiente che Colombo aveva frequentato prima in Portogallo e poi in Spagna (e di cui diremo nelle prossime sezioni), l’ipotesi dell’esistenza di un continente sconosciuto dislocato di fronte alle coste occidentali europee ed africane:

“La principale causa del flusso e del riflusso del Mar Grande o del Mar d’Inghilterra e’ l’arco dell’acqua del mare che a ponente appoggia o confina in una terra opposta alle coste dell’Inghilterra, Francia, Spagna e di tutta la confinante Africa, nella quale gli occhi nostri vedono il flusso e riflusso delle acque perche’ l’arco che forma l’acqua come corpo sferico e’ naturale che abbia appoggi (confini) opposti su cui posare, poiche’ altrimenti non potrebbe sostenersi. Per conseguenza, cosi’ come in questa parte appoggia sul nostro continente, che vediamo e conosciamo, nella parte opposta di ponente appoggia sull’altro continente che non vediamo e non conosciamo fino ad oggi; pero’ per mezzo della vera filosofia, che riconosce ed osserva mediante i sensi la sfericita’ dell’acqua ed il conseguente flusso e riflusso, il quale necessariamente esige due sponde opposte che contengano l’acqua tanto movimentata e siano i piedistalli del suo arco, si inferisce logicamente che nella parte occidentale esiste un continente nel quale l’acqua mossa va ad urtare cosi’ come rispettivamente urta nella nostra parte orientale”.

Tali parole, che non sono mai sufficiente oggetto di attenzione da parte dei divulgatori dell’interpretazione ‘purista’, sono contenute nei Quodlibeta scritti da Raimondo Lullo (Questione 154, Tomo IV) [Citazione dall’Annuario Francescano gia’ menzionato, pp. 4647 corsivo aggiunto.], e rispondono splendidamente ai nostri dubbi, tanto piu’ quando si osservi che Lullo e’ un maiorchino e un ‘francescano’, il quale puo’ essere ben ricollegato agli eventi ed agli ambienti che ci troveremo presto a discutere. Niente di piu’ semplice ipotizzare che di questo Nuovo Mondo che non poteva certo essere il continente asiatico, dal momento che altrimenti non ne sarebbe stato detto “che non vediamo e non conosciamo fino ad oggi” la cui esistenza era stata ‘dimostrata’ logicamente dal Lullo, si sia continuato a parlare a lungo nel corso degli anni seguenti all’interno dello stesso gruppo di cui quello ‘scienziato’ faceva parte, e che la sua ‘conquista’ fosse diventato un obiettivo sempre piu’ ambito.

Ritornando al nostro discorso principale, osserviamo pero’ come la ricostruzione precedente, come accade quasi sempre in siffatte occasioni, se da un canto spiega alcuni aspetti della questione, dall’altro ne apre dei nuovi. Come mai, se le cose stessero davvero nei termini appena detti, tutti ricorderebbero Galileo e non Colombo come primo esponente del lo scontro tra la Chiesa cattolica e la nascente nuova scienza? E se Colombo era davvero un ‘eretico’, perche’ avrebbe alla fin fine ottenuto comunque quello che desiderava, in che modo l’ombra di eresia pote’ dissolversi dalla sua testa? Infine, da dove Colombo poteva aver attinto tutte le conoscenze di cui mostra un evidente possesso, ancorche’ ben dissimulato?

Un buon punto di partenza per rispondere a queste domande e’ indagare su quel Geraldini e su quel Santangel, tesoriere del regno e banchiere, che abbiamo visto prima intervenire inopinatamente in favore di Colombo. La loro presenza ci offre un insperato filo di Arianna nel labirinto delle controversie e delle congetture, che ci portera’ verso direzioni inattese. Come poteva bastare la loro influenza per far pendere la bi lancia dall’incerta parte dello scopritore dell’America, nonostante i fondati ‘sospetti’ che lo vedevano coinvolto?

5 – I ‘protettori’ di Colombo

Cominciamo dal noto e difficilmente comprensibile sostegno alla causa di Colombo del cancelliere dell’intendenza del re Ferdinando, Luis de Santangel, che fu affiancato in questa impresa da Gabriel Sanchez, tesoriere generale di Aragona. Per valutare l’importanza di Santangel, ricordiamo che la prima relazione di Cristoforo Colombo sulla scoperta dell’America, scritta durante il viaggio di ritorno nel 1493 (e che tra dotta in latino fu pubblicata immediatamente a Roma, in diverse edizioni) e’ indirizzata proprio a lui, e non gia’ ai Re Ferdinando ed Isabella come ci si sarebbe potuto aspettare. Il cancelliere era un nipote di quell’altro Luis de Santangel coinvolto nella congiura e nell’uccisione dell’Inquisitore Pedro Arbue’s avvenuta a Saragozza nel 1485, e capeggiata da un certo Juan Pedro Sanchez (a sua volta un parente del tesoriere?); ad essa fece seguito un clamoroso processo con l’emanazione di pene severissime nei confronti dei congiurati. Il secondo era un congiunto di un altro dei congiurati, Don Sancho de Paternoy, cui riusci’ a far evitare la condanna a morte [Vedi Wiesenthal 1973, p. 45.].

Chi sono queste persone, in posizioni di cosi’ evidente rilievo, pure con qualche problema di natura politica? E’ facile scoprire che si tratta di componenti influenti della comunita’ ebraica, i cui problemi avevano origine dalla persecuzione aperta a questo popolo che aveva luogo in Spagna in quel tempo (ad esempio, una famiglia Colon e si noti il cognome era stata da poco mandata al rogo nella citta’ di Tarragona). Come ben noto, questa persecuzione culminera’ con il decreto del 31 Marzo 1492 decretante l’espulsione generalizzata degli Ebrei dalla terra di Spagna; addirittura, il decreto conteneva un termine ultimo, coincidente esattamente con la data della partenza di Colombo per il suo avventuroso viaggio [Sulla questione vedi ad esempio Leroy 1990].

Tale circostanza conduce ad una delle ‘chiavi’ essenziali per la decifrazione di tutto il ‘giallo’ colombiano: anche il grande navigatore, che pure cerco’ sempre di dissimulare sapientemente questa sua ascendenza, apparteneva a detta comunita’, e da questa fu nascostamente protetto e sostenuto a diversi livelli.

Tanto si potrebbe dire su tale assai discussa questione: l’ipotesi dell’ebraicita’ di Colombo e’ ampiamente trattata ad esempio in modo assai convincente in Wiesenthal 1973, che ben sottolinea come l’episodio della scoperta dell’America sia tutto nutrito di attese messianiche e di interpretazioni cabalistiche. L’Abate Giustiniani, nel suo Salterio Ottaplo del 1516, ci testimonia dal canto suo che Colombo andava dicendo di se stesso di essere l’inviato del Signore per portare a compimento una profezia, una profezia ‘cristiana’ naturalmente, secondo il Giustiniani ed altri, ma molto piu’ probabilmente invece una profezia ebraica, in accordo con il fatto che diversi cabalisti ebrei avevano in dicato proprio nel 1492 l’inizio di una Nuova Era dell’umanita’ [A proposito di cio’ vedi: Guido Nathan Zazzu, “Il ‘folle volo’ di Cristoforo Colombo: commento ad un salmo profetico”, Columbus 92, N. 2, 1987.]. La possibile ebraicita’ di Colombo si trova del resto gia’ enunciata e discussa tra gli altri da de Madariaga 1940, ed e’ ripresa con ampiezza e profondita’ di documentazione da Gil 1991. Una sua confutazione invece, o meglio forse una sua sottovalutazione dal momento che si riconosce comunque la probabile ebraicita’ della famiglia materna di Colombo (che del resto e’ quella che conta), a partire dalla circostanza quasi certa che la madre di Colombo, di nome Susanna, figlia di Giacobbe, fosse per l’appunto ebrea e’ contenuta nell’ampio e peraltro utilissimo Taviani 1982 (pp. 230 e segg.). Non si puo’ non citare infine un interessante testo di un altro dei ‘dilettanti’ che incontreremo nel nostro studio: Giunciuglio 1993.

A proposito della questione in discussione, vogliamo sottolineare esplicitamente come invero non si tratti tanto di stabilire il fatto accidentale se qualcuno degli antenati di Colombo avesse sangue ebraico, o se questi fosse un osservante che seguiva i rituali e le prescrizioni della religione ebraica, quanto piuttosto se l’eventuale circostanza di essere egli stato un esponente riconosciuto della comunita’ ebraica abbia significato o no qualcosa nella sua storia. In effetti, si potrebbe dire che essere ebrei e’ un po’ come essere nobili: sono i nobili stessi che decidono che la loro discendenza sara’ ancora nobile, che si sposano tra di loro, che mostrano particolari vincoli di solidarieta’ e di protezione, che fanno in una parola della circostanza della loro nascita un fatto importante. Soltanto questo e’ cio’ che bisogna discutere, e non le convinzioni ‘religiose’ piu’ o meno apertamente e sinceramente professate, visto che si incontrano nella storia tanti ‘ebrei’ nel senso precedentemente accennato i quali erano del tutto atei.

Noi ci limiteremo qui a sottolineare qualche altro importante indizio di questa appartenenza [Ma vedi anche Melczer 1992, p. 214. Si noti peraltro che anche la madre della moglie di Colombo, Donna Isabella Moniz Perestrello, risulta di origine ebraica (Wiesenthal 1973, p. 130).], mostrando come il tutto possa cosi’ cominciare ad essere inquadrato in una trama piu’ coerente di quelle usualmente divulgate.

Partiamo da quell’altro sostenitore di Colombo che abbiamo nominato nel precedente paragrafo, il futuro vescovo Alessandro Geraldini. Questi si trovava in Spagna nella autorevole veste di logoteta, ovvero porta-parola, del Pontefice dell’epoca, Innocenzo VIII, al secolo Giovanni Battista Cybo, il cui ruolo nella vicenda colombiana e’ stato un po’ troppo alla leggera trascurato dalla (quasi) totalita’ degli storici che si sono occupati fino ad oggi della questione colombiana. Si tratta in effetti di un collegamento sfuggito alla maggior parte degli studiosi, che pur avrebbero potuto essere messi sulla pista dall’epitaffio che compare sulla tomba di Innocenzo VIII in S. Pietro, e che viene riportato nel manifesto dedicato a “I sommi pontefici romani” in vendita presso qualunque negozio nei pressi della Citta’ del Vaticano, in cui si legge: “Aiuto’ Colombo nella sua impresa alla scoperta dell’America”. Il suo ‘recupero’ si deve ad un altro di quei ‘dilettanti’ che a volte fanno la storia meglio dei professionisti: Marino 1991. Il valore dell’ipotesi di Marino e’ riconosciuto in Taviani et al. 1992, p. 268: “E’ doveroso dare atto al giornalista del Tempo di Roma, dottor Ruggero Marino, di essere stato il primo a rilevare come i vari argomenti esposti si colleghino con la strana richiesta ai Re della Lettera I del Libro Copiador e abbia cosi’ riaperto e rivalutato il tema della partecipazione di Innocenzo VIII alla vicenda colombiana, che per troppo tempo era stata erroneamente confinata dalla bibliografia scientifica fra le leggende”.

In effetti, chi piu’ del Papa poteva autorevolmente intervenire presso i Re di Spagna, da lui stesso definiti “Cattolici” dopo la cacciata dei Mussulmani da quelle terre, per farli soprassedere sul parere espresso dalla competente Commissione di esperti capeggiata da Padre di Talavera? Naturalmente, numerosi altri sono gli indizi relativi ad un intervento abbastanza diretto di Innocenzo VIII a favore di Colombo, ma non possiamo far altro che rimandare il lettore interessato a saperne di piu’ direttamente al citato libro di Marino. C’e’ un aspetto della questione che ci preme invece subito discutere: se con l’intervento del Pontefice si rafforza adeguatamente il partito di coloro che erano favorevoli al progetto di Colombo, e si spiega perche’ dalla sua testa si sia allontanato il sospetto di eresia, come mai troviamo proprio il capo della Chiesa di Roma schierato dalla parte di una concezione ereticale, e per di piu’ assieme a degli ebrei? Come mai proprio il Papa avrebbe rifiutato il parere di coloro che avevano avuto a cuore la difesa dell’ortodossia, schierati a difesa della millenaria concezione sacra del mondo precedentemente delineata, per favorire invece l’incerto disegno del genovese, e delle persone che erano dietro di lui?

Si potrebbe rispondere che quel particolare Papa (che aveva tra l’altro numerosi figli riconosciuti) , e con lui alcune delle persone ad esso vicine, non era certo tipo da avere siffatte preoccupazioni teoretiche, e che la prospettiva di nuove ricchezze e nuove terre (o, se si preferisce, nuove anime da convertire al cattolicesimo) potesse sopravanzare le preoccupazioni dei teologi piu’ conservatori, ma preveggenti, all’interno della Chiesa; tanto piu’ che un’espansione ad Occidente poteva venire considerata come un giusto compenso per le perdite subite ad Oriente dalla cristianita’, che era stata soltanto da pochi decenni sconvolta per la notizia della caduta di Costantinopoli (1453). Si puo’ ricordare a tale proposito, il progetto di una nuova ‘Crociata’, caro sia al Papa che a Colombo (il quale vi fa in effetti continuo riferimento), come ad un punto di contatto tra i due, trascurando pero’ il fatto che dal canto del Dominus Orbis del tempo (e di quel Lorenzo il Magnifico di cui pure presto parleremo) si riscontra una politica a dir poco ambigua nei confronti dei Mussulmani [Il Papa riceveva addirittura una rendita dal sultano turco, impegnandosi a non suscitargli antagonismi, mentre Lorenzo il Magnifico, consuocero del Pontefice, aveva gia’ da tempo svolto tali azioni contro la Chiesa che l’avevano portato perfino alla scomunica (da parte di Sisto IV, nel 1478), e stretto particolari taciti accordi con i Turchi. Secondo lo storico Franco Cardini, sarebbero state proprio queste intese ad aver favorito la presa ed il massacro di Otranto nel 1480 (Il Sabato, 21 agosto 1993, p. 48).], mentre dalla parte di Colombo si notano un simbolismo ed una terminologia (come il riferimento al Tempio) che ne fanno assomigliare le parole piu’ a quelle di un ebreo nostalgico della Terra Promessa e della Citta’ Santa, che non a quelle di un cattolico ortodosso. Per questi ultimi infatti al tempo, e se per questo anche molto tempo dopo, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio non erano altro che una giusta punizione nei confronti del popolo eletto per il reato di ‘deicidio’ ascrittogli sin dai primordi dalla comunita’ cristiana. Non bisognerebbe trascurare inoltre, nell’ipotesi del sostegno all’avventura colombiana di un Papa che avesse avuto davvero a cuore l”italianita” e la ‘Crociata’, il fatto che non siano state privilegiate nell’impresa Venezia o soprattutto Genova, le quali avevano gia’ cominciato a soffrire, e molto di piu’ avrebbero ancora dovuto soffrire, per l’apertura ed il controllo delle nuove rotte da parte di altre potenze marinare [Ancora il Guicciardini, che abbiamo gia’ citato, osserva che “non haveva dato tanta molestia a’ Vinitiani la guerra de’ Turchi, quanta molestia e detrimento dette l’essere stato intercetto dal Re di Portogallo il commercio delle specierie”.].

La soluzione di questo particolare aspetto del nostro ‘giallo’ e’ molto semplice, ancorche’ inaspettata. Infatti, se si va a cercare, si trovera’ (anche se non troppo immediatamente, visto che nella maggior parte dei documenti il nome, e quindi il suo ‘significato’ palese, viene convenientemente dissimulato in Arano o Ariano), che il padre del Papa si chiamava Aharon Cybo, con tutto cio’ che questa circostanza puo’ stare a suggerire nello specifico contesto da noi illustrato! Il ‘vero’ nome del padre del Papa si trova riportato correttamente ad esempio in Pistarino 1991, a conferma del fatto che spesso la ‘verita” e’ li’ sotto gli occhi di tutti (anche degli ‘specialisti’), e che non sempre si trova ‘in fondo ad un pozzo’: il vero problema e’ che bisogna intuire dove andarla a cercare senza lasciarsi troppo condizionare dai pregiudizi e dalle interpretazioni storiche correnti.

Come al solito, sorgono ora tante nuove domande. Se questo Papa era davvero un ebreo, si trattava di un sincero ‘convertito’, o non dobbiamo piuttosto intuire nel suo motto, Ego autem in innocentia mea ingressus sum, qualcosa di piu’ misterioso ed allusivo? In Wiesenthal 1973 (p. 25) si trova la notizia di una pretesa lettera che, redatta in lingua araba, sarebbe stata inviata nell’XI secolo da un certo Rabbi Samuel di cui si parla anche nel Libro delle Profezie di Colombo [Cfr. Melczer 1992, p. 52.] ad un altro rabbino, con la raccomandazione per tutti gli Ebrei di “farsi battezzare e di convertirsi al cristianesimo, per potersi impadronire di tutte le cariche e delle posizioni chiave dei cristiani”. A parte l’autenticita’ del documento, cio’ su cui bisogna soffermarsi e’ se davvero potrebbe essere stata messa comunque in atto la strategia di cui si parla, del resto assolutamente giustificabile da parte di un popolo perseguitato, il quale faceva bene cosi’ a difendersi dall’ingiusta ed assurda accusa di deicidio, tanto piu’ se, come sembra verosimile, e’ soltanto attraverso manipolazioni della storia raccontata nei Vangeli nel momento che la Chiesa di Roma diventa ‘politicamente’ erede dell’Impero romano che si sarebbe arrivati a stabilire una responsabilita’ ebraica per una ‘colpa’ che sembra in fondo da doversi imputare solamente ai dominatori romani.

Un altro ‘indizio’ a favore della nostra ricostruzione e’ che il nominato Papa Innocenzo VIII ci riconduce direttamente alla famiglia dei Medici ed attraverso uno dei suoi esponenti piu’ illustri, quel Lorenzo detto il Magnifico una delle protagoniste non soltanto della storia di Firenze e d’Italia, ma anche di quella “rivoluzione scientifica” di cui stiamo parlando. Infatti, ancora secondo il Guicciardini, il Papa si era “ridotto a prestare fede non mediocre a’ consigli suoi [di Lorenzo il Magnifico]”, e secondo l’Enciclopedia Cattolica (Sansoni Ed., Firenze, 1961), “Ebbe influenza su di lui Lorenzo de’ Medici, al quale il Papa si era affidato ciecamente dopo essere stato dal signore di Firenze aiutato nelle sue solite difficolta’ finanziarie”. Lo stesso testo riconosce che “[non e’] escluso che la sua elezione sia avvenuta in modo simoniaco”. Sta di fatto che il Papa “creo'” Cardinale all’eta’ di soli 13 anni il figlio di Lorenzo, Giovanni (che divenne successivamente addirittura Papa Leone X, dal 1513 al 1521), e che fondandosi proprio su questo precedente Colombo chiese la stessa cosa per il proprio figlio al ritorno dal suo primo viaggio, senza probabilmente sapere che Innocenzo VIII era ormai morto e che al suo posto c’era gia’ Alessandro VI. Questa circo stanza costituisce uno dei punti di forza dell’argomentazione del gia’ citato libro di R. Marino.

Inoltre, Lorenzo ed Innocenzo VIII, che erano consuoceri avendo fatto sposare un figlio del secondo, Franceschetto, con una figlia del primo, detenevano il monopolio del commercio dell’allume, una sostanza assai preziosa e ricercata al tempo (di cui avremo modo di riparlare nel prossimo paragrafo 7), e di fronte a certi legami economici non si puo’ non farsi venire alla mente qualcuna delle nostre attuali onnipotenti ‘multinazionali’. In effetti, ci si puo’ interrogare se era sufficiente la comune ascendenza ebraica per far intervenire il Papa in favore di Colombo, o se siamo invece di fronte a qualche ‘intrigo’ piu’ complesso, anche se poco ne e’ filtrato sotto i riflettori della storia ‘ufficiale’. Sta di fatto che Lorenzo il Magnifico aveva continui rapporti con in fluenti membri della comunita’ ebraica a causa della sua attivita’ bancaria, che aveva gia’ a quell’epoca un carattere internazionale, e come lui, ma per diversi motivi, il suo intimo amico Pico della Mirandola: una ricchissima miniera di informazioni al riguardo si trova nell’ampio Cassuto 1918, nel quale in particolare (alla p. 61) si menziona un antico manoscritto ebraico, conservato presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze, in cui “s’implora la perenne benedizione divina” su Lorenzo per i servigi resi alla comunita’ ebraica fiorentina.

Arrivati a Lorenzo il Magnifico, l’attenzione si sposta correttamente da Roma a Firenze, e qui in particolare alla corte dei Medici: che la questione colombiana possa essere vantaggiosamente collegata con Firenze e’ tra l’altro dimostrato nell’importante Varela 1991, ma, cio’ nonostante, in occasione delle recenti celebrazioni del V Centenario della morte di Lorenzo il Magnifico, coincidente per l’appunto anche con quello della scoperta dell’America, tale legame non e’ stato messo in opportuna evidenza. Comunque sia, non possiamo non interrogarci allora su quale fosse davvero l’origine della fortuna e del potere di quella famiglia, le cui origini sono ancora abbastanza avvolte nel mistero, e che diventa nel giro di relativamente poco tempo al centro della politica italiana; ma, soprattutto, non possiamo non chiederci se siamo di fronte ad una mera coincidenza, giustificata dalla particolare ‘selvatichezza’ dei tempi, che proprio nello stesso anno, e guarda caso il 1492, tanto Lorenzo il Magnifico quanto Innocenzo VIII muoiano, accompagnati nel giro di pochi anni da altri importanti ‘testimoni’ della vicenda appartenenti alla corte di Lorenzo, quali  Angelo Poliziano e Pico della Mirandola. E non solo loro, ma anche alcuni altri importanti ‘comprimari’, quali il medico personale di Lorenzo il Magnifico, un cartografo di Innocenzo VIII, e chissa’ quanti altri ancora di cui non abbiamo notizia, sono tutti improvvisamente morti tra il 1492 e il 1494, in qualche caso non senza un sospetto di veneficio.

A questo proposito e’ inevitabile porre mente agli avvenimenti che seguiranno l’elezione al soglio pontificio del Papa Alessandro VI, il successore di Innocenzo VIII, della tristemente famosa, e proprio sotto l’aspetto che stiamo discutendo, famiglia dei Borgia! Varie interessanti informazioni al riguardo si trovano nella ricerca (non pubblicata) dello studioso Giuseppe Guerrini, archivista presso il Comune di Castel Ritaldi, in provincia di Perugia, che e’ dedicata alla figura del detto medico personale di Lorenzo il Magnifico, certo Maestro Pierleone Leoni da Spo leto. Questi fu probabilmente ucciso dagli stessi familiari del Signore di Firenze il giorno dopo la sua morte, in quanto ritenuto responsabile del di lui avvelenamento, e la cosa interessante non e’ tanto se sia stato davvero lui o no a prestare la propria opera contro Lorenzo, quanto che un sospetto di morte non naturale ci fu. A proposito invece di Pico, si legga Semprini 1921, alla p. 224 e segg.: “Sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del Mirandolano non sia stata naturale”.

Una vera e propria ‘guerra’ occulta dunque, ma non per questo meno spietata, che non si sviluppo’ soltanto negli anni immediatamente successivi alla scoperta dell’America, ma aveva probabilmente preso inizio gia’ da qualche tempo prima, coinvolgendovi anche alcuni dei ‘precursori’ di Colombo, componenti di quello che potremmo definire il suo stesso ‘partito’: nello stesso modo ‘sospetto’, e nello stesso anno!, morirono in fatti il Papa ‘scienziato’ Pio II ed il Cardinale Nicola Cusano, protettore di Lorenzo Valla, mentre il futuro Alessandro VI era Cancelliere di Santa Romana Chiesa, e persone quali Pomponio Leto, discepolo del Valla, Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Filippo Buonaccorsi, direttamente riconducibile alla cerchia dei Medici, furono esplicitamente accusate di tentativo di restaurazione del paganesimo e di congiura contro il Papa Paolo II, amico personale del Borgia. Non e’ possibile di espanderci qui troppo su questo aspetto peraltro non marginale della nostra ricostruzione delle origini della scienza moderna, e rimandiamo chi vuole saperne qualcosa di piu’ a Bartocci 1995 o all’ottimo Les Jardins du Songe. Poliphile et la mystique de la Renaissance, Parigi, 1986, di Emanuela Kretzulesco [L’autore desidera ringraziare esplicita mente il Dott. Marco Pasi, che sta attualmente completando i suoi studi di dottorato presso l’Ecole Pratique des Hautes Etudes, Section des Sciences Religieuses, della Sorbona di Parigi, per avergli cortesemente indicato questa preziosissima fonte.]. Di questa ricercatrice, e nello stesso contesto, si veda anche l’interessante “E’ Leon Battista Alberti il misterioso autore della Hypnerotomachia Poliphili?”, Politica Romana, N. 3, 1996, pp. 179187. In questo stesso numero della citata rivista, alle pp. 109 e segg., si trovano delle anonime considerazioni su Pomponio Leto, Princeps di quell’Accademia Romana che faceva da pendant all’analoga Accademia Fiorentina, soppressa proprio nel 1492, tra le quali la notizia che e’ possibile rinvenire in numerose catacombe romane “le prove dell’abituale frequentazione di quei luoghi da parte degli Accademici”. In particolare, nelle catacombe di S. Callisto si troverebbero iscrizioni che fanno riferimento a Pomponio Leto come Pontifex Maximus, circostanza che mostra come i sospetti e le accuse del ‘partito conservatore’ all’interno della Chiesa di Roma non fossero del tutto infondati.

Lo scenario che costruiremo nei due prossimi paragrafi permettera’ di inquadrare e collegare in modo razionale tutti questi avvenimenti, ma prima di andare oltre notiamo come sia gia’ possibile dare una risposta ad uno degli interrogativi che avevamo formulato alla fine del paragrafo precedente, e cioe’ perche’ viene ricordato Galileo e non Colombo quale primo esponente di quel conflitto tra la ‘scienza’ e la ‘fede’ che e’ uno degli aspetti piu’ caratteristici della storia della scienza. Il fatto e’ che dell’impresa di Colombo fu immediatamente offerta da parte della Chiesa di Roma, guidata ormai da Alessandro VI, un’interpretazione che la metteva sotto la luce di un trionfo della cristianita’, esaltando il ruolo in verita’ assai marginale dei Re Cattolici, mentre il protagonista di essa, grazie anche al significato del suo nome, Christum Ferens o Christo Ferens, vale a dire Portatore di Cristo o Portatore a Cristo, diventava un vero e proprio eroe della fede. Del resto, questa chiave di lettura appare avvalorata anche dallo stesso Colombo, che usava firmare “Christo Ferens”, a meno che non si voglia come in Michelone 1985 considerare tutta questa documentazione un falso prodotto con qualche preciso intento!

Una conferma indiretta di questa ipotesi ci viene dal fatto che il “Nuovo Mondo” fu dagli scienziati, seguiti subito dagli ambienti pro testanti anticattolici, intitolato a Vespucci anziche’ a Colombo, e nel nostro contesto e’ forse interessante notare come anche Copernico citi nella sua opera in relazione alla scoperta dell’America soltanto Vespucci e non Colombo. Anche su tale questione dobbiamo sorvolare per motivi di spazio, rinviando ancora una volta a Bartocci 1995, ma non senza aver prima informato del fatto che, mentre tutti gli storici stanno a sottolineare che il nome America comparve quasi accidentalmente per la prima volta nel 1507 in un piccolo testo di un oscuro erudito di SaintDie’ dei Vosgi (la Cosmographiae Introductio […] di Martin Waldseemuller), appare chiaro invece che gia’ da tempo si stava cercando, almeno in certi ambienti, di correlare il nuovo continente con la persona di Amerigo Vespucci. Cio’ e’ testimoniato ad esempio dal poco reclamizzato libro di Fracanzio di Montalboddo, pubblicato a Vicenza nello stesso anno 1507, Paesi Novamente retrovati. Et Novo Mondo da Alberico Vesputio Florentino intitulato [Il lettore piu’ accorto ricordera’ che Vicenza e’ stata gia’ menzionata in relazione alla ristampa dell’opera di Marziano Capella, e notera’ inoltre che il titolo del libro di Montalboddo suggerisce anche altre riflessioni che qui non abbiamo possibilita’ di approfondire.], oltre che dalla produzione di falsi resoconti di viaggio, aventi lo scopo di accreditare la presenza di Vespucci nel Nuovo Mondo prima che questi avesse mai messo effettivamente piede su una nave destinata ad attraversare l’Oceano!

Cominciamo ad occuparci invece subito della possibile fonte delle presumibili conoscenze scientifiche di Colombo, studiando il periodo della “genesi della grande scoperta” [Con questa espressione facendo esplicito riferimento a Taviani 1982, nel quale, nonostante vi si sostenga la tesi ‘ortodossa’, e’ possibile comunque trovare una vera e pro pria miniera di informazioni.], ovvero l’ambiente che Colombo frequento’ negli anni precedenti il 1492. In questo compito non dobbiamo commettere l’errore di lasciarci ingannare dal fatto che il merito dell’organizzazione dell’impresa colombiana e’ andato agli spagnoli (tanto che ci sono ancora oggi tante persone, specialmente proprio in America, le quali credono che Colombo sia uno spagnolo), e che il nostro protagonista trascorse effettivamente in Spagna gli anni dal 1484 al 1492. Invero questi anni fanno sicuramente parte del periodo che si deve comunque comprendere come parte della genesi in parola, ma l’idea della traversata oceanica risale di certo agli anni ancora precedenti, e cioe’ al periodo portoghese di Colombo, tra il 1476 ed il 1484. E’ in cio’ che gli accadde in quel paese che si deve andare a cercare le tracce della sua ispirazione, l’intrecciarsi della rete di alleanze e di ostilita’ che lo accompagneranno poi per tutto il resto della vita, le motivazioni e le radici di tutto quello che avvenne nel grande crocevia della storia che stiamo studiando.

6 – La scuola di Sagres

Come mai ritroviamo il nostro presunto umile figlio di un lanaiolo a Lisbona ce lo racconta lui stesso, parlando di un miracoloso salvataggio da un naufragio, nel corso del quale avrebbe raggiunto la costa del Portogallo nuotando attaccato ad un remo (Agosto 1476). Fatto sta che Colombo resta a Lisbona, e che li’ si sposa con Donna Felipa Moniz Perestrello [Diverse notizie sulla famiglia portoghese di Colombo si possono trovare in de Freitas Treen 1989.], una donna imparentata (da parte della madre, Donna Isabella Moniz, moglie di Bartolomeo Perestrello) con la famiglia reale (circa 1479). Sempre a Lisbona troviamo poco dopo anche il di lui fratello Bartolomeo, anch’esso emancipatosi dal rango di figlio di un umile tessitore, guarda caso, proprio a quello di cartografo. Cosa c’e’ in Portogallo che puo’ attirare i due fratelli, nell’ipotesi che tra poco vedremo quanto credibile, di un loro non casuale arrivo in quella terra?

Almeno dal 1416 era operante in quel paese un Centro di Cultura Nautica, fondato da Enrico il Navigatore [Informazioni sul Principe Enrico si possono trovare ad esempio nelle biografie Ure 1985 e Lingua 1994.], e questo Centro continuava a presiedere, anche dopo la morte del suo fondatore, avvenuta nel 1460, all’organizzazione di tutti quei viaggi di esplorazione per i quali i portoghesi sono rimasti giustamente celebri nella storia: ricordiamo tra gli altri Bartolomeo Diaz, che fu il primo a circumnavigare l’Africa, nel 1488, e Vasco de Gama, il primo ad arrivare in India per questa rotta, nel 1498. In tale luogo si riunirono numerosi scienziati di ogni nazionalita’, compresi arabi ed ebrei, che possedevano quelle conoscenze geografiche, astronomiche, matematiche, etc., utili alle finalita’ del Centro. Tra questi scienziati trovia mo nomi poco familiari agli storici della scienza, quali Jehuda Cresques, figlio dell’ebreo maiorchino Abraham Cresques, autore del famoso Atlante catalano; Abraham ben Samuel Zakkut (latinizzato in Zacuto), autore di tavole astronomiche redatte in ebraico che sembra Colombo portasse con se’ nel suo primo viaggio; il discepolo di Zacuto Jose’ Vizinho, etc. [Qualche informazione su questi scienziati si puo’ trovare in Wiesenthal 1973; in Taviani 1982.; in Goldstein 1981. Qualcosa sul ruolo degli scienziati ebrei nella nascita della scienza moderna si trova anche in Forti 1974.]. Cio’ che ci preme soprattutto osservare dal nostro punto di vista e’ che il padre della moglie di Colombo, scomparso nel 1457, era uno degli aiutanti del principe Enrico, e si tramanda che la sua biblioteca fosse seconda soltanto a quella del suo principe quanto a ricchezza di volumi [Vedi ad esempio de Freitas Treen 1989, p. 38.]. Non e’ difficile infatti immaginare che Colombo abbia sfruttato le relazioni che gli derivavano dal matrimonio per venire a conoscenza di tutta quella serie di scoperte, di natura sia teorica che sperimentale, che in oltre mezzo secolo erano andate accumulandosi nel Centro di Sagres, e che erano certamente di natura riservata. E’ questa ‘riservatezza’ che puo’ spiegare ad esempio perche’ il Re Giovanni II del Portogallo reclamasse le terre scoperte da Colombo oltreoceano come sue, o perche’ scrivesse in una famosa lettera al navigatore del 20 Marzo 1488, nella quale lo si invitava a fare ritorno in Portogallo chiamandolo “nostro speciale amico”, di volerlo rassicurare qualora potesse “nutrire una certa diffidenza verso la nostra giustizia a causa di qualche obbligo che potreste avere” [Cfr. ad esempio Taviani 1982, p. 432 corsivo aggiunto.].

E’ lo stesso Colombo che dice: “Ho percorso tutte le rotte conosciute. Trattai ed ebbi conversazione con uomini dotti, ecclesiastici e secolari, latini e greci, ebrei e mori, e con altri molti di sette diverse. […] ho visto e mi sono studiato di compulsare tutti i libri di cosmografia, di storia, le cronache, i libri di filosofia e di altre arti” [Lettera ai Re, da Cadice o Siviglia, 1501; vedi Varela 1992, p. 290 corsivo aggiunto.]. Altro che i pochi libri, conservati nella “modesta bacheca della Biblioteca Colombina” di Siviglia, di cui si parla in Taviani 1982 (p. 407), sui quali la maggior parte degli esperti si e’ affannata per cercare di ricostruire quali fossero le conoscenze scientifiche di Colombo! D’altro canto, questa dichiarazione dello scopritore viene considerata dalla storiografia ufficiale un’evidente esagerazione, quasi una balla da marinaio: per avvalorare la tesi dell’umile origine genovese, del modesto marinaio che “si e’ fatto da se'”, bisogna continuare a sostenere che egli fosse niente piu’ che un modesto autodidatta, privo di regolare istruzione e cultura. Non ci possiamo dilungare nella presentazione di un florilegio di pareri sulla cultura di Colombo, ma forse conviene far conoscere, uno per tutti, quello del famoso geografo ottocentesco Alexander von Humboldt: “Ignorante di fisica e di scienze naturali, poco o nulla versato nelle matematiche, sprovveduto di ogni cultura, privo di istruzione” [Citato da Annuario Francescano Secolare d’Italia, loc. cit., p. 41]. E’ forse interessante aggiungere che la rivista L’Astronomia (N. 125, Ottobre 1992) ha addirittura pubblicato un articolo, dal titolo “La navigazione astronomica ai tempi di Colombo”, nel quale si riprendono le assurde convinzioni della tesi ‘purista’, sostenendo che “L’Ammiraglio aveva poco dimestichezza con quadranti e astrolabi e spesso confuse la Polare con altre stelle”, cosa quest’ultima che non accade neanche al piu’ modesto degli astrofili, anche se qui si tratta naturalmente di latitudini diverse dalle nostre [Onesta’ vuole che si sottolinei il fatto che lo stesso autore mostra segni di ravvedimento in un suo successivo articolo, “Primordi della navigazione astronomica”, pubblicato sulla stessa rivista (N.23, Aprile-Giugno 1997), nel quale ammette esplicitamente di essere giunto “a conclusioni, per quanto riguarda Colombo, notevolmente diverse da quelle esposte nel precedente contributo”. L’autore desidera ringraziare esplicitamente l’amico astrofilo Maurizio Caselli per avergli fatto notare questi articoli.]. Tra le poche eccezioni positive, citiamo l’originale Brio 1993 (che e’ per il momento ancora in attesa di un editore ‘coraggioso’); si tratta di un altro ‘dilettante’, che centra pero’ perfettamente il punto relativo al reale spessore della cultura scientifica di Colombo, e compie tra l’altro un’analisi divertente ed estesa delle varie incongruenze contenute nella tesi cosiddetta purista. Anche Mendelssohn 1976 individua chiaramente nella fondazione del Centro di Sagres, di cui riconosce l'”estrema segretezza”, e che vi si svolgeva “un’attivita’ clandestina” (pp. 42 e 43, corsivi aggiunti) uno dei momenti determinanti per la nascita della scienza moderna. Inoltre, lo stesso testo evidenzia, seppur sommariamente, il ruolo degli scienziati ebrei: “I coraggiosi marinai portoghesi non temevano la morte, ma il loro valore non sarebbe servito a molto se non fosse stato per le menti intelligenti e la misteriosa forza nascosta che dirigeva i loro sforzi. I grandi viaggi di scoperta sono diventati un capitolo d’obbligo nei nostri testi scolastici, ma non dicono niente, e molto poco si sa, degli uomini che li pianificarono e li diressero. In un mondo di zelo cristiano avevano buone ragioni per rimanere nell’ombra, perche’ erano ebrei” (p. 29, corsivi aggiunti). C’e’ da dire pero’ che sfortunatamente anche Mendelssohn non si rende conto che molto probabilmente pure Colombo era uno di quegli uomini, e condivide invece la tesi diffusa che egli fosse “un avventuriero, quasi un ciarlatano”, e che la “scoperta dell’America […] fu fatta per sbaglio” (p. 36)!

Ancora la pista ebraica, dunque, e se ci chiediamo che cosa erano stati chiamati a fare tanti scienziati a Sagres troviamo subito che si tratta di qualcosa che nelle linee generali e’ assai prevedibile: i portoghesi investigavano dei metodi per la navigazione in alto mare, lontano dalle coste, che fino ad allora erano sempre state comunque un riferimento abbastanza alla portata di mano dei naviganti. Questa della navigazione lungo la costa o in mare aperto e’ invero una delle questioni difficili da valutare soltanto in base ai ‘documenti’, ma per fortuna parlano al solito i fatti. Amerigo Vespucci, in una lettera scritta nel 1500, dice della navigazione dei portoghesi che “la loro navichazione e’ di chondinovo a vista di terra”, mentre Pietro Martire d’Anghiera riferisce degli stessi che erano molto superbi senza motivo, “perche’ a vista di terra, ne’ mai da quella allontanandosi e andando ogni sera in porto, avevano scorso tutta quella costa dell’Africa la quale in su l’Oceano guarda verso mezzodi'” [Cfr. Taviani 1982, p. 50.]. Considerazioni di questo tipo sembrano dimenticare le scoperte di isole in pieno Atlantico, naturalmente a meno di non voler dare ogni volta la colpa a ‘fortunati colpi di vento’, di cui ancora parleremo. In Robertson 1821, p. 56, troviamo scritto infatti, a proposito della scoperta dell’isola di Porto Santo, quella di cui il suocero di Colombo divenne poi governatore, che Giovanni Gonzales Zarco e Tristano Vaz, inviati a doppiare il capo Bojador, “seguitando il modo allora piu’ consueto di navigare, tennero il loro corso lungo la spiaggia, nella qual direzione dovevano incontrare quasi insuperabili difficolta’ nel procurare di passare il Capo suddetto. Ma la fortuna suppli’ al difetto della loro abilita’, e impedi’ che il viaggio riuscisse del tutto inutile. Si levo’ un vento improvviso che li spinse nell’alto mare, e quando aspettavano di perire ad ogni momento, li fece approdare ad un’isola sconosciuta” (corsivi aggiunti)!

Alla p. 131 di Wiesenthal 1973 cosi’ si legge a proposito del compito che era stato assegnato agli esperti ebrei che collaboravano con la Corona portoghese nel grande progetto di esplorazione del globo: “Venne loro affidato un compito della massima importanza per la navigazione: trovare un mezzo che permettesse alle navi veleggianti lontano dalla costa di mantenere la direzione scelta: senza un perfezionamento deciso degli strumenti, senza un metodo per determinare la posizione del sole nelle diverse stagioni e la distanza di una nave dall’equatore, viaggiare per mari sconosciuti era infatti quasi impossibile”. E questo senza tenere in conto che si devono probabilmente ai cartografi ebrei legati alla scuola di Maiorca tutti quei progressi in direzione della trasformazione della concezione geografica della Terra riassunta nel terzo paragrafo, che possiamo descrivere con la suggestiva espressione: capovolgimento del globo [Come ben noto, il piu’ antico globo conservato (Museo Nazionale Tedesco di Norimberga) e’ quello di Martino Behaim, costruito nel 1492, ed in esso la Terra appare gia’ orientata con il Nord verso il soffitto ed il Sud verso il pavimento, proprio come nei moderni globi. Del resto, l’autore fu a Lisbona proprio qualche anno prima della sua opera, e c’e’ da pensare che li’ avesse ricevuto diverse informazioni interessanti, anche se non del tutto esaurienti, visto che la parte del globo relativa all’Oceano Atlantico, ed alle coste orientali asiatiche, e’ molto primitiva, anche soltanto in relazione ai dati di cui si puo’ ragionevolmente supporre, come qui appunto si sostiene, che i portoghesi fossero in possesso.].

Questa richiamo alla scienza degli ebrei puo’ essere confermato con un’ulteriore osservazione, che mostra come si possa considerare questo popolo quale elaboratore di una vera e propria autonoma cultura scientifica, e non gia’ semplice tramite tra l’occidente cristiano e la civilta’ araba, attraverso la quale, a sua volta, filtrava l’antica sapienza dei greci [Un testo assai interessante relativo alla specificita’ della cultura ebraica e’ Abrahams et al. 1960.]. Per gli aspetti che ci riguardano sulla forma ed i movimenti della Terra e’ infatti d’uso comune citare soltanto le acquisizioni del pensiero greco, dimenticando ad esempio che nella Kabbala ebraica, composta, pare, intorno al IIIIV Secolo D.C., e comunque sempre assai prima del XIII Secolo, si trova la seguente osservazione: “La Terra gira su se stessa in forma di circolo. Gli uni sono in alto, gli altri sono in basso. […] Una contrada della Terra e’ illuminata mentre le altre sono nelle tenebre” [Cit. in Dolci 1925, p.9. L’autore ringrazia il Prof. Sergio Invernizzi del Dipartimento di Matematica dell’Universita’ di Trieste per aver attratto la sua attenzione su tale importante citazione.]. Troviamo cosi’ che nella cul tura ebraica, che Colombo mostra di conoscere benissimo nell’ormai piu’ volte menzionato Libro delle Profezie, era gia’ presente un’anticipazione di quella rotazione della Terra nelle 24 ore di cui abbiamo gia’ parlato, concezione che contrasta direttamente la visione della Terra che era contrapposta a quella colombiana dai suoi oppositori. Infatti, se la Terra ruota su se stessa, non e’ piu’ possibile parlare di un “alto” abitato e di un “basso” disabitato; e non solo, se ci sono parti della Terra in ombra mentre altre sono in luce, ecco chiaramente indicato che esistono delle terre emerse, ed anche abitate?!, anche dall’altra parte del globo, al di sotto dell’ecumene, proprio come le nuove terre scoperte da Colombo.

Ritorniamo alla questione della navigazione, ovvero a quegli scienziati che stavano cercando di escogitare metodi per fare come si dice il punto, ovvero, capire dove si trovava la nave, stimandone latitudine e longitudine. Ben si comprende come per realizzare tale impresa quelle persone che ci sono ormai cosi’ lontane nel tempo debbano avere alzato gli occhi al cielo con intendimenti assai diversi da quelli con cui sempre gli occhi dell’uomo vi avevano guardato prima di allora, ed ecco la assai probabile connessione con la rivoluzione copernicana. E’ invero inusuale trovare tracce di tale connessione nelle divulgazioni correnti, ma sul numero di Nature del 15 Ottobre 1992 (alla pagina 564) e’ comparso un breve articolo, dal significativo titolo “Copernican Columbus?” (che appare senza firma, ma e’ dovuto alla penna dell’allora Direttore John Maddox), in cui si accenna acutamente e per la prima volta in una sede ‘ufficiale’, almeno a conoscenza del presente autore alla plausibilita’ dell’ipotesi che certe competenze scientifiche necessarie alla traversata oceanica abbiano potuto condurre i loro detentori a cominciare a nutrire qualche dubbio sulla validita’ del sistema tolemaico. Su queste perplessita’ si sarebbe taciuto poi per ovvi motivi di ‘prudenza’, ma avrebbero potuto evidentemente cominciare a circolare, almeno riservatamente, in certi ambienti. Citiamo direttamente le parole che usa Maddox, che e’ un fisico, al termine della sua argomentazione:

“There remains a curious thought about the discovery of the Americas: the voyage was made possible by a primitive skill in the measurement of longitude, the practice of which cannot but have made Columbus and his contemporaries conscious of the Copernican question why the patterns of the supposedly fixed stars should vary with the seasons. Columbus, given his backers, would have known that discretion on the heliocentric issue would be prudent”

[Un commento ad opera del presente autore, che indicava tra l’altro le probabili connessioni tra Colombo, Innocenzo VIII, i Medici e la comunita’ ebraica, e’ stato poi pubblicato sul numero di Nature del 4 Febbraio 1993, sotto il titolo “Columbus a Jew?”.].

Ritrovando qui, come era del resto facile attendersi, il carattere pratico che sovrintende a tutto lo sviluppo della scienza moderna, no tiamo che mentre per calcolare la prima coordinata la latitudine non c’e’ bisogno di un grande sforzo concettuale, bastando determinare l’altezza del sole di giorno o quella della stella polare di notte [Naturalmente, c’era anche bisogno pero’ di precise tavole astronomiche, in relazione al periodo dell’anno in cui si effettuavano le misurazioni. Non dimentichiamo poi che tali stime dovevano effettuarsi su una nave in movimento in luoghi sconosciuti, e non in un punto fisso e noto della Terra.], il problema e’ ben diverso per quanto riguarda il calcolo della longitudine, al quale vogliamo dedicare un po’ d’attenzione. E’ ovvio infatti che quella che si puo’ calcolare e’ soltanto una differenza di longitudine, visto che ogni meridiano puo’ essere arbitrariamente prescelto come origine. In altre parole, una misura di longitudine e’ collegata alla distanza percorsa dalla nave, ed e’ chiaro che in linea di principio (conoscendo naturalmente almeno degli elementi rudimentali di trigonometria piana se non addirittura sferica, che per l’appunto con questi precisi intendimenti concreti furono sviluppati da quei teorici della navigazione) basta conoscere la durata del viaggio e la velocita’ media della nave per ottenere un tale valore con riferimento ad una assunta longitudine zero del punto di partenza, e conosciuto un eventuale scarto in latitudine che possa essersi verificato, piu’ o meno volontariamente, durante il viaggio. Tale argomentazione non tiene conto pero’ che la stima andava effettuata su vascelli che si trovavano in navigazione anche di notte, o che si imbattevano in tempeste, in momenti cioe’ nei quali sarebbe stato impossibile fare misurazioni, e riuscire a sapere quindi dove ci si trovava quando le condizioni meteorologiche tornavano normali diventava pressoche’ impossibile. Senza entrare troppo nei dettagli, limitiamoci ad osservare quindi che l’idea generale che ancora oggi sovrintende a un calcolo di differenza di longitudine e’ quella del confronto tra il tempo locale del posto in cui si trova la nave ed il tempo effettivamente trascorso da quando si e’ partiti (e supponendo per semplificare che tutto il viaggio sia avvenuto ad una latitudine fissata nota, ovvero sempre sullo stesso parallelo), ed e’ proprio questa concezione che dovette essere elaborata a Sagres in quegli anni, visto che troppi segni mostrano che i navigatori portoghesi, tra questi compreso Colombo, dovevano possedere almeno un metodo primitivo per la stima del la longitudine. Del resto, anche il famoso episodio della previsione di un’eclisse da parte di Colombo mentre si trovava in America nel corso del suo secondo viaggio, ricordato in un’annotazione al Libro delle Profezie [Melczer 1992, p. 301.], non puo’ che confermare la tesi che Colombo fosse in modo abbastanza preciso al corrente di quale fosse la differenza di longitudine tra l’Europa ed il Nuovo Mondo. C’e’ chi obietta decisamente contro tale opinione, dal momento che, si dice, non esistevano al tempo di Colombo metodi di misurazione del tempo cosi’ precisi da fornire delle stime affidabili [Della questione si occupa anni dopo ancora Galileo, che cerca di utilizzare come ‘esatto orologio’ astronomico il periodo dei satelliti di Giove, le famose “stelle Medicee”, da lui per primo osservati.]. Certo, ma quello che stiamo qui discutendo non e’ tanto se i calcoli che venivano effettuati fossero precisi o meno, ed eventualmente con quale margine di errore, quanto piuttosto se gli scienziati di Sagres avessero o no teorizzato come andava calcolata la longitudine, qualora fossero stati naturalmente in possesso di una strumentazione decente. Sulla questione la si puo’ pensare ovviamente come si vuole, fatto sta che e’ noto come Colombo cercasse di misurare il piu’ accuratamente possibile il tempo che veniva impiegato nella navigazione, e che se prendiamo il Dizionario Enciclopedico Italiano della Treccani (1970), alla voce “Navigazione”, vi troviamo testualmente riportato: “Il Rinascimento vide le piu’ straordinarie spedizioni marittime della storia […] insieme con lo sviluppo sempre piu’ celere di tutti i vari fattori collaboranti all’arte della navigazione: […] la definizione tecnica della longitudine mediante la misura dell’ora (F. Colombo, 1500)”. F. Colombo non e’ naturalmente altri che il figlio di Colombo, Fernando, che abbiamo gia’ piu’ volte nominato, e non pare difficile ipotizzare che tale conoscenza gli sia venuta direttamente dal padre, quasi un prezioso lascito ereditario di un’informazione che si teneva evidentemente come riservata in certi ‘circoli’ [A proposito della possibilita’ di valutare la longitudine ai tempi di Colombo vedi anche Luzzana Caraci 1988, pp. 56 e segg., che riconosce come anche Vespucci abbia effettuato, e sia stato chiamato ufficialmente ad effettuare, tali misure.].

Vogliamo aggiungere infine qualche considerazione sul fatto che non deve sembrare anacronistico l’uso del termine “coordinate” per il periodo che stiamo prendendo in esame, visto che c’e’ chi potrebbe obiettare che l’introduzione sistematica delle coordinate nella Geometria (la cosiddetta Geometria analitica) si deve a Cartesio oltre cento anni dopo la scoperta dell’America. In effetti, preludi del metodo delle coordinate si trovano gia’, come ricordano tutti i testi di storia della matematica, ad esempio nel francese Nicola d’Oresme, vissuto nel XIV Secolo, il quale usava per le coordinate del piano i due termini, di chiara provenienza geografica, latitudo e longitudo, a riprova del fatto che il loro utilizzo in matematica ha tratto ispirazione dalla pratica della navigazione e non viceversa [Cfr. su questo argomento anche Forti 1974, p. 41.].

Per tornare alle vicende personali del futuro scopritore dell’America, durante la sua permanenza in Portogallo egli continua a navigare, invece di godersi le gioie del matrimonio, e l’insperato salto di qualita’ che doveva aver evidentemente compiuto la sua vita, ed i suoi viaggi piu’ che da un’occasione commerciale sembrano ispirati da una pura motivazione sperimentale. Gia’ nel 1477 troviamo Colombo in Islanda a fare indagini sui favolosi viaggi ad Ovest degli antichi Vichinghi, tra il 1480 ed il 1482 tocca le Canarie e le Azzorre, tra il 1482 ed il 1483 e’ in Guinea ad effettuare rilevazioni astronomiche. Dunque, probabilmente un ‘ufficiale’ al servizio diretto del Centro di Sagres, o forse anche qualcosa di piu’. Comunque sia, ad un certo punto Colombo matura la sua idea che sia possibile “Buscar el Levante por el Poniente”, e propone a colui che regnava in Portogallo in quel tempo, il famoso Giovanni II, detto il Perfetto, il progetto che piu’ tardi sottoporra’ con maggiore fortuna ai Re di Spagna Fernando e Isabella.

Come va a finire questa parte della storia, e perche’ Colombo lascia il Portogallo in fretta e in furia, rinunciando comunque ad un’invidia bile posizione (almeno paragonata a quella pretesa sua d’origine), e se ne va in Spagna, umile ospite di un convento di Francescani, con l’unico figlioletto avuto dalla moglie, scomparsa intanto prematuramente [Almeno cosi’ tutti ritengono, anche se lo stesso Colombo ci informa, in una lettera ai membri del Consiglio di Castiglia scritta molti anni dopo il suo trionfo, quando la sua fortuna era ormai in declino, che egli aveva lasciato “moglie e figli” in Portogallo per venire “a servire questi Principi” vedi Varela 1991, p. 284. Siamo qui di fronte ad un’altra delle tante incongruenze presenti nella storia dello scopritore del l’America, che affliggono non soltanto interpretazioni ‘eterodosse’, quali quella qui sostenuta, ma anche quelle ‘puriste’.]? Secondo le sue stesse parole, almeno per come ci sono pervenute attraverso la cronaca del figlio Fernando, Giovanni II non aveva accettato la sua richiesta, o meglio, aveva cercato di far da se’, rubandogli l’idea ed inviando, naturalmente senza alcun successo, una spedizione a verificare la fattibilita’ del suo progetto. Colombo, va da se’, si offende mortalmente, e lascia Lisbona nel 1484 stiamo attenti a questa particolare data perche’ risultera’ importante! e come andarono a finire poi le cose in Spagna e’ ben noto, e parte di tutto il ‘mito’ colombiano.

Ma le cose stanno proprio in questi termini? Non abbiamo trascurato qualche pista capace di eliminare le tante incongruenze ancora presenti nella ricostruzione di questa fondamentale vicenda? Vedremo adesso come si possa introdurre sulla scena, peraltro gia’ sin troppo affollata, un altro importante elemento che mostrera’ quanto la ‘vera’ storia possa essere molto piu’ complicata, e ‘nascosta’, di quella che ci viene solitamente raccontata, anche solo nelle sue linee essenziali.

7 – Templari ed Ebrei

Non bisogna invero faticare molto, una volta che si intuisca in quale direzione andare a cercare, per venire a sapere che il principe Enrico, il fondatore del Centro di Sagres, era Gran Maestro del ricco e potente Ordine dei Cavalieri di Cristo, e che aveva anzi utilizzato per il suo disegno il prestigio ed i beni dell’Ordine che dirigeva. A tale Ordine appartenevano anche Bartolomeo Perestrello, il padre della moglie di Colombo, e poi Vasco de Gama e (tutti?) i grandi esploratori portoghesi [Vedi ad esempio Quadros 1987, Vol. II, pp. 151 e segg.; de Freitas Treen 1989, pp. 8 e segg.; Ambrosoli 1973, p. 181. Altre informazioni e conferme interessanti si trovano in Baigent, Leigh 1989, p. 88.]. Ci imbattiamo cosi’ in quel particolare della nostra storia che puo’ forse fungere da elemento unificatore, tanto da far diventare la nostra narrazione una parte della storia del famoso Ordine dei Cavalieri Templari.

Questo Ordine, la cui storia e la cui tragica scomparsa sono cosi’ no te che le ricorderemo appena, era stato in effetti dichiarato disciolto dal Papa Clemente V durante il Concilio di Vienne nel 1312, e quindi un secolo prima del periodo che stiamo studiando. Esso era stato fondato nel 1118, ai tempi della prima Crociata, con lo scopo dichiarato di difendere i pellegrini che si recavano nella Terra Santa, e l’origine della sua finale sventura fu una serie di accuse formulategli contro dal Re di Francia Filippo il Bello, ‘grande elettore’ del menzionato Papa ‘avignonese’, e francese di nazionalita’, Clemente V. Come effetto della condanna che fu pronunciata contro i Templari, l’ultimo (almeno ‘ufficialmente’) loro Gran Maestro, Jacques De Molay, mori’ sul rogo nel 1314. Dopo questo periodo non si hanno piu’ informazioni ‘certe’ su un’eventuale sopravvivenza dell’Ordine, escludendo pero’, come presto vedremo, il caso appunto del Portogallo. Tanto per dare qualche indicazione bibliografica, citiamo Partner 1987 e Lo Mastro 1990. Per quanto riguarda in particolare la storia dei Templari in Italia, si puo’ consultare utilmente Bramato 1991.

Come abbiamo accennato, si afferma di solito [Vedi ad esempio Eco 1992.] che dopo la prima meta’ del XIV secolo si perde ogni traccia ‘materialmente documentabile’ di una sopravvivenza dell’Ordine, fino al momento della nascita del ‘mito templare’ tra il ‘600 e il ‘700, quando molte societa’ segrete (tra cui la Massoneria) proclamano una loro ‘discendenza’ piu’ o meno diretta dai cavalieri medievali la cui triste sorte ha colpito e continua a colpire la fantasia romanticheggiante di molte persone. Ma le cose non stanno esattamente cosi’, e, guarda caso, e’ proprio in Portogallo, che abbiamo appena visto essere uno degli scenari piu’ importanti, se non il piu’ importante, dell’impresa colombiana (e poi anche di quella di Amerigo Vespucci), che i Templari sopravvissero come Ordine ufficialmente riconosciuto ed organizzato. Invero, l’Ordine di Cristo precedentemente nominato ed i Templari debbono essere considerati sostanzialmente come la stessa cosa, dal momento che i Cavalieri del Tempio portoghesi, aiutati dal Re dell’epoca, il famoso Don Dionigi citato anche nel Paradiso di Dante [Dante Alighieri, Paradiso, Canto XIX, v. 139. Sul problema delle relazioni tra Dante e i Templari, e sulla possibilita’ che Dante fosse egli stesso un templare, vedi ad esempio John 1991. Bisognerebbe forse avvertire che i Templari, come peraltro i Francescani, possedevano un loro Ordine secolare, analogo appunto al Terzo Ordine Francescano, l’attuale Terzo Ordine Regolare, e che con l’espressione “templare” potrebbe essere indicato anche un appartenente a questo Ordine.], riuscirono a resistere alla persecuzione del Re francese Filippo il Bello e del Papa Clemente V utilizzando semplicemente l’espediente di cambiare il nome dell’Ordine, o piu’ esattamente di riprenderne la denominazione originaria, che era appunto quella di (poveri) Cavalieri di Cristo. Con questo semplice escamotage l’Ordine conservo’ in quel paese tutti i suoi possedimenti e le sue ricchezze, continuando a ricoprire un ruolo estremamente influente nella politica portoghese. Ci sarebbe molto da dire sulla storia dei Templari in Portogallo, e notare come essi non rappresentassero in quei luoghi cosi’ lontani da Roma un Ordine qualsiasi: il regno portoghese era stata fondato proprio da cavalieri templari al tempo delle guerre contro i Saraceni, e in mano templare, o comunque in stretta connessione con l’Ordine, si trovava da sempre il governo del Portogallo. Dobbiamo pero’ andare avanti con la nostra ricostruzione, rinviando il lettore interessato ad approfondire maggiormente questo aspetto della storia a qualche testo specializzato [Cfr. ad esempio il gia’ citato Quadros 1987.], non senza avere pero’ almeno osservato che in mano templare troviamo un secolo dopo lo scioglimento ufficiale dell’Ordine l’organizzazione del grande progetto di esplorazione del mondo e di rinnovamento scientifico, e lasciato al lettore il compito di valutare se, con riferimento alla famosa ipotesi del pronunciamento di una ‘vendetta templare’ contro la Chiesa di Roma, che aveva distrutto l’Ordine in modo cosi’ spettacolarmente drammatico, non appaia quanto meno verosimile che una tale impresa fosse animata anche dalla motivazione ideologica di demolire (cosa che poi di fatto avvenne) quella visione sacra del mondo su cui la Chiesa romana fondava la sua autorita’ e la sua dottrina. Ed in effetti, anche se e’ usuale alla gran parte dei commentatori ascrivere tutta la ‘colpa’ della distruzione dei Templari alla cupidigia di Filippo il Bello, del quale Clemente V sarebbe stato soltanto un semplice succube, sembra difficile credere davvero che il Papa fosse del tutto estraneo alla vicenda. Anzi, si sa ad esempio che al termine di un processo contro i Templari, tenutosi a Ravenna nel 1311, e conclusosi con l’assoluzione degli imputati da parte dell’Arcivescovo di quella citta’, Rinaldo da Concorezzo, il Papa scrisse una durissima lettera a quel prelato intimandogli di riaprire il processo e di fare uso della tortura fino ad ottenere piena confessione da parte degli sventurati inquisiti. Del resto, come nel caso della persecuzione contro gli ‘umanisti’ nel XV Secolo di cui abbiamo parlato nel paragrafo prece dente, anche nel caso dei Templari le accuse di ‘eresia’ e di ‘collusione con il nemico’ non appaiono completamente infondate, ed e’ di solito poco messo in evidenza il fatto che piu’ o meno le stesse accuse di Filippo il Bello erano state gia’ mosse contro l’Ordine dall’Imperatore Federico II [Vedi ad esempio Regine Pernoud, Les Templiers, Presses Universitaires de France, 1974, p. 120.].

Tornando a Colombo, questi ebbe dunque l’occasione di conoscere i Templari, la loro attivita’ e la loro scienza. C’e’ qualche altro indizio che possa ricollegare lui, o gli altri protagonisti della storia fin qui citati, agli ex-Templari, ora Cavalieri dell’Ordine di Cristo? Per quanto riguarda Colombo, abbiamo gia’ detto che c’e’ nelle sue parole un ricorrente riferimento al simbolo del ‘Tempio’ di cui si propone la ‘ricostruzione’, e sono certo interessanti anche le raffigurazioni che mostrano la “croce templare” nelle vele delle sue caravelle in tutta l’iconografia, anche coeva, che si riferisce alla vicenda. Un altro importante collegamento iconografico fra Colombo, Firenze e i Templari si puo’ rintracciare in un affresco (XVI secolo) di Palazzo Pitti, nel quale il navigatore e’ raffigurato, contornato da vari strumenti scientifici, mentre fa misurazioni rivolto ad un notturno cielo stellato. In alto, tra le varie costellazioni, e’ dipinta una croce templare [Una riproduzione dell’affresco costituisce la copertina di Bartocci 1995, e si puo’ trovare anche alla p. 43 di Lequenne 1992]. Corre l’obbligo di segnalare che c’e’ chi sostiene possa trattarsi di Vespucci anziche’ di Colombo, il che nulla toglierebbe alla nostra ricostruzione, anzi aggiungerebbe, mostrando in tal caso come anche Vespucci potrebbe eventualmente essere ricollegato alle vicende dei cavalieri templari successive allo scioglimento dell’Ordine.

Per quanto riguarda i Medici ed Innocenzo VIII, e’ ben noto che a Firenze nella prima meta’ del XIV secolo erano particolarmente attive le societa’ segrete con un programma anticattolico [Si vedano ad esempio Valli 1928 e Ricolfi 1939.], e che la fortuna dei Medici inizia proprio in quel periodo ed in quella citta’, guarda caso sfruttando il sistema delle banche che troviamo profondamente collegato alla storia ed alle origini del successo dei Templari. E’ del tutto inusuale trovare enunciati precisi collegamenti tra origine della Massoneria e Firenze (anche se non tra Massoneria e Templari), ma almeno in Lensi Orlandi Cardini 1988 (p. 57) si possono leggere le seguenti ispirate parole:

“La Massoneria ‘figlia primogenita dell’intellettualismo settecentesco’ non nacque in Inghilterra durante l’anelito preromantico al mistero che affonda le radici nella Tradizione e nello spirito medievale, com’e’ stato scritto, ma testimone il cinquecentesco Studiolo di Francesco de’ Medici, in Italia s’affermo’ vari secoli prima di quel che fino ad oggi s’e’ detto”

[Il lettore potra’ essere interessato a sapere che nella reggia di Caserta, in una sala della Biblioteca, sono esposti dei quadri del XVIII Secolo, di chiara ispirazione massonica. In uno di essi un angelo alato impugna una fiaccola ardente con la quale scaccia delle figure con lunghe orecchie asinine: ai piedi dell’angelo, un vecchio e’ sdraiato a terra, con un otre da cui fuoriesce un getto d’acqua chiaro riferimento simbolico ad una ‘sorgente’ e presso il vecchio un angelo scrive con il dito un nome su una pietra: Cosimo de’ Medici. L’autore deve questa informazione alla Prof.ssa Rosanna Cioffi, dell’Universita’ di Napoli.].

Sull’importante questione dei Templari banchieri, tesorieri ed esattori di imposte si possono consultare ad esempio i gia’ citati Partner 1987 (p. 18) e Pernoud 1974 (pp. 74 e segg.), o Bordonove 1973 (p. 185).

Tra gli altri indizi che sentiamo di non minore suggestione e’ il fatto che si tramanda che il principe Enrico il Navigatore non avesse mai toccato donna, come si conviene ad un Cavaliere del rango supremo dell’Ordine che abbia pronunciato il voto di castita’, e che ritroviamo curiosamente tale circostanza riferita anche a quel Paolo del Pozzo Toscanelli, il geografo fiorentino vicino alla corte dei Medici di cui abbiamo gia’ parlato [Secondo Pernoud 1974, p. 122, si tratta di chiari indizi di “catarismo”]; oppure che, con riferimento al commercio del l’allume di cui abbiamo detto a proposito dei rapporti d’affari tra Lorenzo il Magnifico ed Innocenzo VIII, le miniere di allume sui monti della Tolfa, a nord di Roma, furono scoperte e sfruttate per la prima volta proprio dai Templari [Vedi Valentini 1993, in particolare l’appendice a questo studio: “I templari e l’allume romano”.]!

Ma la circostanza forse piu’ interessante e’ che l’attenzione posta sulla storia dei Templari, o se preferite dei Cavalieri di Cristo, ci porta a notare una coincidenza che puo’ forse spiegare in altro modo il per certi versi misterioso allontanamento di Colombo dal Portogallo nel 1484. Abbiamo detto che il governo del Portogallo e’ stato sempre in qualche modo ‘vicino’ all’Ordine Templare, ma naturalmente questo stato di cose dipendeva anche dalla disponibilita’ personale del Re. Ora sembra invece che Giovanni II avesse un carattere abbastanza autoritario ed accentratore, fatto sta che le cronache ci raccontano che proprio nel 1484 uccise personalmente a pugnalate (ne’ era nuovo a prodezze del genere), un certo Don Diego, l’allora Governatore in carica dell’Ordine di Cristo [Cfr. Quadros 1987, Vol. II, p. 269.]. Forse proprio questo episodio potrebbe essere piu’ di tanti altri una delle cause del fatto che furono gli spagnoli i primi europei ad arrivare e colonizzare il Nuovo Mondo! Resta il fatto che Colombo, pur da lontano in Spagna, sembra continuare ad ‘avere le mani in pasta’ in relazione alle esplorazioni portoghesi. Raccontando del ritorno di Bartolomeo Diaz a Lisbona nel dicembre del 1488, scrive: “in quibus omnibus interfui” [Tale postilla e’ riportata in Varela 1991, p. 6.]. Molti studiosi interpretano queste parole pensando che Colombo si trovasse a Lisbona, e che ivi assistette personalmente al ritorno delle navi di Diaz. Altri, ipotizzando piu’ verosimilmente che Colombo a Lisbona non fece mai ritorno durante il suo periodo spagnolo a causa dei precedenti contrasti con Giovanni II, sono costretti a pensare invece che questa nota non sia di mano del navigatore, ma del di lui fratello Bartolomeo, il quale avrebbe avuto una calligrafia assai simile alla sua. Sarebbe stato Bartolomeo, rimasto a Lisbona, ad assistere al ritorno di Diaz, e non Cristoforo. Nessuno dei commentatori sembra pero’ porre particolare attenzione al fatto che Colombo scrive interfui, che piu’ che ad una presenza di fatto (avrebbe forse usato adfui), potrebbe far pensare invece ad una partecipazione, ad una sovrintendenza all’intero affare che poteva avvenire anche da lontano pur se bisogna riconoscere, per la verita’, che quest’espressione appartiene al comune gergo notarile medievale, e che quindi come tale avrebbe potuto essere utilizzata da Colombo, o da chi per lui, senza che l’uso di un verbo anziche’ di un altro possa assumere un particolare significato.

Sempre sulla stessa lunghezza d’onda, e’ forse piu’ interessare notare che, ormai trionfatore, Colombo fa ritorno dal suo primo viaggio in America, e dove approda? In Spagna a raccogliere subito il meritato alloro? No, se ne va a Lisbona, e si giustifica poi con i Re spagnoli parlando di un forte vento contrario quando gia’ si trovava nel mare di Castiglia. Ma come, dopo tanti mesi di navigazione intelligente e precisa, quasi miracolosa, in pieno Oceano, proprio alla fine incontra l’ostacolo a cui non sa resistere?! Lo sbarco in Portogallo non poteva non essere interpretato come assai poco gradevole presso la corte spagnola, e Colombo ricorda in effetti i pericoli che corse in quella circostanza: “Io credo che la signoria vostra ricordera’ come, ormai privo di vele, la tempesta m’avesse sospinto fino a Lisbona, e come fossi falsamente accusato d’esser riparato cola’ per regalare le Indie a quel Re” (corsivi aggiunti) [Vedi Varela 1991, p. 279.]. Diventa buffo notare che questa storia di dare colpa di tutto al vento non fosse del tutto originale, come abbiamo gia’ accennato. Un rischio calcolato piuttosto, una mossa che doveva pur prevedere qualche ‘ricompensa’, fosse pure di natura esclusivamente psicologica. Fatto sta che a Lisbona Colombo incontra da vincitore, oltre a chi non sappiamo, il suo vecchio avversario, Giovanni, e sara’ soltanto dopo la morte di questi, avvenuta nel 1495, che avra’ luogo la spedizione portoghese di cui faceva parte Amerigo Vespucci, quel diretto dipendente dei Medici a cui Colombo per sua stessa ammissione ha raccontato ‘tutto’ [Vedi ancora Varela 1991, p. 376. Per quanto attiene in generale ai rapporti tra Colombo e Vespucci vedi ad esempio Luzzana Caraci 1988.].

Molto ci sarebbe ancora da dire su tutta questa faccenda, mostrando come tanti altri dettagli possano diventare piu’ comprensibili alla luce delle considerazioni sopra esposte quale ad esempio la strana insistenza dei portoghesi affinche’, subito dopo il ritorno di Colombo dal primo viaggio, venisse spostata un po’ ad Ovest (fino ad incontrare le terre del Brasile, per pura loro fortuna?!) la famosa linea che il Papa spagnolo Alessandro VI si era affrettato a tracciare per dividere il mondo in due parti (Maggio 1493) e per la prima volta nella storia in ‘verticale’, ovvero lungo un meridiano, anziche’ in ‘orizzontale’ lungo un parallelo, con riferimento allora al Nord ed al Sud! Il Papa Borgia assegno’ in tal modo le terre ad Occidente di tale linea alla Spagna, ed il confine cosi’ stabilito, con qualche modificazione, verra’ poi sancito nel susseguente trattato di Tordesillas (Giugno 1494). Ma vogliamo continuare a rimanere nella dimensione dell’accenno, e rivolgere quindi piuttosto l’attenzione ad un’altra importante questione. Come si possono raccordare la ‘pista ebraica’ di cui abbiamo precedentemente parlato ed il legame di Colombo con i Templari? Ebrei e Templari erano in qualche modo collegati, al di la’ del fatto, d’altronde non trascurabile, che subirono la stessa persecuzione da parte del medesimo avversario?

Il secondo interrogativo apre spazi di riflessione immensi, una volta che si ricordi che i Templari avevano introdotto e fatto prosperare il sistema delle banche vero elemento unificatore internazionale e super nazionale ancora oggi, formidabile spina dorsale di ogni possibile pro getto ‘mondialista’ e che queste venivano gestite soprattutto da ebrei, visto che i cattolici trovavano non conforme alle indicazioni evangeliche occuparsi direttamente di affari di denaro. Inoltre, Templari ed Ebrei erano stati lungamente vicini in Terra Santa, e c’e’ da pensare che tra i due gruppi si fossero creati legami di solidarieta’ ed affinita’ ideologica particolari [La letteratura pullula naturalmente di supposizioni piu’ o meno fantastiche sul come mai un Ordine rigorosamente cristiano e cattolico possa poi essere eventualmente diventato cosi’ spregiudicatamente ‘aperto’. Ci sembra di far cosa utile al lettore citando almeno R. Ambelain, Jesus ou le mortel secret des Templiers, Ed. Robert Laffont, 1970 del quale circola una versione italiana a cura di G. de Turris e S. Fusco e, nella stessa direzione, l’inquietante Il ricatto della croce, di Andrea Frezza, Biblioteca del Vascello, Roma, 1995. Piu’ storicamente documentato infine Fabio Giovanni Giannini, Templari La luce e l’ombra del Tempio, New Style Limited, Milano, 1997.]. Vale la pena di sottolineare che alla pagina 221 di Lo Mastro 1990 si trova un interessante articolo intitolato “Judios y musulmanes en relacion con los Templarios de Zaragoza”, e che c’e’ chi ha visto nel famoso crittogramma con cui Colombo usava far precedere la sua firma (di sapore decisamente iniziatico), e precisamente nelle tre lettere X M Y , un riferimento a Cristiani, Mori, Giudei, ovvero ad una sorta di unificazione ideale delle tre grandi religioni monoteiste, passo essenziale di una concezione ‘mondialista’ [Cfr. l’ampio Pistarino 1990, p. 78. Colombo firmava con le tre lettere greche Chi, Ro, Omicron seguite dalla parola latina Ferens, sicche’ tutta questa parte starebbe per Christo Ferens, e disegnava al di sopra di queste parole una strana piramide composta da tre lettere .S. con una A al centro, subito al di sotto della quale venivano le tre lettere X M Y . Si puo’ forse aggiungere che Colombo teneva molto a questo suo modo di firmare, tanto e’ vero che ne prescrive l’adozione ai suoi eredi nel testamento del 22 Febbraio 1498, conosciuto come “Istituzione del Maggiorasco” (cfr. Varela 1991, p. 197).]. Questa ipotesi appare tra le tante particolarmente sensata, viepiu’ alla luce di altre precise affinita’ ideologiche (ad esempio con Nicola Cusano ed il gruppo degli ‘umanisti’ romani di cui abbiamo detto nel precedente paragrafo 5) che costituiscono un altro importante filo di Arianna nell’intricato labirinto delle congetture al quale non possiamo pero’ qui neanche accennare, rinviando ancora una volta il lettore interessato ad ulteriori approfondimenti a Bartocci 1995.

Prima di ritornare specificatamente alla questione colombiana, osserviamo che, nello scenario che abbiamo costruito, l’obiezione relativa al perche’ tutta questa vicenda non sarebbe entrata a fare parte esplicita della storiografia ufficiale, sembra naturalmente dissolversi. In effetti, chi da una parte dello steccato capi’ la vera posta del gioco che si stava svolgendo, cerco’ di dissimulare il piu’ possibile le vittorie degli avversari, anzi di impadronirsene. Quelli che stavano dall’altra parte invece, non avevano ancora sufficiente potere per contrastare apertamente i loro antagonisti, e non avevano interesse a scoprirsi e ad andare incontro a dei ‘guai’ (come Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei ancora cento anni dopo); e questo tanto piu’ che avevano ormai sperimentato che restando in segretezza potevano agire con grande disinvoltura e maggiori probabilita’ di successo. A questo riguardo, c’e’ chi pensa ancora oggi ad esempio che la Massoneria non voglia rinunciare ad una sua certa ‘riservatezza’ non tanto per mantenere il silenzio su certi suoi particolari iniziatici ‘segreti’, quanto piuttosto per una sorta di tradizione storica che risale, secondo queste nostre supposizioni, a tempi abbastanza vecchi, ma neanche poi troppo. E’ chiaro che cosi’ dicendo suggeriamo che sia corretta l’interpretazione di quegli storici di solito dileggiati dai colleghi piu’ ‘prudenti’ i quali sostengono che le origini di questa ‘moderna’ societa’ segreta sia no da ricercarsi proprio nell’Ordine Templare e nelle sue vicissitudini.

Torniamo ad occuparci di Colombo, chiedendoci se e’ possibile formulare un’ipotesi sulla sua persona che renda coerente tutto quello che abbiamo detto finora: in che modo egli potrebbe essere collegato tanto agli Ebrei quanto ai Templari? Naturalmente, trovare questo collegamento non e’ strettamente necessario, pero’ esso costituirebbe indubitabilmente un altro indizio della fondatezza del quadro generale che abbiamo qui edificato. Per risolvere tale questione, affrontiamo un problema finora rimandato: quale valore assegnare ai famosi ‘documenti’ genovesi, che danno a detta di alcuni tutte le informazioni biografiche che si possono desiderare? Si tratta di fonti che si possono in qualche modo conte stare, o il “giallo” colombiano ha una possibile soluzione, piu’ nascosta e raffinata, ma comunque compatibile con tutta questa documentazione? Bene, abbiamo gia’ detto che Colombo risulta da queste carte figlio di una certa Susanna, il cui padre si chiamava Giacobbe, e che tali nomi bastano da soli a mettere sulla pista dell’ebraicita’ del nostro eroe. Ma la cosa piu’ interessante e’ che la famiglia di Susanna viene detta originaria del Piacentino [Vedi ad esempio Taviani 1982, p. 232.], e che guarda caso proprio da Piacenza, nel 1385, un tal nobile Filippo Pallastrelli si era trasferito in Portogallo con la moglie Caterina Visconti [Vedi ad esempio de Freitas Treen 1989, p. 30.], e li’ il cognome della sua famiglia era diventato, ormai e’ facile indovinarlo, Perestrello!

Bene, non si puo’ forse ipotizzare che Colombo, e Bartolomeo, fossero figli, probabilmente illegittimi, nati da questa Susanna e da qualcuno della famiglia Pallastrelli che era rimasta a Piacenza? Ecco allora che Colombo si troverebbe ad essere per circostanze di nascita tanto ebreo quanto ‘templare’. E se si nota che pure un fratello di Filippo Pallastrelli rimasto a Piacenza si chiamava Bartolomeo, non viene da osservare che ci sono in effetti un po’ troppi Bartolomei in questa storia?! Sta di fatto che il nome Giovanni del padre del preteso padre di Colombo (che si chiamerebbe Domenico, secondo i detti documenti genovesi), appare dato a un figlio di Domenico nato (dopo?) Cristoforo (forse non un figlio di Susanna, ma un figlio di Domenico nato da un precedente matrimonio di questi?), mentre quello del nonno materno, nella forma Giacomo, viene attribuito non a colui che risulterebbe il terzo figlio della coppia, Bartolomeo, ma al quarto, nato intorno al 1470. Non si puo’ allora pensare che Cristoforo e Bartolomeo, ebrei per parte di madre, si rechino a Lisbona a cercare qualche forma di appoggio presso dei parenti? Il matrimonio con la figlia di Bartolomeo Perestrello diventerebbe di conseguenza molto piu’ comprensibile, uno di quei matrimoni ‘in famiglia’ ai quali si assiste spesso ancora oggi. Ed il povero Domenico Colombo, con il quale peraltro Cristoforo non ebbe mai particolari rapporti di affetto, pur essendo questi sopravvissuto fin quasi alla fine del secolo, mentre ne ebbe sia con Bartolomeo che con il nominato Giacomo, colui che viene citato nei documenti genovesi come marito di Susanna, sotto che ruolo dobbiamo considerarlo? Il primo atto notarile che si riferisce insieme a Domenico e a Cristoforo, redatto nel 1470, quando Colombo aveva 19 anni (secondo le cronologie piu’ accreditate) prova sol tanto che lui era il marito di Susanna in quell’anno, ma forse solo da poco tempo, tanto e’ vero che dispone con quell’atto di una parte della dote della moglie, e Colombo e’ chiamato appunto a controfirmare per approvarne l’azione. Ci sembra estremamente interessante sotto quest’ottica citare un passo del poema in lingua latina che Lorenzo Gambara dedico’ a Cristoforo Colombo nel 1581 [De navigatione Christophori Columbi libri quattuor; vedi Baldacci 1992, p. 32. Come dice bene questo autore, “Il poema merita di essere considerato con una certa serieta'”, e del resto il Gambara dice di seguire quel Pietro Martire d’Anghiera di cui parleremo nel prossimo paragrafo (p. 117 della Editio Copiosior, 1585, dell’opera in parola, Romae, Ex Typographia Bartholomei Bonfadini).]: “Colombo che ha preso origine dai Pellestrelli di Piacenza, che e’ nobile famiglia, ed e’ nato a Cugureo, che e’ castello in territorio genovese ha condotto a termine impresa tanto insigne” (corsivo aggiunto).

E’ interessante forse osservare che l’indicazione relativa al collegamento tra Colombo e la famiglia Pellestrelli sopra riportata si trova nella lettera di dedica al Cardinale Antonio Perenotto premessa all’edizione del poema del 1583, ma che essa e’ stata soppressa, chissa’ per quale motivo!, nella edizione del 1585, che pure e’ detta copiosior (in essa e’ del resto ancora presente la lettera di dedica) [Si puo’ informare che una recente riedizione del poema con traduzione in italiano a fronte (Gagliardi 1993) riproduce l’edizione del 1583, ma alla lettera dedicatoria si presta cosi’ poca attenzione che essa non e’ stata neppure tradotta!].

In definitiva, ecco che molti particolari troverebbero una collocazione piu’ razionale senza dover rivoluzionare quasi nulla dal punto di vista documentario, come gli storici di professione pretenderebbero, senza pero’ valutare appieno, a quanto pare, l’enorme distanza che corre tra i ‘documenti’ e la loro interpretazione, che il passaggio dai primi alla seconda e’ di solito tutto fuorche’ univoco, ed infine che e’ presso che’ impossibile parlare in qualsiasi modo di storia senza intrecciare indissolubilmente ed inevitabilmente gli uni con l’altra (ne’ appare sempre infondato il rimprovero che viene mosso agli ‘storici’ nel loro complesso di non riuscire a sfuggire al conformismo delle interpretazioni interessate della loro epoca).

8 – Copernico e l’Italia

Dopo aver esaminato abbastanza a fondo la questione colombiana, affrontiamo adesso il secondo punto enunciato al termine del 3ø paragrafo, ovvero la possibile evidenza di rapporti diretti tra l’impresa di Colombo e quella di Copernico, avendo ormai accertato la ‘scientificita” di entrambe, ed il loro carattere di essere state tra le prime conquiste del nuovo metodo di conoscenza sulla strada della “freedom from absurdity” tanto per usare una significativa espressione di Young 1981, p. 2, testo tra i pochi che riconoscono esplicitamente la connessione tra matematica del Rinascimento e navigazione: “In the XVIth century, mathematics and the art of navigation meant the same thing […] This made of mathematics a respected and useful science” (p. 15 corsivo aggiunto).

Vista la connessione precedentemente delineata tra Colombo e l’Italia, il punto di partenza non puo’ che essere naturalmente il soggiorno di Copernico nel nostro paese, il quale vi si reco’ nel 1496, a poco piu’ di vent’anni (essendo nato nel 1473), e vi rimase per compiervi i suoi studi salvo un breve ritorno in Polonia nel 1501 fino al suo definitivo rientro in patria, avvenuto non si sa di preciso quando, ma comunque tra il 1503 ed il 1506. Abbiamo gia’ visto che e’ merito del l’ipotesi di un coinvolgimento diretto nell’operazione Nuovo Mondo del Papa Innocenzo VIII se si comincia a guardare con diversa e sempre maggiore attenzione, anche per cio’ che riguarda la scoperta dell’America, piu’ che alla Spagna a Roma, e piu’ che a Roma a Firenze ed alla famiglia dei Medici; ed a tale riguardo non soltanto alle persone gia’ citate che facevano parte in quegli anni di una ristretta cerchia in torno a Lorenzo il Magnifico, ma anche ad altre sempre ruotanti attorno alla detta famiglia pure in periodi precedenti. Copernico compi’ i suoi studi prima a Bologna, e poi a Padova e Ferrara (dove infine si addottoro’, in diritto, nel 1503), e soggiorno’ per un certo periodo di tempo anche a Roma. Niente diretta permanenza a Firenze, dunque, a quel che risulta, ma se si guarda nella direzione dell’entourage dei Medici, non solo si scoprono ad esempio i riconosciuti debiti culturali dell’ipotesi copernicana con ‘anticipatori’ quali Marsilio Ficino, Leonardo da Vinci, etc. [La questione e’ approfonditamente esaminata nel gia’ citato Garin 1975. Marsilio Ficino (14331499) fondatore di un’Accademia platonica a Firenze sotto gli auspici di Cosimo de’ Medici, il nonno di Lorenzo il Magnifico, collocava il Sole, “illuminatore, signore e regolatore dei cieli”, al centro dell’universo, con speculazioni metafisiche che non possono non ricordare la paganita’ dei culti solari e l’Imperatore Giuliano detto l’Apostata. Leonardo da Vinci (14521519) scrive analogamente che “la Terra non e’ nel mezzo del cerchio del Sole, ne’ nel mezzo del mondo”, e che “il Sole non si move”.], ma ci si imbatte anche nella circostanza che un fiorentino legato alla corte dei Medici, Filippo Buonaccorsi, passo’ l’ultima parte della sua vita (dal 1470 al 1496) in Polonia. In quel paese fu in stretto contatto con lo zio di Copernico, Luca Watzenrode (fratello della madre dell’astronomo Barbara, e protettore dello stesso Niccolo’ dopo la morte del di lui padre avvenuta nel 1483), continuando a mantenere allo stesso tempo particolari rapporti con i circoli scientifici fiorentini, in particolare con Angelo Poliziano, un amico personale sia di Lorenzo il Magnifico che di Pico della Mirandola. Luca Watzenrode era il signore incontrastato di una delle corte vescovili piu’ grande e piu’ ricca di tutta la Polonia, e fu, oltre che vescovo, anche senatore, membro del Consiglio del Re, presidente delle assemblee degli stati prussiani, etc., insomma una personalita’ di grande rilievo nella storia polacca tra il XV e il XVI Secolo.

E’ su questo Filippo Buonaccorsi, che troviamo quindi come possibile intermediario fra il ‘gruppo’ fiorentino e Copernico, che bisogna cercare di sapere qualcosa di piu’, alla ricerca di indizi che ne attestino ad esempio un orientamento anticattolico. Per fortuna non e’ difficile scoprire che questi, il quale aveva usato alla moda degli umanisti del XV secolo lo pseudonimo di Callimaco Esperiente, non si trovava in Polonia per motivi turistici, o di lavoro, bensi’ per sfuggire alla repressione che aveva fatto seguito alla tentata fallita congiura contro il Papa Paolo II (1468) di cui abbiamo gia’ parlato. Tra i congiurati, oltre a colui che la capeggiava un altro noto ‘umanista’, Bartolomeo Sacchi detto il Platina, il quale fini’ imprigionato e torturato a Castel Sant’Angelo, anche se fu successivamente riabilitato gia’ nel 1469 per intercessione del Cardinale Francesco Gonzaga [Vedi Chambers 1986, pp. 919. L’opera del Platina Della vita dei papi e degli imperatori, probabilmente per i toni piuttosto tendenziosi e faziosi, fu utilizzata dal ‘partito protestante’ a scopi propagandistici: cfr. Goldbrunner 1986., pp. 3947.] troviamo il gia’ nominato Pomponio Leto, un altro discepolo di Lorenzo Valla, che nel 1465 era Princeps di quel gruppo di studiosi che si riunivano sotto il nome di Accademia Romana. Questi, nel loro amore per la classicita’ precristiana movente ispira tore della detta congiura, che aveva lo scopo di ripristinare una Repubblica romana, allo stesso modo di un’altra recente pure fallita con giura, quella capeggiata da Stefano Porcari nel 1453 celebravano tra loro la ricorrenza del 21 Aprile, il Natale di Roma, e, come abbiamo detto, si riunivano in segreto nelle catacombe romane, luoghi che piu’ che ricordare i primi martiri cristiani che le avevano utilizzate per i loro scopi, ma non ne erano stati certamente i costruttori si ricollegavano direttamente alle magiche mitiche origini della Citta’ Eterna. Orbene, e’ questo Pomponio Leto la persona di cui esistono documentati diretti contatti con persone della cerchia di Colombo, fra le quali quell’enigmatica figura che e’ Pietro Martire d’Anghiera, di cui non abbiamo prima avuto modo di parlare adeguatamente, nonostante l’indubbio interesse costituito dal personaggio.

Questi, divenuto sacerdote da uomo d’arme che era dopo la caduta di Granada, si trovava in Spagna presso la Corte dei Re Cattolici nel periodo della scoperta dell’America, e fu amico personale di Colombo [Vedi Lunardi et al. 1988, p. 6.]. Nelle sue numerose lettere dalla Spagna a diverse persone importanti del tempo si trovano interessanti informazioni, ad esempio sull’appoggio prestato al navigatore dal Conte di Tendilla e dall’Arcivescovo di Granada: “non senza il vostro appoggio […] questi si e’ accinto all’impresa” [Lunardi et al. 1988, p. 37.], e si nota soprattutto per la prima volta, e prestissimo, l’uso della locuzione Nuovo Mondo in relazione alle terre scoperte da Colombo oltre oceano a riprova che non tutti dovevano nutrire la convinzione che Colombo si fosse limitato a trovare la sua famosa rotta per le Indie. Cosi’ si esprime infatti Pietro d’Anghiera in una lettera del Novembre 1493 ad Ascanio Sforza: “Quel Colombo, scopritore di un nuovo mondo, nominato dai miei Re capo del mare Indiano”; ed ancora in un’altra dell’Ottobre 1494 a Giovanni Borromeo: “Di giorno in giorno, notizie sempre piu’ straordinarie sono riportate dal nuovo mondo, grazie a quel ligure Colombo, nominato Ammiraglio dai miei Re per le sue imprese portate a buon fine” [Lunardi et al. 1988, pp. 47 e 49.].

L’ecclesiastico ex-militare era evidentemente persona molto ben in trodotta ed informata a quel che pare, ed anzi informatore egli stesso, a notare il volume della sua corrispondenza. Per cio’ che adesso piu’ ci interessa, notiamo che tra i suoi interlocutori si trova piu’ volte proprio Pomponio Leto, che l’autore delle lettere aveva conosciuto personalmente durante il suo soggiorno a Roma al seguito del Conte di Ten dilla, ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede [Vedi Baldacci 1992, p. 60.]. A riprova dei particolari rapporti di conoscenza e di stima che intercorrevano tra i due, e dell’esistenza di una vera e propria ‘rete’ informativa, si puo’ citare l’esordio della lettera scritta da Pietro Martire nell’Agosto del 1495 al Cardinale spagnolo Bernardino de Carvajal, un altro dei personaggi il cui ruolo nel partito dei ‘progressisti’ meriterebbe di essere approfondito: “Tu hai promesso che fa rai partecipe di cio’ che scrivero’, il mio eroe Pomponio Leto e gli Arci vescovi di Braga e di Pamplona” (corsivo aggiunto) [Questa lettera e’ stata gia’ citata nel precedente paragrafo 4].

Per concludere, si puo’ provare che un amico di Colombo conosceva bene Pomponio Leto, il quale conosceva a sua volta certamente bene Filippo Buonaccorsi, visto che erano implicati nella medesima congiura!, e che lo zio di Copernico intratteneva stretti rapporti con il fuoriuscito antipapista. Un’altra coincidenza curiosa infine, Copernico venne in Italia proprio nel 1496, esattamente l’anno della morte di Callimaco Esperiente, quando, si potrebbe congetturare, il filo diretto con il ‘gruppo’ che abbiamo cercato di descrivere si era evidentemente interrotto.

E a proposito di Copernico, si possono rintracciare simili indizi anche nel caso dell’umile fraticello polacco, della cui vita ‘privata’ non sappiamo purtroppo moltissimo? La circostanza senza dubbio piu’ appariscente, certo poco in accordo con le pretese caratteristiche di umilta’, e’ certamente il fatto che troviamo addirittura il nostro eroe intorno al 1520 a capo della resistenza polacca nel suo Capitolo contro le aggressioni armate dei Cavalieri dell’Ordine Teutonico, che erano devotissimi alla causa papale. Abbiamo poi sicura testimonianza, attraverso alcune lettere scritte proprio da Copernico, che nel suo sigillo era impressa l’immagine di Apollo, simbolo che non puo’ non costituire un evidente richiamo a quella ‘paganita” umanistica dianzi richiamata. Per cio’ che stiamo cercando di mettere in luce, potrebbe assumere anche qualche rilievo la pubblicazione della lettera di Liside ad Ipparco che Copernico aveva inserito in un primo momento nella sua opera. Si tratta di una parte del manoscritto del De Revolutionibus successivamente soppressa, che non compare ne’ nell’edizione del 1543 ne’ nelle successive (fino al 1854) [Vedi Barone 1979, p. 221]: un testo pseudopitagorico, nel quale l’autore accenna al fatto che non volle credere mai che “la societa’ dei discepoli [di Pitagora] si sciogliesse”, e sostiene le ragioni dell’esoterismo con le parole: “Non e’ bene divulgare a tutti quanto, con tanta fatica, abbiamo conquistato”, aggiungendo che chi facesse il contrario “dovrebbe essere da noi giustamente considerato come empio ed ingiusto”. Si ritiene quasi inutile sottolineare il ruolo che Pitagora ed il pitagorismo rivestono ancora oggi nella cultura della Massoneria [Vedi ad esempio Pitagora 2000, Atti del Convegno Internazionale, Roma, 2223 settembre 1984, Massoneria Universale, Comunione Italiana, Grande Oriente d’Italia, Rito Simbolico Italiano, “Borsa Grafica” Ed., Roma, 1985; Reghini 1978.], ed appare forse interessante informare che la Loggia Madre dei fuorusciti polacchi, fondata a Parigi nel 1947, si chiama Kopernik [Vedi Blondet 1992].

Nella Prefazione al suo trattato Copernico cerca di evitare accurata mente i problemi teologici connessi con le sue ipotesi, sottolineando il carattere matematico del proprio lavoro con la gia’ ricordata frase mathemata mathematicis scribuntur, forse la prima dichiarazione esplicita della necessita’ di una specializzazione nel campo della ‘nuova’ scienza, di contro alla ‘universalita” del sapere medievale anche se non rinuncia ad accenti polemici, assai poco conformi alla sua pretesa ‘umilta”, quando aggiunge che: “Se per caso vi saranno ciarloni, che pur ignorando del tutto le matematiche, tuttavia si arrogano il giudizio su di esse, e in base a qualche passo della Scrittura, malamente distorto a loro comodo, ardiranno biasimare e diffamare questa impresa, non mi curo affatto di loro, in quanto disprezzo il loro stesso giudizio come temerario” [Barone 1979, p. 176.]. Notiamo che il termine “ipotesi” e’ esplicitamente utilizzato da Andrea Osiander, uno dei curatori della prima edizione di Norimberga del trattato copernicano, in una lettera al lettore premessa al testo “all’insaputa e forse a malgrado di Copernico” [vedi l’Introduzione in Barone 1979, p. 3.]. Resta il fatto che una simile ammissione di ‘ipoteticita” delle proprie teorie verra’ richiesta piu’ tardi a Galileo, il quale la rifiutera’ ostinatamente finche’ avra’ la possibilita’ di farlo [Su tale punto vedi anche la discussione che viene effettuata in Koyre’ 1934, Introduzione e p. 11.].

Forse anche per questa prudenza, l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’opera di Copernico fu inizialmente piuttosto cauto (la stessa strategia che abbiamo visto all’opera nel ‘caso Colombo’?!), ma non passo’ ovviamente molto tempo che la teoria eliocentrica, carica di tutti i suoi possibili rivoluzionari ‘significati’, venne scelta come un’insegna da parte del ‘partito protestante’, e da questo divulgata anche a livello popolare, sebbene con qualche notevole eccezione. In effetti, se e’ pur vero che in un primo momento personaggi quali lo stesso Lutero si opposero alla teoria copernicana con le stesse ragioni della Chiesa di Roma, e cioe’ per il fatto che contraddiceva le Sacre Scritture, in una lettera di Galileo al giurista ravennate Francesco Ingoli, appena divenuto (1616) segretario della Congregazione di Propaganda Fide, leggiamo: “a confusione degli eretici, tra i quali sento quelli di maggior grido essere tutti dell’opinione di Copernico” [Cfr. Geymonat 1969, p. 144.], circostanza questa che costringeva naturalmente Roma a mutare politica. E’ comunque soltanto dopo il 1616, l’anno della prima diffida a Galileo, che anche il libro di Copernico cade sotto gli strali della Santa Congregazione dell’Indice, nel quale restera’ iscritto fino al 1822. A proposito della cancellazione dall’Indice dei libri proibiti dell’opera di Copernico c’e’ da segnalare un curioso equivoco nel quale cadono molti commentatori. Tanto per fare un esempio, nel Dizionario Enciclopedico Italiano della Treccani (1970), alla voce “Galileo”, troviamo scritto che: “Nel 1757, la Chiesa riconosceva vera la dottrina di Copernico e di Galileo, e provvedeva a togliere dall’Indice le opere del grande scienziato”. In realta’ in quell’anno fu deciso soltanto di non inserire piu’ dei testi all’Indice unicamente perche’ sostenevano il moto della Terra, ma non di cancellare dall’Indice quelli che ci erano stati precedentemente inseriti per questa, certo, ma forse anche per altre ragioni. Il provvedimento in parola fu adottato soltanto nel 1822, a seguito di una curiosa e divertente vicenda che Maffei 1987 illustra ampiamente [ma vedi anche W. Brandmuller, E. J. Greipl, Copernico Gali lei e la Chiesa Fine della controversia (1820) Gli Atti del Sant’Uf fizio, Leo S. Olschki Ed., Firenze, 1992.].

Quanto precede dovrebbe aver avuto lo scopo di fornire per lo meno un riavvicinamento fisico e spaziale tra i due eventi che stiamo indagando, la scoperta dell’America e la rivoluzione copernicana, mentre sotto l’aspetto temporale che non puo’ essere peraltro troppo scollegato da quello spaziale si puo’ osservare che gia’ intorno al 1507 era pronto un Commentariolus di Copernico nel quale si esponevano le linee fonda mentali del suo sistema. Questo appare dunque pressoche’ interamente concepito durante il suo soggiorno italiano anche se, ufficialmente, il giovane ‘canonico’ polacco [La questione della precisa posizione ecclesiastica di Copernico e’ stata lungamente discussa, senza che si sia mai pervenuti ad una unanimita’ di opinioni. Copernico fu sacerdote, o si limito’ all’assunzione degli ordini minori? Sulla scorta di una dichiarazione di Galileo, secondo cui Copernico “fu uomo non pur cattolico, ma religioso e canonico” (vedi la lettera a Mons. Piero Dini in Montinari 1983, p. 61), e del fatto che Copernico almeno dal 1533 si fregiasse del titolo di Reverendus attribuito ai soli sacerdoti, alcuni pensano di si’. La Montinari esprime invece il parere che Galileo in questo caso, come in svariati altri, mentisse sapendo di mentire, “desiderando far apparire Copernico come uomo profondamente religioso, e gradito alla Chiesa”, mentre “quasi certamente Copernico non fu mai un canonico”.] si trovava nel nostro paese per studiarvi prima diritto e poi medicina. Su questa circostanza, che diventa abbastanza importante per il nostro tentativo di ricostruzione, bisognerebbe dilungarsi un poco, dal momento che la maggior parte dei commentatori preferisce posdatare la composizione di quest’opera di qualche decennio, e non si capisce bene a quale scopo, forse proprio per creare quella ‘barriera psicologica’ tra i due eventi che qui stiamo cercando invece di infrangere? Diciamo soltanto che e’ lo stesso Copernico che ci avverte, nella Prefazione scritta di suo pugno al De Revolutionibus e questo e’ uno di quei casi in cui non si vede perche’ non bisognerebbe credere a quanto viene asserito che la sua opera “indugiava occulta [presso di lui] non gia’ da nove anni soltanto, ma ormai da quattro volte nove anni” [Barone 1979, p. 170.]. Poiche’ 1543 meno 36 fa proprio 1507, ecco che qualche altro critico, e noi con lui, attribuisce al Commentariolus la data di composizione che abbiamo precedentemente indicata, e che e’ particolarmente significativa per la tesi che identifica nell’ambiente italiano, e nell’azione coordinata di certi gruppi di persone al servizio di precise finalita’ politiche, per le quali l’uso della ‘nuova scienza’ era strumentale, uno degli scenari piu’ importanti sia della scoperta dell’America che della rivoluzione copernicana.

In conclusione, si potrebbe invitare il lettore ad osservare che quanto abbiamo appena detto sulle origini della scienza moderna e’ suscettibile in linea di principio di essere esteso pure ai periodi successivi, e che e’ auspicabile che il possibile ruolo di societa’ ed intese segrete anche nel prosieguo della storia, sia della scienza che della modernita’ in generale, possa cominciare ad essere indagato senza troppi timori e tabu’ reverenziali, ed al di fuori dalle ovvieta’ progressiste delle interpretazioni correnti…

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Featured image, il sigillo dei cavalieri templari: i due cavalieri sono stati interpretati come simbolo di povertà o della dualità del monaco/soldato.