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 La crisi economica cinese spinge il nazionalismo

di Michele Marsonet.

Esiste un legame tra l’ondata di nazionalismo scatenata nella Repubblica Popolare dal governo di Pechino dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan, e i seri problemi economici che il colosso asiatico si trova ad affrontare dopo un lungo periodo di crescita ininterrotta? Molti analisti internazionali ne sono convinti, soprattutto quelli che non nutrono simpatia per il modello autoritario che Xi Jinping ha ancor più accentuato rispetto ai suoi predecessori.
La crisi immobiliare, esemplificata soprattutto dalle irrisolte difficoltà finanziarie del gigante del settore “Evergrande”, sta causando a sua volta gravi problemi al comparto dell’acciaio cinese, dove si calcola che addirittura un’azienda su tre sia a rischio di bancarotta. La domanda è da tempo in flessione e il governo non sembra disposto a intervenire come ha fatto in passato, con il rischio di un periodo buio di lunga durata. Il settore siderurgico e quello immobiliare, insomma, sono preda di una crisi senza precedenti, e non è ancora chiaro come le autorità intendano affrontare, e tentare di risolvere, la situazione.
D’altra parte si evince dai comunicati ufficiali che Xi Jinping e il gruppo dirigente che lo affianca non sono disposti a compiere altri interventi di spesa pubblica per sostenere le infrastrutture. Nel 2015-16 il governo autorizzò nuovi stimoli finanziari per rilanciare il settore dopo la grande crisi finanziaria e la flessione del mercato immobiliare che allora si verificò. Sarà quindi un periodo duro per le acciaierie, da sempre considerate esempio dell’espansione economica di Pechino. Lo stesso dicasi per le attività immobiliari, dove la possibilità di un boom analogo a quello che ha retto la seconda economia del mondo negli ultimi decenni paiono assai scarse.
In altri termini l’economia cinese, che secondo i calcoli del Partito/Stato avrebbe dovuto crescere per almeno un altro decennio, sta invece subendo un pesante rallentamento. Una delle cause è indubbiamente la pandemia e la politica del “Covid zero” adottata dalle autorità. Lockdown totali continuano ad essere proclamati in varie città, a fronte di un basso numero di contagiati e, spesso, anche in presenza di soli asintomatici. Tale politica, su cui il governo continua a insistere, ha prodotto danni ingenti in tutti i settori economici, riverberandosi poi anche sulle filiere di approvvigionamento che coinvolgono il mondo intero.
Né le cose migliorano se prendiamo in considerazione il Pil. Quest’anno non verrà raggiunto l’obiettivo prefissato del 5,5% e ci si attende che alla fine si raggiungerà, in assenza di altre scosse, il 4%. Si dubita, insomma, che sia possibile tornare alla situazione pre-Covid.

Nonostante la rigida censura e il controllo pervasivo dei mass media, da Pechino filtrano notizie secondo cui la posizione di Xi Jinping all’interno del Partito sarebbe meno solida di quanto appare. Dopo aver inserito il proprio “pensiero” nella Costituzione (come fece Mao Zedong), il leader si appresta ad ottenere un inedito terzo mandato al XX congresso del PCC che si terrà in autunno.
Tuttavia la situazione economica del Paese, a causa dei già citati continui lockdown e della politica del “Covid zero”, si è rapidamente deteriorata. Il lockdown totale di Shanghai è finalmente terminato liberando i 25 milioni di cittadini che hanno dato vita a manifestazioni di entusiasmo. Ma si annuncia comunque l’arrivo di una crisi economica peggiore dell’ultima, che risale a due anni orsono. Previsto inoltre un aumento della disoccupazione, soprattutto nelle face giovanili della popolazione.
A sorpresa, il premier Li Keqiang ha affermato pubblicamente che “i progressi non sono soddisfacenti”. E questa è una novità, poiché simili dichiarazioni pubbliche sono del tutto inusuali in un Partito monolitico come quello cinese. Ma c’è di più. Li Keqiang ha pure deciso di fare una videochiamata collettiva a migliaia di quadri del Partito, spronandoli a trovare un equilibrio migliore tra la lotta alla pandemia e le esigenze della crescita economica. Le risposte non sono state incoraggianti, e parecchi responsabili di grandi città hanno preferito sottrarsi alla videochiamata.
Se ne potrebbe dedurre che il premier sta cercando di ritagliarsi uno spazio autonomo rispetto a Xi, e la videochiamata collettiva ne è una dimostrazione importante. Xi Jinping, insomma, a dispetto della sua apparente invulnerabilità, potrebbe arrivare indebolito all’apertura del XX congresso.
Continuano inoltre a circolare voci circa l’insoddisfazione di settori del Partito per la stretta alleanza stipulata con la Russia di Vladimir Putin. Il motivo è evidente. I rapporti economici e commerciali con l’Occidente sono di gran lunga superiori a quelli con la Federazione Russa, e si teme che le tensioni con Washington e altre capitali occidentali possano aggravare ancor più l’annunciata crisi.
Sarà ora interessante vedere cosa accadrà realmente al Congresso, e se il premier Li Keqiang avrà sul serio la forza – e il coraggio – di contrapporsi all’attuale leader supremo. Si ipotizzava che Li Qiang, segretario del Partito a Shanghai, sarebbe stato il nuovo premier al posto di Li Keqiang, ma la pessima gestione della pandemia nella grande metropoli starebbe allontanando tale possibilità.
Per tutti questi motivi si può sostenere che la questione di Taiwan venga sfruttata dall’attuale gruppo dirigente per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, esaltando il nazionalismo e indicando le potenze straniere quali vere cause della crisi. Una strategia, del resto, che nel corso della storia i regimi tirannici hanno sempre adottato.