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Giornalismo online: prendi una nave, trattala male…

di Rina Brundu. Prendi una nave – possibilmente di 114.500 tonnellate di stazza per 290 metri di lunghezza – trattala male, lascia che si areni per ore, non tornare a bordo (ca**o!) e quando ci torni fallo come fosse un favore….  e diventerai la stella mediatica più fulgida dell’intera galassia giornalistica. Online et non.

Di fatto, parafrasi del “Teorema” di Marco Ferradini tenuta in conto, questo è proprio quanto è accaduto al “valoroso” comandante del Costa Concordia Francesco Schettino. Mai, in vent’anni di vita vissuta all’estero, mi era capitato di vedere un italico nome catapultato così velocemente e così compiutamente nell’empireo mediatico dei siamo-davvero-famosi (ca**o!) per-fortuna o per-disgrazia. E mai mi era capitato di entrare in un qualsiasi ufficio della Repubblica (nda d’Irlanda) e sentirmi raccontare con estrema precisione uno specifico accadimento nostrano, come è invece avvenuto con i diversi passaggi della straordinaria (e a suo modo mirabile) “conversazione” Schettino-De Falco per l’occasione perfettamente tradotta in Inglese.

Senza voler entrar nel merito dell’eterogenea gamma di epiteti con cui i media d’oltre-frontiera hanno salutato sia il comportamento del comandante sia la sua stessa persona (per inciso, il “pollo dei mari” usato dal New York Post è stato uno degli appellativi più teneri!), giornalisticamente parlando resta senz’altro da sottolineare come una “copertura” così completa del “personaggio” non l’abbia avuta neppure il Berlusconi dei tempi d’oro dei bunga-bunga-party. Inutile dire che Supermario Monti se la sogna e in verità neanche il miglior Pavarotti (giusto per citare qualche connazionale realmente famoso all’estero) ha mai avuto tanto durante la sua pur lunga e brillante carriera.

Cui prodest? Tutto questo can-can mediatico, intendo. Di sicuro, non giova a Schettino, men che meno al nostro Bel Paese. Da questo punto di vista, infatti, il paragone con l’epica tragedia del RMS Titanic (tragedia di cui quest’anno ricorre il centenario), e con l’eroico Capitano Smith che col megafono invitava i suoi uomini a calare le scialuppe dei passeggeri, nonché ad attendere la morte con calma, e lo faceva semplicemente ammonendo “Be British, my men” è davvero poco lusinghiero. Certo, il comandante De Falco ci ha restituito onore e un briciolo di dignità ma un “Be Italians, dammit!”, in tempi di vacche economiche magre, di agenzie di rating che ci martellano e di debiti pubblici che esondano come fiumi in piena, risulta (anche storicamente?) sempre poco credibile e arriva dove può.

Ne deriva che il chiasso intorno alla “notizia” è una manna dal cielo soprattutto per gli stessi media. Nello specifico la “tragedia-Costa-Concordia” (perché non bisognerebbe dimenticare che l’incidente di cui si sta parlando con una certa leggerezza resta prima di tutto un grave incidente che è costato la vita a molte persone), è diventata quasi instantaneamente uno di quei disgraziati momenti della nostra storia fagocitati e cannibalizzati dal giornalismo. E dal giornalismo online, in particolare. In alcuni casi (basti per tutti l’esempio dei molti video trasmessi in tv via www.youreporter.it), ne ha fatto senz’altro la sua fortuna.

Ripeto: prendi una nave, trattala male, lascia che si areni per ore… e diventerai la stella più fulgida della galassia giornalistica di-questi-tempi. Se la stella è cadente non fa differenza: tutto, infatti, fa brodo… di pollo!

Nell’immagine il Costa Concordia vista dallo spazio. Da Internet, fonte Digital Globe.

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