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Tira e molla

Riflessioni e considerazioni sugli eroi e gli anti-eroi del nostro tempo. Anche degli eroi-politici.

di Rina Brundu. Da Vladimir Propp(1) in poi l’eroe è sempre stato colui che dopo avere compiuto una impresa, trionfa e magari sposa pure la figlia del re con cui vivrà felice e contento ever after. L’anti-eroe, o l’antagonista, è invece per lo più un riflesso negativo dell’eroe, senz’altro il suo oppositore. L’impresa che l’eroe deve compiere è anche marcata eticamente. E sebbene in date situazioni questo non possa essere immediatamente visibile, di solito si tratta di compito arduo la cui realizzazione porterà un beneficio, e dunque un qualcosa di positivo, al popolo. L’eroe agisce quindi anche in nome e per conto del suo popolo e in moltissimi casi ne è espressione diretta.

Muovendo oltre Propp, mi rendo conto adesso che il marchio etico è per lo più determinato dalla prospettiva (intesa come una sorta di visione naturalmente dominante nel contesto socio-culturale di riferimento, e dunque dipendente dalla sua evoluzione morale). Non nego che la mia possa essere una scoperta simile a quella dell’acqua calda. Concedo pure che tra il simpatico zotico, che in virtù del suo coraggio e della sua intelligenza riesce a sconfiggere il drago cattivo e lo stesso drago cattivo che da decenni tiene in scacco il regno di wonderland, il primo sia da preferire. Di fatto, salvo la morale della favola, nonché la sua intenzione didattica positivamente marcata.

Ma se una simile concessione si può fare per le usate trame dei racconti di fate con cui si cimentava il grande linguista e antropologo russo, altre situazioni impongono maggiore cautela. Per certo, gli eroi-dei-nostri-tempi vanno consacrati con maggiore attenzione. Pensiamo per esempio a ciò che accade in una normale società d’affari quando ad una data linea di gestione se ne sostituisce un’altra. È indubbio che l’avvicendamento avviene, nella maggior parte dei casi, come passo necessario per superare una data condizione di stallo (perché ovviamente cavallo vincente non si cambia), e ancora per restituire fiducia all’insegna del motto gattopardiano “che tutto cambi affinché nulla cambi”, ma niente garantisce che il nuovo eroe sia effettivamente tale.

La prospettiva, sebbene accortamente modellata, non è in grado di determinare il marchio etico, meno che meno di dotarlo di una carica positiva. E questo nonostante ogni sforzo venga puntualmente fatto per presentare una realtà precedente nefasta, demonizzare i responsabili del “malfatto”, rassicurare gli interessati sui miracolosi progressi già compiuti dal nuovo ordine-insediato. A mio modo di vedere, la ragione per cui questa identificazione tra la prospettiva-di-visione e il marchio etico positivo caratterizzante l’eroe, non si realizza, è dovuta al non essere questo particolare eroe del nostro tempo un rappresentante del popolo, ovvero un eroe-per-se, quanto piuttosto espressione di una elite che gli impone lo status e lo convince di questo suo possibile destino. Questo, anche quando la sua aspirazione più legittima, o naturale, potrebbe essere invece quella di diventare un falso-eroe, ovvero una sorta di altro character proppiano scaltro e abile nel prendere il posto dell’eroe con l’inganno.

Ancora diverso è il caso degli eroi che popolano il mondo politico. Questi ultimi, infatti, almeno dentro le dinamiche di una moderna democrazia, sono senz’altro espressione del popolo che rappresentano. Tendenzialmente dunque dovrebbero avere ogni requisito per compiere l’impresa, trionfare e finanche sposare la figlia del re. Perché non avviene? O almeno, perché questo non avviene quasi mai? Credo, perché, nel caso specifico, e nell’ambiente specifico, la prospettiva incontra un marchio etico che potrà essere positivo solo (e sempre) per metà. Ovvero, per la metà che  ne sostiene le sue ragioni , insieme al suo diritto a rappresentare il popolo, in fiera opposizione all’altra metà che invece quelle ragioni e quel diritto li avversa fortemente.

Ne deriva che per loro natura questi nostri eroi politici moderni sono eroi, falsi-eroi e anti-eroi ad un tempo. Sempre. Non potrebbe essere altrimenti e sarebbe opportuno ficcarselo bene in testa. Senza considerare che intuirne la vera essenza (di un tal eroe, dico) potrebbe diventare compito improbo e ancor più difficile del far fuori un qualsiasi drago cattivo. Insomma, impresa, questa dell’accertarne la vera consistenza, la reale capacità, terribile e responsabilizzante per antonomasia se si pensa che dal portarla a compimento positivamente può davvero dipendere il destino di un popolo.


[1] Vladimir Jakovlevič Propp (San Pietroburgo, 29 aprile 1895 – Leningrado, 22 agosto 1970), linguista e antropologo russo. Autore di due fondamentali studi sulla composizione, sugli elementi e sulle radici storiche e culturali della fiaba: Morfologia della fiaba (1928), Le radici storiche dei racconti di fate (1946).

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