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Non c’è pace tra armeni e azeri

di Michele Marsonet.

L’Armenia è una nazione decisamente sfortunata. Viene ormai riconosciuto, a livello internazionale, il “genocidio armeno”, perpetrato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916, che causò circa un milione e mezzo di morti.
Ora questo piccolo Paese caucasico, una delle Repubbliche ex sovietiche, si trova da anni impegnato in un duro conflitto con il confinante Azerbaijan, esso pure ex Repubblica sovietica, con popolazione turcofona.
C’è una notevole differenza tra le due nazioni. L’Armenia, con scarse risorse naturali, vanta una delle prime chiese cristiane al mondo in ordine cronologico.
Dal canto suo l’Azerbaijan, con popolazione quasi completamente islamica, possiede invece risorse naturali ingenti, soprattutto gas e petrolio. Quando i nazisti invasero l’Unione Sovietica, uno dei loro obiettivi principali era la conquista dei pozzi petroliferi di Baku, capitale azera.
Questa differenza spiega il diverso peso dei due Paesi nello scenario internazionale. L’Azerbaijan, infatti, è un fornitore energetico chiave per parecchie nazioni occidentali, inclusa l’Italia.
Finora gli armeni erano riusciti a colmare lo squilibrio grazie all’appoggio, anche militare, della Federazione Russa che è intervenuta in più occasioni per proteggerli.
La situazione è poi cambiata poiché, dopo l’invasione dell’Ucraina, i russi non hanno risorse disponibili da impiegare nel Caucaso. Di ciò ha approfittato la Turchia di Erdogan, che ha fornito un appoggio decisivo agli azeri dotandoli dei celebri droni “Bayraktar” i quali, nel corso dell’ultimo conflitto, hanno consentito all’esercito di Baku di conquistare porzioni del Nagorno Karabach, enclave armena incuneata nel territorio azero e che l’Azerbaijan rivendica.

Gli armeni facevano conto sulla continuità dell’appoggio di Mosca grazie alla loro appartenenza al “Trattato di sicurezza collettiva” (CSTO). Hanno tra l’altro aiutato Putin e Lukashenko a domare la rivolta scoppiata in Bielorussia, anch’essa membro del CSTO.
Tuttavia, come si diceva prima, l’attenzione di Mosca è ora rivolta all’Ucraina e, pur avendo istituito con i turchi una commissione di controllo mista per monitorare la situazione, sembra meno sensibile di un tempo alle istanze armene. Ne è scaturita la richiesta di rimpiazzare i russi con i Caschi Blu dell’Onu. Richiesta di difficile realizzazione poiché la Federazione Russa ha, com’è noto, potere di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Importante però notare che l’ostacolo principale risiede nel costante riavvicinamento tra Russia e Turchia. Erdogan è molto abile e in grado di giocare su più tavoli. Non ha aderito alle sanzioni anti-russe e, al contrario, Ankara sta diventando un centro di triangolazione per far giungere in Russia merci prodotte nel mondo occidentale.
Tutto ciò nonostante la Turchia sia membro a pieno titolo della Nato. Il leader turco cerca così di mitigare le conseguenze della grave crisi economica che sta attraversando il suo Paese, con un’inflazione che sfiora l’80% annuo.
D’altro canto anche a Putin interessa giocare di sponda con il “sultano”, aumentando gli elementi di tensione nella Nato e diminuendo gli effetti delle sanzioni. In un simile quadro agli armeni non resta che invocare un intervento internazionale, assai arduo per i motivi dianzi citati.