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Tra Garlasco e Corona. Lo scandalo Watergate dei media italiani. E sulla ridicolizzazione dell’impegno intellettuale.

di Rina Brundu Eustace.

Venti anni fa, quando ho cominciato a comprendere cos’era quello che adesso chiamo il “velo” – il condizionamento di tipo culturale e mediatico imposto sulla nostra Essenza – mi era stato facile prevedere l’arrivo del redde rationem per il cosiddetto “quarto potere” nato con l’Hearst Empire di William Randolph Hearst (1863–1951). La nascita del “giornalismo online” – un termine che io stessa avevo coniato – rappresentava solamente l’inizio della caduta dell’impero, il resto sarebbe stato consequentia rerum.

Se il disastro era stato annunciato in pompa magna dall’arrivo delle nuove tecnologie che di fatto rendevano inutile, quando non obsoleta, qualsiasi forma di intermediazione culturale di tipo analogico, e il corpo fatale sarebbe stato inflitto dalla diffusione di piattaforme divulgative di grande potenza atte a promuovere il Citizen Journalism, piattaforme come Youtube, ciò che io stessa non ero stata in grado di prevedere è il forte, fortissimo, tanfo che avrebbe emesso il cadavere giornalistico in stato di decomposizione.

Di contro, l’equazione logica che se ne sarebbe potuta ricavare era stato facile intuirla: tanto più avanzato sarebbe stato l’iniziale stato di degrado deontologico, tanto più forte sarebbe stato l’olezzo maleodorante prodotto. Questo sito è infarcito, tra gli altri, di articoli analogici in cui denunciavamo il preoccupante stato della cosiddetta “libera” informazione in Italia o, per meglio scrivere, la totale mancanza del concetto di stampa-libera nel Belpaese, ma è anche riempito di pezzi (sebbene poi ne abbia cancellato a migliaia), in cui, malgrado tutto, ci ostinavamo a coltivare l’illusione di una qualsiasi possibilità di futura redenzione.

Fortunatamente, nell’attesa che tale improbabile miracolo si avverasse, personalmente ho avuto la capacità di capire, di comprendere, di allontanarmi da tale nucleo di instabilità deontologica repellente e permanente (finanche cambiando il nome di questa rivista da “Rosebud – Giornalismo online” a “La barba di Diogene”), e di dedicarmi a uno studio serio e continuato che ha plasmato e arricchito la mia anima nell’ultima decade. Uno studio che spero continuerà fino alla fine dei miei giorni che, pure, mi auguro, non siano troppi prima del… ritorno a casa.

Distrarsi dunque da un impegno intellettuale così forte, che assorbe, che finalmente esalta le ragioni stesse dell’esistere, e farlo in virtù dallo sbandamento finanche emotivo procurato dal fortissimo tanfo emesso dal corpo giornalistico-mediatico in decomposizione – esposto al pubblico ludibrio, vittima di una paradossale Sindrome Watergate – non può che dar da pensare e procurare un certo fastidio. Soprattutto quando ci si rende conto che, nell’apparente indifferenza istituzionale, questo cancro putrefatto sta attaccando il cuore stesso della Repubblica, le ragioni del suo esistere, il senso della giustizia che dovrebbe permearla.

Quale disegno orwelliano credibile avrebbe mai potuto immaginare un’Italia 2026 in cui l’intero sistema mediatico e giudiziario sembrerebbe asservito a dei personaggi che ricordano l’Innominato (e Innominabile) di manzoniana memoria, a degli intoccabili di provincia? Quale Orwell avrebbe potuto prevedere una nazione privata di organi di informazione credibili e di pseudo-giornalisti autocensuratisi, o di altri che hanno persino fatto carriera politica per merito di uno scarso senso deontologico? Quale Orwell avrebbe potuto prevedere un glorioso Belpaese moderno in mano a cosiddetti criminologi, opinionisti, esperti-di-parte sconfessati dalla Storia, ma ormai ospiti fissi (proprietari di poltrona mediatica per usucapione) nei salotti di una mamma-Rai sovvenzionata da un popolo italiano bue che ha finito i santi in paradiso a cui votarsi?

Quale Goebbels avrebbe potuto pensare di farla franca deridendo impunemente la gloriosa Arma dei Carabinieri? Quale Goebbels avrebbe potuto immaginare una nazione capace di istituzionalizzare la censura preventiva? Quale criminale nazista avrebbe potuto pensare di testimoniare la ridicolizzazione del concetto stesso di cultura e di impegno intellettuale da parte di cosiddetti imperi-editoriali che hanno campato sulla fatica-del-vivere e sulla disperazione-dell’anima che inevitabilmente tormenta ogni Essenza davvero nata per cimentarsi con simili questioni? Quale Goebbels avrebbe potuto pensare di raccontare lo sbeffeggiamento del concetto stesso di cultura e di impegno culturale pr*st***ito alle più ridicole pulsioni corporali in un sorta di grottesco revival moraviano 2.0?

Ho una personale stima per Giorgia Meloni, che se non altro ci ha parzialmente liberato dal cancro politico che ha asservito la nazione nelle decadi passate – uno status anche civile depravato causa prima dell’avvilente e presente degrado – ed è l’unico personaggio politico che ho sentito inveire pubblicamente contro lo scempio del “Caso Garlasco”. Comprendo anche la necessità di tacere fino al giorno del Referendum sulla “Giustizia”, ma venuto quel giorno, spero davvero che il nostro Presidente del Consiglio – nel silenzio istituzionale che pare circondare questi argomenti – si attivi per restituire dignità alla nostra nazione insultata e a un popolo italiano che non merita questo stato delle cose. Anche perchè di guru 2.0 che fanno carriera politica in virtù dell’insoddisfazione generale ne abbiamo già visti e non ne vogliamo vedere mai piú. Prevenire è meglio che curare.

Non chiediamo alla Meloni la resurrezione del corpo giornalistico morto, neppure Gesù Cristo riuscirebbe in un tal miracolo, e soprattutto sarebbe opportuno non farlo. Chiediamo al Presidente del Consiglio Meloni di attivarsi per la protezione dei nascenti canali di informazione che sulle varie piattaforme digitali, in questo periodo della nostra storia, stanno svolgendo il servizio pubblico prima deputato alla Rai e ai giornali (tra tutti voglio citare il canale Bugalalla Crime, gestito da una ragazza, che abbiamo costretto a trasferirsi in America per poter parlare liberamente, ma che sta dimostrando ai giornalistucoli analogici come si fa corretta e onesta informazione nell’epoca post rivoluzione digitale, e che per tanti versi mi ricorda il mio spirito di ragazza).

Ma, soprattutto, che Giorgia Meloni si attivi quanto prima per la liberazione di Alberto Stasi, il quale da un decennio circa e da innocente marce nelle patrie galere in nome del Popolo Italiano.

Ancora ancora faccio parte di quel popolo, e in questo senso mi preme scrivere a chiare lettere: NOT IN MY NAME!

Alberto Stasi non si ritrova da innocente in galera nel mio nome.

Questo domanda la mia serietà e la mia onestà intellettuale, il core della mia Essenza, la quale tutto vorrebbe tranne che passare ad altro stato dell’Essere caricata di un simile peccato capitale.

LIBERATE ALBERTO STASI, SUBITO!