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Oriana Fallaci – l’intervista a Giulio Andreotti. Un’analisi.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

435px-Oriana_Fallaci_2di Rina Brundu. Pochi giorni fa, l’8 maggio, il Corriere della Sera ha pubblicato diversi stralci dalla lunga intervista fatta, nel marzo del 1974, dalla giornalista e scrittrice Oriana Fallaci a Giulio Andreotti. A quel tempo, Andreotti aveva 55 anni e l’incarico politico che aveva assunto era quello di Ministro della Difesa.

L’articolo ha un incipit straordinario, laddove la scrittura, tesa a presentare un ritratto di Giulio Andreotti come fosse una sorta di wildiano ritratto di Dorian Gray, propone, invece, con poche pennellate decise, il ritratto di un’epoca. Il ritratto vivido della prima Italia repubblicana, delle sue meno nobili e usate trame, delle maglie politiche intessute per fare esistere un sistema che fa paura. Perché, quando la Fallaci scrive che l’uomo che sta per intervistare le fa paura, in realtà sta scrivendo che il sistema che rappresenta le fa paura. L’uomo, il politico che ha davanti è infatti emblema di quel sistema, un cuore pulsante che lo fa funzionare. Come ha fatto notare Lucio Villari pochi giorni fa, Andreotti non era uno statista, perché uno statista il sistema lo cambia, lo fa vivere a sua immagine e somiglianza, Andreotti di converso il sistema lo ha indossato, lo ha vestito e, semmai, nel tempo, ha finito per fargli assumere le sue forme, come avviene con ogni pastrano prediletto.

Lei è il primo democristiano che affronto, onorevole, e sono un po’ preoccupata perché… Ecco, mettiamola così, perché non vi ho mai capito, voi democristiani. Siete un mondo così nebuloso per me, così gelatinoso. Un mondo che non riesco ad afferrare”. La prima domanda non è delle più brillanti. Lo stile scritturale è discontinuo, laddove si eleva con le sue riflessioni dentro il discorso, e poi si perde con incisi poveri e ridondanti, ma è soprattutto l’approccio a denunciare una sorta di “prevenzione” ideale, mentale, forse politica, forse meramente professionale, in colei che la fa. La DC di allora risulta perciò alla stregua del PDL di oggi per certi versi, un paria politico e intellettuale per il “giornalista-impegnato”. La risposta pure non è delle migliori, ma è didattica. Spiega che cos’era la DC sturziana dei suoi esordi (una linea di sociologia cristiana su una indiscutibile piattaforma democratica) e come è cambiata nel tempo, spiega i dubbi e le difficoltà nel ridefinirla che attanagliano finanche un suo importantissimo rappresentante nel dato momento storico.

Quando la Fallaci si deconcentra un poco buttando sul tavolo la questione del suo vizio (di Oriana) del fumo, Andreotti la segue fino ad un certo punto, poi è lui a riportare con forza la palla al centro. A riportare il discorso sulla Politica: parla della relazione Gonella del ’46 (una sorta di Magna Carta per la DC), usa termini come “piattaforma”, “costruire una linea politica”, “orientamento preciso”, trasuda qualità di leadership (“Altrimenti si finisce per lasciare l’iniziativa agli altri e subire i gol di contropiede”). Parla dei “socialisti italiani”, di “mancanza di chiarezza”, di “correnti”, di “frazionismi”, di “agglomerati”. In poche pennellate un altro stratordinario ritratto semantico: un ritratto di sistema. Questa volta fatto con estrema lucidità – seppure marcato da quel carattere obsoleto che gli attribuisce il tempo trascorso – dal diretto interessato, da quello che più che colu che viene intervistato si propone e si dispone ad essere un fiero avversario durante tutta la discussione, come se il garbato colloquio più che essere tale, fosse l’esteriorizzazione di un conflitto segreto, sotterraneo e quanto mai sentito da entrambi gli interessati.

Senta Andreotti: nell’attesa di scoprire il sesso degli angeli, anzi dei cardellini, anzi dei democristiani, io vorrei dipingere il suo personaggio. Così, a ruota libera. Per esempio, e a parte il fatto che lei sia un gran bacchettone, mi piacerebbe sapere…”. Purgata dal solito, curioso, tratto rustico, questa seconda domanda è invece eccezionalmente connotata, montanelliana nella sua essenza. Nonostante l’indotta intimidazione, la giornalista, attraverso una specie di reductio ad absurdum del forbito dire, fa scendere il politico dal suo alto scranno, e lo affronta vis-a-vis. E tale è la stoccata inferta che anche il successivo racconto sul fatale incontro di Andreotti con De Gasperi, per inciso quell’incontro che gli cambierà la vita, anche rispetto alle cose del suo spirito e della sua religiosità, risulta sminuito. Mentre la sviolinata sulle frequentazioni vaticane e papali del protagonista diventa noiosa, sopportabile solamente per il gusto aneddotico che sempre caratterizza la narrazione andreottiana.

Belle invece le semplici note autobiografiche che Andreotti concede: “Oh fare il medico mi sarebbe piaciuto moltissimo. Ma non potevo permettermi sei anni di medicina. Non ero ricco. Mio padre, un maestro elementare, era morto quando ero appena nato: appena iscritto all’università, dovetti mettermi a lavorare”. Profetico e quasi paradossale quindi il discorso che Andreotti fa a proposito del rapporto giornalismo e politica intesa come occasione-per-esercitare-un-potere. Profetico in quanto la descrizione meglio si adatterebbe – come dimostra pure questa coriacea ed eccezionale intervista – allo sgiornalismo-di-questi-tempi e paradossale perché a farlo è proprio l’uomo di potere per eccellenza: “Per la stampa, ad esempio, il potere è quello che si vede nel suo aspetto esterno. Se uno è ministro delle farfalle e dice che oggi è venerdì, subito riportano le sue parole con ossequio – Il ministro delle farfalle ha dichiarato che oggi è venerdì -. Se invece elabora una teoria o esprime un’idea, ha difficoltà a metterla in circolazione”. A ripensarci bene, forse non tutte le colpe sono con lo sgiornalismo-di-questi-tempi, forse il problema è pure dato dalla politica contemporanea che ha chiare difficoltà ad elaborare teorie o ad esprimere idee.

La metafora della politica come fosse l’acqua per il pesce è un altro momento di grande arte retorica che oppone Andreotti allo stile più ruvido della Fallaci. Il ministro infatti si rifiuta di dare una definizione aulica della Politica. Non ci riesce: “D’altronde è come se chiedesse ad un pesciolino di definire l’acqua in cui sta. Un pesce non sa definire l’acqua in cui sta, sa solo che la sua vita è quella”. Poi anche lui si perde in un’usato sminuire delle reali possibilità-del-fare-politica e delle visioni dei colleghi che fanno politica; ad un tempo la capacità retorica diminuisce e si avvilisce fino a costringere la Fallaci ad un’altra sferzante domanda la cui risposta produce un’epifania da ricordare quando si vuole comprendere il modo di intendere l’impegno-politico e la responsabilità-politica in Italia nell’ultimo mezzo secolo: “Scusi, Andreotti: ma se lei capisce queste cose, come mai ha combinato tanti guai col suo governo? Il crollo della lira, l’aumento dei prezzi…”. E lui: “A me sembra molto ingiusto dire quello che lei dice. Un governo è sempre figlio del governo che lo precede, padre del governo che lo segue…”.

Il resto del discorso si snoda in una rendicondazione di problematiche, civili e politiche – questione delle intercettazioni illegali inclusa – che se si cambiassero i nomi e il contesto potrebbero tranquillamente rappresentare il volto della nazione 40 anni dopo. E poi, a dispetto del continuato elogio di un ideale sistema democratico, ritorna, come un tam-tam, la parola “progetto”; la quale, mercé la sua significazione, getta un’ombra svilente e dissacrante sulla ben orchestrata presentazione del suo character e del suo mito da parte del Divo-Giulio. Ed è quindi proprio alla luce di quel progetto politico di salvezza-nazionale (o partitica?) fallito, che tutto il resto del discorso si trasforma in una fiera delle vanità e della chiacchiera inutile, condita qua e là con costrutti e obliati lemmi altisonanti come “compromesso storico”, “missini”, “Berlinguer”, “comunisti”. Scriveva il giornalista americano Franklin Pierce Adams nel 1944: “Il problema di questo paese è che ci sono troppi politici che credono, con una convinzione basata sull’esperienza, che si può ingannare tutto il popolo per tutto il tempo”. Naturalmente avrebbe potuto scriverlo per l’Italia di allora, così come per l’Italia di oggi, e non avrebbe dovuto cambiare una virgola. L’unica magra consolazione che resta è che nulla si può fare per “tutto” il tempo, meno che meno “fregarlo”, alla fine ci frega lui.

Brani estratti per il solo scopo dell’analisi dall’articolo pubblicato dal Corriere della Sera in data 8 maggio 2013, tratto, a sua volta, da “Intervista con la storia” di Oriana Fallaci (1974), poi ripubblicato da BUR Rizzoli – Corriere della Sera.

Grazie a G.P. per avermi mandato il testo.

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