LA BARBA DI DIOGENE, Dublin (EIRE) – 17 Years Online. Leggi l'ultimo pezzo pubblicato...

Ritratti d’Irlanda (2): il boom tech. In morte di Aaron Swartz.

di Rina Brundu. La chiamo la mia seconda vita. Si tratta di quella che iniziò nei primi mesi del 1997 quando, finita l’università, decisi di trasferirmi a Dublino. Una Dublino che già conoscevo, che avevo vissuto a lungo da studentessa e che, nella memoria, restava legata al verde brillante dei suoi prati e a dinamiche antiche, vestigia di miti e di riti sovente bigotti, se non prodotti dalla mera miseria. Riti e miti che avevano spesso nauseato i suoi molti figli capaci, con Joyce il primo tra quelli, e li avevano finanche costretti ad abbandonare con dispetto l’incantevole isola Smeralda. La città che trovai era quella di sempre.  Ad un primo guardare.

Ma solo ad un primo guardare. In realtà era già quel tempo in cui le avvisaglie del favoloso boom-tech che avrebbe digitalizzato il mondo e cambiato il volto di quest’isola bellissima si manifestavano a livello di superficie. Potendo contare su un trattamento fiscale unico, su un background culturale assolutamente compatibile con il loro, su una generazione giovane, entusiasta e tecnicamente capace, alcuni dei colossi americani produttori di computer avevano già scelto di creare i loro headquarters europei nei modesti sobborghi della periferia dublinese, mentre le altre realtà satelliti di quell’industria, specialmente le imprese che si occupavano di sviluppo di hardware e di software innovativo, ne stavano seguendo l’esempio.

Fu in una simile company che feci il mio primo colloquio di lavoro. La società si chiamava Iomega. Era un manufacturer di unità di backup (noti con il nome di Zip e Jazz drives). Il nome del giovanissimo manager non lo ricordo invece. Ricordo però la sua magliettina colorata. Sul davanti una faccina alla “smile” e una grossa macchia di cioccolata. O forse era marmellata. Forse colui di marmellata ne aveva traccia persino sul muso perché il mio sguardo stupito poneva una unica domanda muta: “Tu? Il manager?”. Se ne accorse naturalmente e azzardò: “Ritieni che io non possa essere un manager?”. Certo che poteva! Poteva essere uno dei migliori manager: di quelli hands-on, di quei manager operativi, di quelli che perseguono prima il know-how e poi la politica, di quelli che fanno una differenza e in realtà sono dei leader. Ma questo l’avrei capito molto più tardi, ovvero quando entrai anche io mani a piedi in quel mondo, ne assorbii le dinamiche e quel mondo cambiò pure me. Il resto è storia di vita, di crescita professionale ed é storia di un quarto di secolo dopo il quale nulla avrebbe potuto più essere come prima. Dopo il quale noi non saremo più potuti essere come prima.

Di tanto in tanto, questa o quella occasione più o meno nefasta, mi aiuta a riportare alla memoria ricordi precisi di quei giorni. Ricordi dei tempi in cui Michael Dell veniva a controllare le “proprietà” irlandesi e lo splitting in borsa delle azioni della sua società si ripeteva ogni sei mesi moltiplicando, di fatto, il numero di auto di grossa cilindrata presenti nel parcheggio della company. Ricordi di prodotti e di sistemi operativi che nascevano come funghi, che spesso vivevano un giorno soltanto ma sapevano creare leggenda. Ricordi di noi impegnati a “tracciare” bug e a scoprirli finanche divertenti. Ricordi di noi impegnati ad offrire supporto tecnico in tutta Europa e ricordi di un’Italia, all’altro capo del filo telefonico, in ritardo di anni, con l’e-mail che era ancora il mezzo di comunicazione di alcuni privilegiati soltanto. Ricordi della cometa Hale-Bopp che illuminò per mesi il cielo d’Irlanda e di una straordinaria eclisse totale che non deve essere stata troppo lontana da quella fatidica notte tra il 31 dicembre 1999 e il primo gennaio 2000 che, se per il resto del mondo significava l’inizio di un nuovo millennio, per noi significava specialmente Millennium Bug. Con tanto, tanto lavoro e tutto quel che ne derivava.

E poi mi tornano alla mente i volti di innumerevoli ragazzi e ragazze – dai nomi incredibili, finanche bellissimi – che arrivavano qui a Dublino da ogni parte del globo e che tornandosene a casa lasciavano comunque traccia della loro genialità. Del loro passaggio e dei loro sogni. Alcuni di quei giovanissimi visitatori (e locali), i loro sogni li avrebbero perseguiti fino in fondo, fino in California, fino alla Silicon Valley, fino a riuscire nel tentativo di creare dal nulla luminose realtà imprenditoriali digitali. E a fare Storia. Altri invece si sarebbero dannati provandoci. Tentando di mediare tra le necessità minime della realtà incarnata e quelle very-demanding, spettacolari, delle loro menti visionarie. E diverse. Tentando infine di riassorbire il dolore che lo “scarto” che ne deriva procura ogni volta in cui il risultato, per sfortuna o per destino, non è quello atteso.

Forse – speculo io – il suicidio di Aaron Swartz, il fenomenale giovane programmatore creatore del sistema RSS, nonché confondatore di Reddit – ma anche attivista digitale impegnato sul fronte politico – è proprio da inquadrarsi dentro dinamiche “difficili” simili a quelle appena descritte e che appartengono, sono proprie, delle realtà-esistenziali più complesse. O forse, più semplicemente, era anche lui un altro dei brillantissimi spiriti che sono venuti a visitare una Dublino-che-è-mondo e prima di tornarsene a “casa”, alla loro vera casa, hanno saputo lasciare traccia perenne di sé.

Qualunque sia la dolorosa verità: long live Aaron Swartz!