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L’identità in una società pluralista

di Michele Marsonet.

Che cosa può dire la filosofia sul tema della diversità culturale? E’ ancora in grado di fornire strumenti per immaginare e costruire modi di pensare, realtà e società cosmopolite? Qual è il tipo di educazione più adatto a formare cittadini di un mondo multirazziale, caotico e complesso, “simile più a un bazar kuwaitiano che non a un club per gentiluomini inglesi”, per usare l’espressione dell’antropologo americano Clifford Geertz? E, inoltre, è tuttora proponibile la fiducia illuminista nell’esistenza di “invarianti” culturali atemporali?
Il dissenso di fondo riguarda il possibile ruolo della filosofia in questo progetto. Richard Rorty pensa che la domanda stessa che è alla base del dibattito sulla diversità culturale non dovrebbe più essere quella kantiana “Cos’è l’uomo?”, ma la domanda politica: “Quale ideale unificante può trasformarci da una folla in un esercito, da una massa di persone accidentalmente messe assieme in un gruppo di persone unite da un obiettivo comune?”. Ma la filosofia buttata da Rorty fuori dalla porta, rientra dalla finestra. Quali dovrebbero essere, infatti, gli obiettivi comuni, come dovremmo sceglierli, chi può proporli, in base a che cosa dovremmo essere solidali?
Il nodo è la critica all’universalismo etico e all’idea tipicamente illuminista che la risposta alla domanda “chi siamo?” (cioè la domanda sulla nostra identità politica) dipenda da quella sul “che cosa”: la domanda metafisica sulla natura umana, su quello che distingue la nostra da altre specie.
Cito alcuni passi tratti dalla celebre opera di George L. Mosse “Le origini culturali del Terzo Reich”. “Nella Germania di fine ’800 il Volk rappresentava il veicolo tangibile della forza vitale che s’irradiava dal cosmo. L’anima umana poteva porsi in rapporto con la natura, dal momento che anche questa era dotata di un’anima, e ogni individuo poteva, di conseguenza, istituire con la natura un’intima corrispondenza condivisa con tutto il suo Volk. In ultima analisi, però, il Volk non aveva dimensioni universali, limitato com’era a una particolare entità nazionale. Pertanto, a conferirgli il suo carattere, la sua potenzialità e la sua unità, non erano tutte le manifestazioni naturali, bensì soltanto quelle regionali. La natura era definita in termini di paesaggio, cioè di quei tratti dell’ambiente circostante peculiari e familiari ai membri di un Volk ed estranei a tutti gli altri. Non nell’ambito della città, ma nel paesaggio, nella campagna indigena, l’uomo era destinato a fondersi e a radicarsi nella natura e nel Volk. E soltanto attraverso questo processo, che aveva luogo nell’ambiente natio, ognuno sarebbe stato in grado di esprimere se stesso e di trovare la propria individualità”.

Una delle scelte di fondo in fatto di diversità culturale è tra una politica che privilegia le differenze etniche, razziali e religiose, e una politica che incoraggia la conservazione di una identità culturale condivisa da tutti. Rorty è stato accusato da alcuni autori di etnocentrismo. Egli ha precisato che il suo è un etnocentrismo – o, sarebbe forse meglio dire, un “occidentalismo” – in mancanza di meglio, cioè in mancanza di modelli politici alternativi che sembrino soddisfare meglio della democrazia occidentale la libertà e le esigenze di popolazioni diverse. La diversità non è più qualcosa che si va a contemplare nei paesi “esotici” e “lontani”, ma qualcosa con cui, volenti o nolenti, dobbiamo convivere ogni giorno. Anche qui non ci troviamo di fronte a una novità assoluta, legata alla “globalizzazione” dell’economia, ai “media”, a Internet, o al progresso tecnologico che “accorcerebbero” le distanze. Il problema di far convivere razze, religioni e culture diverse si pone oggi a New York come ai tempi dell’impero romano o a Costantinopoli dopo la conquista ottomana. Si tratta, tutt’al più, di differenze di scala. Sta di fatto che ogni volta questo vecchio problema ci appare diverso e appassionante, e non è quindi inutile cercare di capire che fisionomia sta assumendo oggi. Vi sono poi città che costituiscono interessanti esempi di capacità (o incapacità) di convivere. L’impero romano e Costantinopoli sono casi di convivenza riuscita (almeno ai tempi del loro massimo splendore).
Ed è anche vero che la natura umana è stata il cavallo di battaglia del colonialismo di tutti tempi, a partire da uno dei più importanti momenti di incontro con la diversità: la scoperta dell’America. Fin dai tempi di Cristoforo Colombo, di fronte alla diversità sembra che non ci sia scelta: o l’assimilazione (basata sul fatto che l’altro condivide con noi le caratteristiche della natura umana e differisce solo per via di eventuali “deviazioni” culturali facilmente correggibili) o il rifiuto e la sottomissione.
Per Rorty il problema filosofico della diversità è un problema pratico sotto mentite spoglie. Non dovrebbe più essere una domanda sulla natura umana, sullo scopo dell’esistenza o sul significato della vita, ma un tentativo concreto di capire come possiamo convivere, cosa possiamo fare per stare bene insieme, come cambiare le istituzioni in modo da poter meglio soddisfare il diritto di tutti di essere compresi. Alla domanda kantiana “cos’è l’uomo?” dovrebbe quindi sostituirsi la domanda politica: “Quale ideale unificante può trasformarci da una folla in un esercito, da una massa di persone accidentalmente messe assieme in un gruppo di persone unite da un obbiettivo comune?”. Alla nozione di “oggettività” si dovrebbe quindi sostituire quella di “solidarietà”. In questa nuova prospettiva, il compito interessante è immaginare e costruire modi di pensare, realtà e società cosmopolite.