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Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog (1979). O del gotico sublime.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

nosferatu_kinski1di Rina Brundu. Di questo suo lavoro del 1979, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino per la scenografia, Herzog, maestro del nuovo cinema tedesco , ebbe a dire che doveva rappresentare una connessione ideale con la grande cinematografia teutonica del passato. Ciò perché, sempre secondo il regista, l’opera originale che aveva ispirato questo suo remake, ovvero l’intramontabile Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922), è da considerarsi la pellicola più importante mai prodotta in Germania.

Discutibile questa sua seconda dichiarazione dato che il cinema tedesco d’antan ha partorito numerosi capolavori che sono diamanti nell’empireo cinematografico mondiale. Tuttavia, è indubbio che il film di Marnau rientri di diritto in quella categoria di produzioni leggendarie, così come, a mio avviso, vi rientra lo stesso rifacimento herzoghiano. Per chi come me è sempre stata appassionata del gotico in tutte le sue forme, da Il castello d’Otranto (1764) di Horace Walpole in poi, godere di questo Nosferatu kinskiano (per questa specifica interpretazione Klaus Kinski fu premiato con il titolo di Miglior Attore al Deutscher Filmpreis) significa davvero entrare, mani e piedi, nella dimensione del gotico sublime.

Che Nosferatu, Phantom der Nachtdi Werner Herzog (1979), sia un grande lavoro cinematografico lo comprendiamo sin dalla prima inquadratura e da ogni fotogramma che la compone, lo comprendiamo da tutta la tecnicalità utilizzata con accortezza con l’intento di creare significazione denotante e connotante, senza mai sforare nel senso del “posticcio”, dell’”attaccato-a-forza”, peccato del quale, il più distratto Pasolini – insieme a molti altri autori del cinema degli anni ’70, un cinema molto spesso committed più per convenienza che per elezione – si è macchiato in più di una circostanza. E tale è l’originalità e la qualità della visione herzoghiana che secondo me non ha debito alcuno: né con Murnau né con l’overall blueprint stokeriano di cui naturalmente è figlia… nell’idea generale.

Tornando al discorso tecnico dicevo della straordinaria armonia “strumentale” che Herzog, alla stregua di un ispirato direttore d’orchestra, riesce a realizzare in questo suo lavoro, dove ogni gizmo-professionale diventa ingrediente indispensabile ma comunque capace di perdersi nell’impasto finale allo scopo di creare qualcosa d’altro. Qualcosa di nuovo. Tra questi elementi cito senz’altro il sapiente gioco prossemico messo in “scena” dall’occhio-della-camera-che-guarda e che va a costruire atmosfera, l’inserimento di una colonna sonora naturale che vive dell’eterno soffio del vento che fa respirare la mirabile dimora del conte-vampiro, ma che vive anche del suono di ogni passo fatto dai protagonisti dentro quello stesso altrimenti-silenzioso castello, che vive infine delle note melanconiche del raro violino tzigano. Il gioco-di-luci non è da meno. Straordinaria, a questo proposito, la scena finale della “morte” di Lucy e del Conte, il “raggio” ispirato che illumina il bellissimo volto di lei, il cono d’ombra che parzialmente nasconde quello di lui e che in automatico li eleva a novelli Desdemona e Otello dei nostri tempi più lugubri. Dal punto di vista (tecnico) della mera interpretazione attorale – come sempre accadeva nell’epoca d’oro del grande cinema muto e eisenteiniano-nella-sua-essenza – val la pena ricordare la componente gestuale che in questo Herzog sa diventare piena significazione metaforica (vedasi per esempio il momento in cui Lucy saluta il marito Jonathan Harker in partenza per la Transilvania), mentre, di converso, la fisicità è denotante, fine a se stessa e proprio per questo di maggior effetto rispetto alle necessità minimali del gotico (valga per tutti la stessa phisical-appearance del Kinski-Dracula in questione, dove elementi quali le lunghissime unghia, le mani “so cold”, l’occhio cerchiato, il viso smorto, cereo, dissanguato imprimono una carica catartica ed estetica straordinaria che per certi versi lascia lo spettatore senza fiato).

Sul versante significazionale, l’elemento metaforico la fa naturalmente da padrone, del resto viene detto pure nel film che in fondo “such castle(s)” esistono soltanto “in the imagination of men”. E nell’immaginazione, ma pure nella realtà, dell’uomo esiste soprattutto il concetto di bene e di male, l’eterna lotta che è opposizione manichea tra questi elementi fondamentali e che, di volta in volta, si propone davanti a noi nelle forme e nei modi più prodigiosi. Il conte Dracula herzoghiano ha soprattutto il pregio di essere una rappresentazione del Male (in quanto peste diabolica annientante l’umanità in noi), che non pretende di essere “migliore” (anzi, che non preoccupa neppure di nascondere le sue evidenti debolezze, basti pensare al rivelante dire di Nosferatu che lamenta un destino dove “to be unable to grow old is terrible!”), che esiste perché gli è dato di esistere e si comporta di conseguenza. Inseguendo le sue necessità. Anche minime. Il carattere fortemente erotico di una delle ultime scene, in cui una temprata, rinata, Lucy si propone come simbolo di redenzione, curativo del Male (di nuovo, inteso nella sua accezione più completa e più importante), e che per ottenere il risultato offre il suo virginale collo alla voglia di lui, permettendo la loro più intima e fatale unione, oltre le bounderies di tutto ciò che è eticamente-religiosamente lecito (straordinario l’effetto sonoro del sangue succhiato in quel perfetto momento d’estasi!) è infine, a mio avviso, il climax del film sia da un punto di vista affabulatorio che da un punto di vista significazionale. Detto altrimenti è il marchio di fabbrica che, oltre ogni dubbio, consacra e fa di questa produzione herzoghiana un capolavoro artistico. Senza se e senza ma. O del gotico sublime, appunto!

Featurad image, screenshot da Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog (1979), film protetto da copyright. Riteniamo di poter usare lo specifico fotogramma, già usato in Rete, a corredo di questo articolo di critica specificamente dedicato all’opera in esame, qualora fosse necessario rimuoverlo inviare una email a redazione.rosebud@yahoo.com

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4 Comments on Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog (1979). O del gotico sublime.

  1. giuseppe // 6 April 2012 at 17:35 //

    Complimenti per l’articolo su Nosferatu.
    A suo tempo ho visto il film di Herzog ed ho apprezzato la fotografia, la scenografia, le luci, le immagini, la musica.
    Interessante l’interpretazione del protagonista che, considerata la sua faccia, sicuramente non avrebbe avuto bisogno di trucco!

  2. Grazie. Mentre vedevo il film… mi veniva da pensare che un vero nosferatu-dracula non avrebbe potuto essere più credibile di quanto lo fosse Kinski. Interpretazione memorabile che mi riporta alla memoria i grandi characters dell’Ivan il terribile di Eisenstein da un lato, e certi tocchi da Riccardo III di Shakespeare dall’altro. Veramente il cinema quanto diventa…. sublime, lo reitero. Di più non saprei.

    Buona Pasqua a te, a tutti. Ciao

  3. Matteo // 6 April 2012 at 17:54 //

    Sito molto ben fatto con recensioni su letteratura e cinema.

    Inland Interzone
    http://jenaplissken1975.wordpress.com/

    Da seguire.
    Matteo ’70

  4. fanta2kappa // 18 January 2014 at 21:37 //

    Reblogged this on storiedivampiriealtridemoni and commented:
    Il primo vero Vampiro

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