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Dugin e i riferimenti filosofici di Putin

di Michele Marsonet.

L’attentato dinamitardo in cui è morta nei pressi di Mosca Darya Dugina, figlia del filosofo e politologo Aleksandr Dugin, spesso definito “ideologo di Putin” o anche “Rasputin del Cremlino”, ha indotto alcuni commentatori italiani a ribadire la tesi che lo stesso Dugin abbia un ruolo politico importante nel circolo ristretto che circonda lo zar moscovita.
In realtà non è così, poiché il filosofo è più conosciuto e apprezzato negli ambienti di estrema destra italiani ed europei che nella Federazione Russa. Non solo. Dugin ha più volte criticato Putin accusandolo di eccessiva debolezza nella conduzione della guerra in Ucraina, anche se risulta difficile comprendere cosa ciò possa significare.
E’ pur vero che per Aleksandr Dugin il liberalismo e l’atlantismo sono del tutto incompatibili con l’identità russa. Il suo pensiero si riferisce all’insegnamento di filosofi e intellettuali che vanno da Oswald Spengler a Carl Schmitt, da Julius Evola a René Guénon. In questo senso egli è stato, sul piano intellettuale, uno dei principali ispiratori dell’invasione dell’Ucraina, nazione colpevole di aver voluto occidentalizzarsi tradendo le proprie radici slave.
Com’era lecito attendersi, Putin e il suo circolo dirigente hanno subito accusato il governo di Kiev di essere il mandante dell’attentato. Gli ucraini hanno smentito a stretto giro di posta, sostenendo che il loro non è uno “Stato terrorista”.
Molte sono le ipotesi plausibili. La resistenza ucraina ha dimostrato più volte di poter colpire anche nel territorio controllato dalla Federazione Russa. Si pensi, per esempio, ai numerosi attacchi in Crimea.
Non si può escludere, tuttavia, che l’uccisione di Darya Dugina sia dovuta ad ambienti russi contrari alla guerra. Nonostante la rigida censura delle autorità, a Mosca e altrove vi sono state manifestazioni, a volte individuali, contro la politica putiniana. Ma esiste pure una terza ipotesi, quello di un “regolamento di conti” interno, innescato dal fastidio provocato dalle accuse di debolezza rivolte al leader del Cremlino.
Il problema vero è il seguente. Chi si sforza di comprendere le motivazioni che hanno spinto Vladimir Putin a invadere e devastare l’Ucraina incontra – come ho già scritto altre volte – grandi difficoltà. Senza dubbio svolge un ruolo la nostalgia per l’Unione Sovietica. Non intesa, però, quale patria del “socialismo reale”, bensì come grande potenza militare in grado di imporre lo spirito e lo stile di vita russi alle nazioni confinanti e sottomesse.
Si è capito che, per lo zar moscovita, Russia, Bielorussia e Ucraina formano un blocco unico nel quale lo spirito della “Russia eterna” si esprime al meglio, contrastando i valori borghesi e decadenti dell’Occidente.

Gli ucraini non hanno accettato tale narrazione e devono quindi essere puniti severamente poiché, dopo il crollo dell’Urss, si sono “occidentalizzati”. Nonostante spetti a loro il merito di aver fondato la Rus’ di Kiev in epoca medievale, vera origine spirituale e politica della “Russia eterna” dianzi citata.
Putin, cresciuto alla scuola marxista-leninista del Kgb, ha capito che, per realizzare il suo progetto di rivitalizzazione del “mondo russo”, deve identificarsi totalmente con la Chiesa ortodossa prima distrutta dai bolscevichi, e poi ritornata potente dopo il crollo dell’impero sovietico. E, com’è noto, il patriarca di Mosca Kirill ha assecondato in pieno il suo disegno.
Risulta tuttavia sorprendente che lo stesso Putin, a dispetto della sua educazione marxista menzionata in precedenza, abbia riportato in auge e imposto all’attenzione del mondo intellettuale russo dei filosofi reazionari e spesso filofascisti che erano in pratica stati dimenticati. E che sono pertanto diventati molto più importanti di Dugin.
Caso chiarissimo è quello di Ivan Aleksandrovic Il’in. Anticomunista e antisovietico, Il’in fu un fervente sostenitore dell’Armata Bianca che combatté aspramente contro i bolscevichi durante la guerra civile, venendo alla fine sconfitta dall’Armata Rossa capeggiata da Lev Trotsky. Il’in nel 1922 fu espulso dall’Urss dallo stesso Lenin ed emigrò prima in Germania e poi in Svizzera, dove morì.
Esponente della destra hegeliana, Il’in credeva in una “politica dell’eternità”, vale adire in uno Stato che coincidesse in toto con i suoi governanti e nel quale ogni tipo di dissenso fosse bandito. Un’esaltazione, insomma, della Russia zarista e profondamente ortodossa.
La Verità (von la “V” maiuscola) si era a suo parere incarnata nella Russia eterna, e ogni tentativo di sovvertirla costituisce un atto di disobbedienza ai piani divini. E’ ovviamente presente anche l’antisemitismo, mentre grande spazio viene riservato alla decadenza morale dell’Occidente, dovuta all’individualismo e al liberalismo, che la Russia deve assolutamente evitare.
Monarchico e simpatizzante del fascismo, Il’in scrisse molto. Le sue opere erano proibite nell’Unione Sovietica, anche se continuarono a circolare in forma clandestina. Per capire la loro influenza su Putin, basti dire che il leader del Cremlino ha promosso personalmente il trasferimento della sua salma dalla Svizzera in territorio russo, partecipando anche alla consacrazione della sua nuova tomba a Mosca nel 2005.
Filosofi di questo tipo, dunque, e non Dugin, sono gli ispiratori della politica interna ed estera di Putin e del gruppo dirigente che lo affianca. L’obiettivo è il ritorno al passato imperiale, tanto bolscevico quanto zarista. In questo caotico minestrone cultural-filosofico, si riesce ancor meno a capire l’obiettivo putiniano di “denazificare” l’Ucraina. I nazisti avevano elaborato la folle teoria degli slavi come “razza inferiore” da sottomettere.
Si dà tuttavia il caso che gli slavi ucraini fossero chiamati “fratelli” quando scattò l’invasione, poiché ci si attendeva che accogliessero con entusiasmo e corone di fiori i soldati russi. Salvo passare alla condizione di “subumani” quando manifestarono subito l’intenzione di resistere per evitare di ritornare nella sfera d’influenza russa. Occorrerebbe quindi che il gruppo dirigente che ora governa a Mosca fosse più cauto nell’utilizzo dei termini “nazismo” e “nazisti”, per non evocare somiglianze sin troppo evidenti.

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