Filosofia quantistica: il Caso Garlasco e il macro-debito etico.

di Rina Brundu Eustace.
Censura preventiva. Minacce. Corruzione. Clima intimidatorio. Stampa imbavagliata.
Pur vivendo a distanza di sicurezza da certe derive, le notizie arrivano — e fanno male. Quello che sta accadendo in Iran — pardon, in Italia — ha raggiunto anche noi, e la gravità di ciò che si apprende non ammette il lusso dell’indifferenza.
Il tempo manca, come sempre. Ma stavolta il tempo bisogna trovarlo. Chi ha dedicato una vita intera all’impegno intellettuale, chi ha fatto della libertà di pensiero e di critica una ragione d’essere, non può voltarsi dall’altra parte. Non vuole e non può nemmeno provarci. Di sicuro, io non posso farlo. Nei giorni e nelle settimane che verranno dedicherò diversi pezzi tecnici al Caso Garlasco e al Caso Corona, ma oggi preferisco soffermarmi sul problema “etico”, come si sarebbe detto una volta, posto dall’infausto Caso Garlasco.
Osservando tale “caso” da una prospettiva distaccata, risulta difficile non notare come anche in questa intricata vicenda criminale, ciò che troppo spesso manca è la capacità di concepire l’esistenza non come una sequenza di atti isolati, sparati nell’universo con la frenesia di chi vive come se non ci fosse un domani, ma come una trama di conseguenze che ci sopravvive e ci accompagna a maggior ragione quando passeremo ad altro Stato dell’Essere. Agiamo talvolta come se il cosmo stesso dovesse dissolversi nel preciso istante in cui esaleremo il nostro ultimo respiro — come se tutto ciò che abbiamo messo in moto si estinguesse insieme a noi, d’un tratto, senza traccia.
Che ingenuità! Che colossale fraintendimento della nostra natura di esseri immortali abitanti un multiverso senza tempo!
Ma facciamo un passo indietro. Come sa chi si diletta con le mie lezioni di filosofia quantistica applicata all’arte di vivere, io sono venuta al mondo con un dono speciale. Un dono che, più che essere tale, è una sorta di maledizione. Si tratta di un “dono” che ha acquisito crescente importanza col trascorrere del tempo, nutrendosi anche della mia incessante interrogazione filosofica sulla mia stessa essenza. Un processo che ha poi dato origine alla mia filosofia quantistica e che arricchirà molti altri studi futuri.
Parlavo dunque di questo mio “dono”: quello di vivere una vita onirica di pari importanza rispetto a quella reale. Una vita onirica che si dispiega parallelamente alla vita quotidiana e che impatta in maniera straordinaria sull’interezza del mio vissuto.
Non è questa la sede in cui affrontare gli aspetti più tecnici di tale condizione — anche perché l’ho fatto in maniera esaustiva nella trilogia dedicata all’arte di vivere, osando persino trattare, in lingua italiana, argomenti che per la nostra cultura rimangono ancora tabù e tali resteranno per molti decenni a venire.
In questa occasione basti dire che il Caso Garlasco è entrato nella mia sfera di interessi intellettuali da quando la Procura ha riaperto le indagini — e da allora non sono state poche le visioni oniriche che hanno trapuntato le mie notti, visioni nelle quali mi è stato possibile «vedere» assai più di quanto avrei desiderato. Non parlerò di tali sogni, tuttavia: farlo contrasterebbe con la mia deontologia.
Posso però accennare a due momenti onirici minori, che mi hanno comunque dato da pensare. Uno è giunto proprio l’altra notte, e ho tentato di ricostruirlo (con l’aiuto dell’AI) nella vignetta che correda questo articolo. Nel sogno ho visto un signore che ho riconosciuto con nettezza — sapevo chi fosse — mentre si apprestava ad andare a letto. Prima di farlo, prendeva una pillola. Per dormire, certamente. Le sue notti, del resto, non devono essere facili da trascorrere.
È stato questo, appunto, lo spunto onirico che mi ha indotto a scrivere queste righe. Sovente, infatti, noi che abbiamo seguito questo caso molto attentamente, che abbiamo compreso il colossale “errore” giudiziario di cui è stato vittima Alberto Stasi — questa è infatti la mia idea maturata dopo aver letto le SIT, gli atti e aver valutato il caso criticamente da ogni possibile prospettiva — tendiamo a dimenticare il grave problema etico posto da questa vicenda criminale e giudiziaria.
Qualora la mia interpretazione fosse corretta, diventa persino difficile immaginare il peso che grava e graverà, per infinite esistenze incarnate, su tutte le essenze — le “anime”, direbbero le persone religiose — che a qualsiasi livello hanno contribuito alla rovina di due giovani vite, quella di Chiara e quella di Alberto. Tutti quanti correi, tutti ugualmente partecipi di una colpa che non conosce graduatorie: chi ha ucciso, chi ha aiutato a uccidere, chi ha nascosto la verità, chi ha tramato per nasconderla, chi ha aiutato a nasconderla, chi ha corrotto e chi si è lasciato corrompere, chi ha accusato un innocente, chi ha recato danno alla sua famiglia, chi lo incarcerato per anni, chi ha svenduto la propria etica professionale, chi ha macchiato l’onore dell’Arma, chi ha infangato la Giustizia, chi si è adoperato a raccontare falsità, finanche chi ha visto e ha taciuto, chi ha distolto lo sguardo, chi ha scelto la comoda cecità del nulla. Perché il male non si compie soltanto nelle azioni: si compie, con pari dignità morale, anche nell’omissione, nel silenzio, nella viltà di chi volta le spalle alla verità.
La lista è così lunga da non poter mai aspirare all’esaustività. Così lunga che la somma dei peccati e dei peccatori non evoca nemmeno lontanamente i concetti di pietà e di perdono. È il rischio che corre chi vive e si comporta come se non ci fosse un domani — come se le proprie azioni si dissolvessero nel nulla, senza lasciare traccia nell’ordine morale dell’universo.
Di nuovo: che ingenuità! Che colossale fraintendimento della nostra natura di esseri immortali abitanti un multiverso senza tempo!
Chissà se anche di questa nostra miseria umana sorrideva Chiara quando la sognai, diversi mesi fa. Ed è proprio quel sogno — il secondo che mi sento di raccontare — a riaffiorare adesso. La vidi sorridente, seduta su una bicicletta, con indosso una maglietta rosa. Solo in seguito scoprii che al momento della morte indossava un pigiama di quel colore; eppure il mistero di quel suo sorriso non l’ho mai compreso davvero. Voglio credere che nascondesse una certezza: che alla fine anche la giustizia degli uomini si sarebbe ricordata di lei.
Quanto all’altra giustizia — quella più universale, più fondamentale — sta già facendo il suo corso, e ad attenuarne gli effetti non basteranno tutte le pillole del mondo, ingoiate con un sorso d’acqua nel corso di esistenze infinite, concepite apposta per saldare un macro-debito etico che non ammette prescrizione.
Nota editoriale: l’immagine a corredo è la prima immagine creata con l’AI che pubblichiamo sulla nostra rivista: la troviamo bellissima!

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