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In Ucraina Biden cerca di recuperare il prestigio perduto

di Michele Marsonet.

Nella ondivaga politica estera di Joe Biden troviamo parecchi comportamenti incomprensibili. L’origine vera dei problemi risale al disastroso e affrettato ritiro dall’Afghanistan, quando il neoeletto presidente Usa lasciò il Paese in mano ai talebani nonostante il parere contrario dei militari e dei servizi di intelligence. Da quanto si è capito, Biden intendeva spostare l’attenzione americana dall’Europa, erroneamente giudicata “tranquilla”, al teatro asiatico dove incombe il problema delle mire annessionistiche della Cina su Taiwan. Il ragionamento, in teoria, aveva qualche plausibilità, anche se le modalità della fuga afghana restano comunque una macchia indelebile nel curriculum dell’ex vice di Obama.
Biden poi tentò di ricompattare il fronte occidentale organizzando un forum virtuale sulla democrazia che, com’era prevedibile, non ebbe successo. La caduta del prestigio Usa continuò, al punto che alleati un tempo solidissimi come l’Arabia Saudita rifiutarono di parlare con lui a proposito delle sanzioni antirusse e dell’eventuale aumento di forniture energetiche alle nazioni occidentali. Per non parlare del distacco dei Paesi dell’America Latina, dove persino Jair Bolsonaro, già molto amico di Donald Trump, si è schierato con il fronte contrario alle sanzioni.
Nel frattempo, con la cervellotica invasione dell’Ucraina, Putin ha dimostrato a Biden che l’Europa era tutt’altro che tranquilla. Anche in questo caso gli ondeggiamenti proseguirono. In un primo tempo Biden adottò un atteggiamento di grande prudenza. Salvo poi smentirsi quando fu chiaro che l’esercito di Putin era molto più debole e malandato di quanto si pensasse. Ecco allora un aumento progressivo delle forniture di armamenti a Kiev e il ruolo sempre più attivo della intelligence Usa nel conflitto, soprattutto grazie ai satelliti spia (ma non solo).
Biden è insomma tornato sui suoi passi, indice questo di una notevole confusione strategica. Ora siamo arrivati al punto che Volodymyr Zelensky, sempre indicato come eroe della resistenza ucraina, è stato pesantemente “redarguito” da Usa e Nato quando ha affermato che il suo Paese, pur di raggiungere un accordo con i russi, era disposto a rinunciare alla sovranità sulla Crimea, occupata dagli “omini verdi” di Putin nel 2014.
Della clamorosa smentita si è occupato soprattutto il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, sostenendo che l’Alleanza Atlantica mai e poi mai avrebbe permesso di cedere definitivamente la Crimea alla Federazione Russa. Perfettamente in linea con il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin, secondo il quale è opportuno prolungare la guerra per indebolire la Russia e la sua capacità di invadere le nazioni vicine.

La vicenda è quanto meno curiosa. Non a caso molti osservatori, anche di fede atlantista, si sono chiesti chi comanda realmente a Kiev. E’ Zelensky, in quanto presidente liberamente eletto di un Paese indipendente, ad esercitare il potere? Oppure il potere vero è nelle mani di Washington (non necessariamente di Biden) e del quartier generale della Nato? Non è certo una domanda peregrina. Se l’ipotesi corretta fosse la seconda, allora non sarebbe soltanto Putin a nutrire scarso rispetto per gli ucraini (che per lui, com’è noto, neppure esistono), ma anche gli stessi vertici del mondo occidentale. In altre parole i poveri ucraini sono utili solo per indebolire Mosca, e la loro indipendenza non è il centro della questione.
Il danno d’immagine per aver smentito in un modo così clamoroso il presidente ucraino rischia di essere rilevante e di portare acqua al mulino dello zar moscovita, sempre più in affanno per le scarse prestazioni delle sue forze armate nel Paese che, a suo avviso, “non esiste”. Proprio come “l’isola che non c’è” nelle avventure di Peter Pan.
Spiace dirlo, ma a questo punto non è chiaro se ad essere in charge a Washinton sia davvero il presidente, oppure un team formato da generali, diplomatici e servizi di intelligence che, del resto, hanno già provveduto in parecchie occasioni a smentire le parole dello stesso Biden. Situazione potenzialmente pericolosa, giacché tutti capiscono che il Paese leader dell’Occidente non può permettersi vuoti di potere, soprattutto con una guerra in corso e quando le grandi autocrazie riuniscono le forze per cambiare a loro favore l’ordine mondiale esistente.
Donald Trump ha buon gioco quando rileva che, con lui alla Casa Bianca, simili disastri non accadevano. Si rammenti però che Biden, in ogni caso, dovrà anche affrontare in modo deciso lo scenario asiatico che aveva nettamente anteposto a quello europeo all’atto della sua elezione. Può darsi che gli autocrati siano impressionati dal crescente sostegno Usa all’Ucraina. Ma è inutile sperare che la Cina di Xi Jinping rinunci alla battaglia – che considera essenziale – per Taiwan.
Mette comunque conto ribadire che Biden non è il presidente adatto in situazioni di crisi. Gli fa difetto la lucidità mentale e la capacità strategica di prevedere il corso degli avvenimenti. Non c’è, insomma, di che stare tranquilli. Le autocrazie, che non hanno bisogno del sostegno popolare, potrebbero davvero cogliere l’occasione per condannare l’Occidente a una crisi dalla quale sarebbe molto arduo uscire.