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Benedetto Croce: la vita, il pensiero, il contesto storico. E sull’opposizione crocismo-berlusconismo.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Fara Misuraca e Alfonso Grasso. Benedetto Croce fu molto amato ed apprezzato dai suoi contemporanei. Oggi è quasi dimenticato. Eppure la sua figura dominò la scena della cultura italiana a cavallo fra l’800 ed il ‘900. Il suo pensiero si impose all’attenzione del mondo intero, coinvolgendo la storia, la filosofia, la critica letteraria e l’arte.

Nacque a Pescasseroli, in provincia dell’Aquila, il 25 febbraio del 1866 da famiglia di ricchi proprietari terrieri, di tendenze filo-borboniche. Trasferitasi a Napoli, il Croce frequentò gli studi secondari presso un collegio cattolico. Questa esperienza lo segnò talmente che, già da adolescente si distaccò dal cattolicesimo, e per tutta la vita non si riaccosterà mai più alla religione. La famiglia fu praticamente distrutta mentre si trovava in vacanza ad Ischia, a seguito del terremoto di Casamicciola del 28 luglio 1883: perirono il padre Pasquale, la madre Luisa Sipari, e la sorella Maria. Benedetto fu quindi preso in affidamento a Roma dallo zio Silvio Spaventa, senatore del Regno e famoso storico di cultura liberale, fratello del filosofo idealista Bertrando.

Nei tre anni circa di permanenza romana, il Croce ebbe modo di frequentare, tra gli altri, il corso di filosofia morale tenuto da Antonio Labriola. Rientrò a Napoli nel 1886, in una casa che era stata di Gianbattista Vico. Pur essendosi iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, il Croce rimase un antiaccademico e preferì, al conseguimento della laurea, gli studi storici e la lettura delle opere del De Sanctis. Ebbe inoltre modo di viaggiare in Francia, Germania ed Inghilterra. Continuò a tenersi in contatto con i maggiori intellettuali dell’epoca: il Labriola lo interessò al Marxismo, mentre con Giovanni Gentile – di cui il Croce divenne grande amico, tanto da fondare insieme una rivista filosofico-culturale, La Critica.

La vita pubblica

Liberale di idee e di partito, nel 1910 venne nominato senatore per diritto di censo. Nel 1914 sposò Adelina Rossi, con la quale ebbe 4 figlie (Alda, Elena, Livia e Silvia). Dal 1920 al 1921 fu ministro della Pubblica Istruzione nel V e ultimo governo Giolitti.

A parte un primissimo interesse dovuto all’influenza del Labriola, il Croce maturò ben presto un’avversione alle idee marxiste e socialiste. Vivendo egli stesso di rendita, non percepiva l’ideale di lotta di classe e dell’emancipazione delle classi meno abbienti.

Nei confronti del fascismo ebbe delle iniziali aperture, soprattutto perché visto in funzione anti-comunista. A seguito del delitto Matteotti, modificò l’atteggiamento. Nel 1925 il Gentile si schierò con il fascismo con la pubblicazione del cosiddetto Manifesto degli intellettuali fascisti. L’amicizia con Benedetto Croce ne risultò definitivamente compromessa: il filosofo napoletano (d’adozione) rispose, pubblicando a sua volta su Il Mondo, il Manifesto degli intellettuali antifascisti, in cui denunciava la violenza e la soppressione della libertà di stampa da parte del regime.

Il rapporto con il regime non fu mai particolarmente duro. Da un lato, Croce si limitava a catalogare il fascismo come passeggera “malattia morale”, senza tuttavia impegnarsi a fondo nel contrastare la dittatura. Dall’altra parte, Mussolini lo tollerò, sia per la fama internazionale di Croce, che sconsigliava interventi oppressivi, sia perché il filosofo non si comportava in maniera oggettivamente pericolosa: si era ritirato a vita privata, dedicandosi ai suoi studi. Quest’ambigua posizione del Croce durò almeno fino al 1929, allorché Croce criticò fermamente il Concordato [1]. Poi però seguì un altro lungo periodo di silenzio, rotto solo in occasione della promulgazione delle leggi razziali del 1938 [2]. Durante la guerra, in occasione della campagna per la “donazione dell’oro alla patria”, Croce non solo non si oppose, ma aderì offrendo la sua medaglia di senatore (oro puntualmente finito nelle capaci tasche dei gerarchi fascisti). La posizione del Croce verso il fascismo viene analizzata più compiutamente nell’ultimo capitolo della presente lettura.

Caduto il fascismo e terminata la guerra voluta dal regime, l’Italia era distrutta. Vent’anni di dittatura e gli eventi bellici ad essa connessi, avevano portato centinaia di migliaia di morti e ridotto la popolazione alla fame ed alla miseria [3].

Il Croce rientrò in politica attiva, divenendo presidente del Partito Liberale. Nel 1944 fu Ministro senza portafoglio, sia nel 2° governo Badoglio, sia nel 2° governo Bonomi, da cui si dimise ben presto. Al referendum sulla forma dello Stato del 1946 si schierò per la Repubblica, in aperto contrasto con il suo stesso partito, filo-monarchico. Partecipò all’Assemblea Costituente, essendovi stato eletto a Napoli.

Nel 1946 fondò a Napoli l’Istituto per gli Studi Storici, al quale regalò la sua imponente biblioteca, destinando per la sede un appartamento a Palazzo Filomarino, di sua proprietà. Si spense a Napoli, il 20 novembre 1952.

Storia e letteratura

In opposizione al positivismo, si era sviluppato a fine ‘800 il cosiddetto “romanticismo gnoseologico”. Di qui sorse la “scuola storica”, che portò a quella critica storica di cui fu, tra gli iniziali artefici, il Carducci. Benedetto Croce, formatosi sull’opere del Vico, di Hegel, di Bertrando Spaventa e di Francesco De Sanctis, divenne il maggiore esponente della reazione al positivismo, acquisendo, nel campo della critica e dell’estetica, prestigio e fama di livello internazionale.

Croce sostenne che “non vi può essere storia senza filosofia” e che “la storia non può essere altro che la storia dello spirito nel suo svolgimento da idea a idea, e delle azioni nelle quali ciascuna idea successivamente si concreta” [4].

La ricerca storica è per il Croce minuziosa analisi delle fonti e rigoroso accertamento dei fatti. Lo storico dovrebbe essere sempre animato da spirito libero, mai lasciarsi condizionare dalla emotività e dalla partigianeria, mai imporre il proprio giudizio. Scisse: “la storia non è giustiziera, ma giustificatrice”. Il compito dello storico è quello di “convincere e convincersi”, in maniera da migliorare continuamente la conoscenza ed anche la formazione civile.

Nel 1895 il Croce scrisse “La critica letteraria”, in cui anticipò il suo pensiero di storico anche in letteratura, indicando il metodo degli studi scrupolosi per la valutazione delle opere letterarie. Il Croce vide l’arte “come espressione del linguaggio dell’uomo, come intuizione lirica”, come “l’immagine di un sentimento gagliardo, nutrito della ricchezza spirituale ed umana del poeta, tradotto in rappresentazione nitidissima a contemplazione universale”. Superando l’estetica romantica, affermò l’impossibilità di scrivere una storia letteraria “vera e propria”, essendo impossibile una “classificazione delle arti” e quindi dei generi letterari come la lirica, l’epica e cosi via. La critica crociana influì sull’intera letteratura: l’indagine dotta e ragionata e la critica filologica si diffusero in tutta la Penisola.

Cenni sulla filosofia crociana

Dal punto di vista filosofico, il Croce elaborò un sistema, denominato “Filosofia dello Spirito”, secondo cui la realtà è determinata dallo Spirito, ossia dal pensiero razionalmente organizzato, capace di sintetizzare la conoscenza del particolare e dell’universale, del concreto e dell’astratto. La realtà è quindi storia e per storia si intende il pensiero che si attualizza continuamente nel momento presente. Se non esiste altra realtà che non sia attuale, se non esiste metafisica, allora la filosofia è la stessa storia del pensiero attuato nella realtà: la filosofia è “storiografia” del pensiero. Croce afferma che “ogni vera storia è storia contemporanea”. La realtà più autentica è lo spirito (il pensiero) che continuamente si individua nella contingenza storica.

La forma teoretica universale dello spirito è una sola, la logica. Con ciò, Croce riprese la filosofia di Hegel della “dialettica degli opposti”, e lo storicismo del Vico, ma vi sovrappose “i distinti”, ovvero quelle categorie dello Spirito che non si oppongono tra loro, quali l’estetica, la logica, l’economia e la morale. All’interno di ciascun “distinto” va quindi mantenuta la dialettica degli opposti (p.e.: bello e brutto nell’estetica), ma va ponderato il “nesso”, di ciascun distinto con gli altri.

Per chiarificare la definizione di “distinto”, basti considerare l’arte: “l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”. L’arte è intuitiva, frutto del sentimento, libera di esprimersi in quanto non contrapposta al vero, all’utile, o alla morale. È semplicemente una forma di espressione dello Spirito funzionale solo a se stessa, posseduta da ciascuno di noi, che altrimenti non saremmo in grado di apprezzarla. L’artista, oltre all’intuizione ed al sentimento, ha la tecnica per esprimerli. Il Croce critica la suddivisione dell’arte e della letteratura in “generi”, considerati schemi di comodo estranei, in quanto appartenenti alla logica. Nell’estetica il Croce fa rientrare anche quella forma dell’espressione che è il linguaggio, di cui egli stesso resta davvero un impareggiabile maestro (anche se si dice che pensasse in napoletano e scrivesse in italiano!).

In campo linguistico il Croce rimase sempre tradizionalista, e perciò criticò aspramente il Decadentismo, ed autori quali Pirandello, D’Annunzio e Pascoli. Il suo pensiero estetico influenzò per decenni la vita culturale, di cui divenne il “papa laico”, secondo la definizione di Gramsci. Eppure dopo la morte sono state messe in rilievo alcune conseguenze negative dell’egemonia crociana, quali il ritardo italiano nei campi delle scienze, della sociologia, nell’apprendimento delle lingue straniere. Alcuni dei cosiddetti liberali odierni (che con il loro clerical-fascismo fanno rivoltare Croce nella tomba) hanno cercato di addossare la colpa di quest’oblio all’egemonia di cui avrebbe goduto la “cultura di sinistra” nella seconda metà del ‘900.

Niente di tutto ciò, a nostro avviso. Il marxismo italiano, pur considerando a lungo Croce come il “nemico principale”, ne ha così riconfermato indirettamente la centralità. Piuttosto, Croce è stato sconfitto dall’orda del consumismo, dalla decadenza delle ideologie, da questa pseudo-cultura populista e fascistoide, endemica in Italia, culminata finalmente nella nullità del berlusconismo. Chissà cosa avrebbe detto il grande filosofo napoletano del caravan-serraglio del partito dei berluscones, coi suoi orchi, nani e ballerine?

Etica e religione

Nel sistema crociano non c’è posto per il cattolicesimo. Torneremo su questo punto nei paragrafi successivi. Il Croce considera la religione un miscuglio irrazionale di elementi poetici, morali e filosofici, e non come forma autonoma dello Spirito. Non c’è posto per la Chiesa cattolica, di cui rifiuta la morale dogmatica e formalistica priva di contenuto reale. Da liberale, fu sempre un accanito e, a volte, anche astioso anticlericale. Fu infatti in occasione del Concordato Stato-Chiesa che il Croce fece sentire il suo dissenso, più che nelle altre nefande avventure in cui Mussolini fece precipitare l’Italia.

Per Croce, l’etica ha sempre un nesso con l’economia, perché il comportarsi correttamente ci da una ricompensa, se non altro una “soddisfazione morale”. Il nesso vale solo in questo senso e non al contrario: si può inseguire il profitto senza badare al bene, non è possibile invece volere il bene senza voler trarne un utile. Non si tratta di una visione pessimistica, anzi. L’interesse pratico sospinge lo Spirito alla conoscenza ed alla successiva attività teoretica, che è il suo vero arricchimento.

Non bisogna essere “buoni” perché altrimenti “Dio” ci punisce (morale cattolica), ma perché è “conveniente” ed utile, per se stessi e per gli altri. Quando nel 1932 Croce scrisse la “Storia d’Europa nel secolo decimonono”, in cui difendeva ed esaltava le filosofie atee, propugnando una “religione della libertà” senza Dio, il Vaticano mise il libro all’indice. Nel 1934 la misura fu estesa all’opera omnia del filosofo.

Considerazioni sul quadro storico culturale in cui si inserisce Croce

L’unificazione italiana avvenuta nel 1860, tardi rispetto agli altri paesi europei (se si esclude la Germania) può essere considerato un movimento popolare rivoluzionario, almeno inizialmente, ma si concluse con il tradimento della borghesia, che volle realizzare il compromesso con l’aristocrazia e la monarchia. La questione agraria, soprattutto al Sud, rimase irrisolta e anzi si aggravò, determinando la spaccatura fra un Nord che andava via via industrializzandosi ed un Sud mantenuto nel sottosviluppo. La borghesia era ben consapevole di questa contraddizione e sentiva il bisogno di un sistema ideologico-filosofico cui poter fare riferimento per giustificare i rapporti sociali esistenti. Questo sistema venne trovato nel neoidealismo di Croce e Gentile.

Tra il 1830 e il 1860, la filosofia italiana e il pensiero politico ufficiale si evolsero sotto l’influsso del movimento di liberazione nazionale repubblicano. In questo periodo vi furono vari pensatori progressisti, come Pisacane, ed i rappresentanti del primo positivismo italiano, come C. Cattaneo e G. Ferrari. Essi rappresentavano l’ala repubblicano-democratica del suddetto movimento e avanzarono idee progressiste come ad esempio la concezione della rivoluzione sociale, l’idea della natura sociale dell’uomo, il nesso tra lo sviluppo della civiltà e la struttura materiale della società, tra la produzione e i rapporti tra le classi. Inoltre manifestavano idee chiaramente antiteologiche in opposizione alle dottrine di Rosmini e Gioberti. Sulle loro concezioni hanno esercitato un influsso significativo gli illuministi francesi, Vico, Hegel e Saint-Simon.

Ma L’indirizzo filosofico più significativo della metà dell’800, che ha esercitato la maggiore influenza sul pensiero filosofico italiano del XX sec., è stato l’hegelismo napoletano, in cui si espressero le forze progressiste. L’hegelismo napoletano non era una novità a livello europeo, ma nella sua “ala sinistra” diede contributi di notevole valore. Praticamente dalla sinistra hegeliana napoletana (F. De Sanctis [5], gli Spaventa, S. Tommasi e altri) è nato, da un lato, il pensiero progressista e marxista italiano, con A. Labriola, e dall’altro l’idealismo neohegeliano, di natura profondamente conservatrice, con Croce e Gentile.

Questa contraddittorietà negli sviluppi della scuola hegeliana napoletana è stata oggetto di accese controversie. Gli idealisti neohegeliani (Croce e Gentile) faranno di tutto per dimostrare d’essere gli unici eredi di questa sinistra, della quale però vorranno ignorare gli elementi più progressisti e materialisti che invece vennero colti dai filosofi marxisti, i quali cercarono di dimostrare come il percorso più significativo del pensiero italiano non andasse da De Sanctis a Croce ma da De Sanctis a Gramsci.

Le classi dirigenti italiane riuscirono a trovare il compromesso ideologico, all’inizio del secolo XX nel neoidealismo hegeliano di Croce e Gentile. Si trattava di un sistema elaborato e qualificato, la cui sostanza consisteva nella lotta contro il materialismo e il marxismo, nella giustificazione del sistema sociale esistente, nell’unificazione di diversi indirizzi ideologici conservatori, nell’affermazione di una cultura borghese laica ma non anticlericale.

Il neohegelismo, nato alla fine dell’800 in Inghilterra, solo in Italia manifesterà un’influenza così pesante sulla cultura nazionale. Negli altri paesi fu soltanto uno dei tanti indirizzi filosofici mentre in Italia si trasformò, nel giro di pochi decenni, da fenomeno esclusivamente filosofico a “pensiero egemone” della cultura e dell’ideologia borghesi.

Non a caso infatti B. Croce e G. Gentile determinarono la struttura di tutta la scuola italiana, l’organizzazione delle facoltà universitarie, il declino del pensiero e della ricerca scientifici, esercitando anche una forte influenza sull’orientamento della stampa. Sono stati infatti a capo di alcune delle maggiori iniziative editoriali e culturali quali, ad esempio, l’Enciclopedia italiana o i libri di filosofia pubblicati dalla Laterza.

Il neohegelismo seppe conciliare i sentimenti religiosi con l’anticlericalismo popolare, ed i motivi positivistici e pragmatisti coll’idealismo, ponendosi a fondamento del liberalismo con Croce, del fascismo con Gentile, e dell’imperialismo della borghesia.

L’idealismo neohegeliano attacca il materialismo (specie quello marxista) e la filosofia religiosa perché entrambe ammettono l’esistenza di qualche cosa esterno allo spirito (la materia il primo, Dio la seconda), per cui sono trascendenti. Tuttavia, se nei confronti del materialismo l’ostilità è netta, lo stesso non è nei confronti della religione. In effetti Croce (come Gentile) non ha mai negato Dio, l’anima o l’immortalità, ma solo la concezione tradizionale, ecclesiastica di questi concetti. E’ peraltro famoso l’articolo di Croce, “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

Il rapporto col fascismo

Tuttavia l’esperienza del regime fascista e l’opposizione ad esso ha favorito la trasformazione, in Croce, del rapporto tra morale e politica. Egli finì col maturare la convinzione che la vita politica deve realizzare un impegno morale con al suo centro l’idea di libertà (religione della libertà). La stessa concezione della storia diventa quella di una storia della libertà.

La libertà però continua a restare solo quella giuridico-morale o formale, cui Croce non aggiunge mai quella socio-economica o sostanziale. Non a caso, Croce ha sempre difeso la necessità dei rapporti feudali e semifeudali nel Meridione, ha sempre appoggiato il gerarchismo sociale (solo un’élite aristocratica può governare), la monarchia (almeno fino al 1946) e l’uso statale della forza contro le rivendicazioni dei lavoratori.

Nonostante la decisione di passare all’opposizione, Croce può essere considerato, come Gentile, un precursore del fascismo. L’apologia della violenza, delle guerre, del machiavellismo politico, contenuta negli scritti del periodo della I guerra mondiale rientrò nella dottrina fascista come un elemento fondamentale.

Croce non divenne mai progressista, e se da un lato la sua filosofia della “libertà” poteva garantire agli intellettuali l’ultimo spiraglio di opposizione al regime, dall’altro la sua posizione di astensione dalla lotta attiva contro il regime, la sua estraneazione, nell’attesa di una fine “naturale” della dittatura, ostacolarono di fatto la lotta antifascista.

Si trattava di un antifascismo conservatore, per il quale il regime autoritario non era che un fenomeno “casuale” nella storia italiana, destinato a estinguersi da solo. Nell’analisi di Croce mancavano completamente i riferimenti alle cause storico-sociali che l’avevano generato. Egli in pratica non aveva aderito al fascismo più che altro per motivi personali, non ideologici.

D’altra parte il fascismo non ebbe mai una propria dottrina filosofica pienamente elaborata. Essa era composta da idee di vario genere, variamente mutuate: mistico-religiose, irrazionalistiche, nazionaliste, positiviste, neohegeliane, sindacaliste, comparativiste, ecc.

Il fascismo eserciterà la sua influenza sulle masse come dottrina mistica e irrazionale, in cui l’uomo è visto nel suo rapporto con una “legge superiore”, una “volontà obiettiva”, cosa che permise al fascismo d’ottenere l’appoggio delle correnti religiose neo-scolastiche e neo-tomiste (Gemelli, Olgiati, ecc) e spiritualiste cristiane (A. Carlini), nonché l’appoggio di quelle irrazionaliste, razziste, ecc. Esattamente come avviene ora con il berlusconismo.

Le opere

Le opere del Croce, frutto di una lunga vita di studio, sono numerosissime, e ne ricordiamo solo le maggiori: La critica letteraria (1895), Filosofia della pratica, economica ed etica (1909), Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), Breviario di estetica (1912), Teoria e Storia della storiografia (1917), La Storia del Regno di Napoli (1925), La Storia d’Italia dal I870 al I9I4, La Storia d’Europa nel secolo XIX (1932), Poesia e non poesia (1923), La Poesia (1936).

Fara Misuraca e Alfonso Grasso

Marzo 2009

Note

[1] In occasione del Concordato, in Senato, Croce disse: “accanto o di fronte ad uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza”.

[2] Il Croce fu da allora pedinato in ogni movimento dalla polizia politica fascista, le cui relazioni appaiono oggi, a chi se ne imbatte, comiche e patetiche allo stesso tempo, sgrammaticate ed infantili come vennero redatte. I fascisti, in occasione della morte di Giovanni Gentile, volevano che il Croce ne celebrasse la figura in quel di Firenze, ma non sopportando “l’onta” di un eventuale diniego da parte del filosofo napoletano, cercarono di rapirlo e portalo di nascosto a Firenze! Il piano fu un capolavoro di inefficienza: al Croce bastò trasferirsi per qualche giorno a Capri per far perdere le tracce agli sgherri del regime!

[3] L’Italia fascista aveva assalito coi gas asfissianti Paesi inermi come l’Etiopia, aveva partecipato alla guerra di Spagna dalla parte del “generalissimo” Franco, aveva dichiarato guerra alla Francia, alla Grecia, alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti d’America, all’Unione Sovietica. Quando in Italia si vuole alludere ad ideologie che hanno distrutto la democrazia, e che hanno causato morte, fame e miseria, allora ci si deve riferire alla ideologia fascista.

[4] Tale definizione crociana originò una storiografia nuova che è un condensato di critica e di estetica. Ne divenne portavoce la rivista “Critica”, pubblicata ininterrottamente dal 1903 al 1944, poi continuata dai “Quaderni di critica” fino al 1951. La rivista venne fondata da Benedetto Croce e da Giovanni Gentile, all’epoca legati da grande amicizia, deterioratasi poi con l’adesione di Gentile al fascismo. Il prestigio culturale di “Critica” ne rese impossibile la soppressione al regime, che ne consentì la pubblicazione anche in considerazione della sua scarsa diffusione.

[5] La sinistra dell’hegelismo napoletano cercò di superare l’interpretazione dogmatica dell’hegelismo: l’hegelismo diventava fruttuoso solo per coloro che lo superavano in direzione del materialismo. L’esponente di maggior spicco fu De Sanctis che rifacendosi anche al realismo filosofico e scientifico di Bacone, Locke e Hume ha finito con l’esprimere molte idee che lo avvicinano al marxismo. Più accademico è invece B. Spaventa, che si soffermò sull’immanentismo idealistico, che sfocerà nel neo-idealismo di Croce e Gentile. Ma nell’ultimo periodo della sua vita, Spaventa sviluppò motivi antropologici, naturalistici e materialistici, avvicinandosi alla filosofia di Feuerbach e finì col rifiutare l’idea della priorità assoluta dello spirito preferendo collegare natura e spirito in un’unica sostanza, dando però alla parte materiale di questa sostanza un ruolo subordinato.


Bibliografia essenziale

        B. Croce, Filosofia della pratica, economia ed etica, a cura di M. Tarantino, Bibliopolis 1996.

        B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, a cura di F. Audisio, Bibliopolis 2006

        Emanuele Severino, La Filosofia Contemporanea, 2004, BUR

Nota redazionale: Per questa pubblicazione ringrazio gli autori, la professoressa Fara Misuraca e Alfonso Grasso, e il Portale del Sud, il bel sito dedicato al nostro Sud sul quale questo saggio è stato pubblicato e che vi invito a visitare http://www.ilportaledelsud.org/

Featured image, Benedetto Croce, foto  scattata dal prof. Arnaldo Polacco non più vivente da oltre 70 anni.

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1 Comment on Benedetto Croce: la vita, il pensiero, il contesto storico. E sull’opposizione crocismo-berlusconismo.

  1. C’è la formula della saggezza e della sapienza? C’è, ed è questa: riconoscere che senza il male la vita e il mondo non sarebbero, e tutt’insieme combattere sempre, praticamente e irremissibilmente, il male e cercare e attuare sempre indefessamente il bene: negare come assurda la felicità e cercar sempre la felicità, negare come assurdo il trionfo definitivo della libertà sulla servitù, della figlia di lei giustizia sull’ingiustizia, del sapere sull’ignoranza, dell’intelligenza sulla stupidità, e praticamente volere e procurare in ogni istante quel trionfo, il trionfo di quell’istante – Benedetto Croce –

    Questa è una mente che pensa: tecnicamente non servirebbe leggere altro!

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