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 In India si rafforza l’intolleranza religiosa

di Michele Marsonet.

 Nella Federazione Indiana crolla ogni giustificazione volta ad addossare ai gruppi estremisti indù la colpa delle più recenti persecuzioni anti-cristiane. Era proprio questa, infatti, la strategia comunicativa adottata dal governo ultranazionalista di Narendra Modi, che in tal modo poteva addebitare violenze ed ostracismi ai fondamentalisti religiosi i quali, d’altro canto, sostengono il governo Modi a spada tratta.
La finzione di cui sopra cade perché, come ora si apprende, New Delhi ha decretato il blocco dei finanziamenti esteri destinati alle Missionarie delle Carità, la congregazione religiosa fondata da Madre Teresa di Calcutta e da sempre assai attiva nel subcontinente indiano.
Il blocco è destinato ad avere conseguenze gravi, poiché le Missionarie di Madre Teresa provvedono (o, meglio, provvedevano), tramite i suddetti finanziamenti, a gestire moltissimi istituti di accoglienza sparsi nell’immenso Paese. Considerata la situazione di povertà estrema in cui vivono fasce molto ampie della popolazione, il blocco è destinato a prosciugare il rivolo di aiuti che consentiva alle Missionarie di almeno sfamare tante persone.
Un rivolo, per la verità, piuttosto consistente. Si tratta infatti di oltre 750 milioni di dollari annui tutti spesi nelle opere di carità. Chiaramente insufficienti se si tiene conto della gravità della situazione indiana. Comunque in quantità tale da consentire alle Missionarie di condurre preziose attività assistenziali di base.
Molto significativo il fatto che la decisione governativa sia stata adottata proprio nel giorno di Natale, il 25 dicembre, quasi a rimarcare che quei soldi provengono da fonti non indù, e quindi estranee alla nazione. Con questo il “Bharatiya Janata Party” (BJP), il partito induista di Modi, intende porre paletti ben precisi e scoraggiare tanto il proselitismo quanto la diffusione di altri credi religiosi nel Paese.
Le persecuzioni anti-cristiane, in India, ci sono sempre state, con alti e bassi ricorrenti. Tuttavia, al tempo in cui a governare era il Partito del Congresso, laico e facente riferimento a figure quali il Mahatma Gandhi e il Pandit Nehru, le autorità centrali cercavano sempre di frenarle (e spesso con successo). L’avvento di Modi ha stravolto il quadro.

L’attuale premier, infatti, ha in mente una nazione che s’identifica in toto con la prima religione del Paese, e considera estranee tutte le altre fedi. Nazionalismo e fondamentalismo religioso così si fondono, sino a causare l’emarginazione sempre più accentuata di coloro che indù non sono.
Ad essere coinvolte non sono soltanto entità cattoliche come quella fondata da Madre Teresa. La stessa intolleranza si manifesta nei confronti delle varie confessioni cristiane protestanti, anch’esse accusate di promuovere un proselitismo che agli occhi del governo Modi è intollerabile.
Ancora più grave è la situazione della popolazione musulmana che in India rappresenta una “minoranza” di circa 140 milioni di persone, vale a dire la terza comunità islamica più grande al mondo. Come Narendra Modi e i suoi seguaci intendano gestire una simile polveriera non è dato capire. O, meglio, si capisce che il premier e il suo partito intendono praticare una repressione senza fine.
La situazione, tuttavia, non migliora affatto se volgiamo lo sguardo alle nazioni circostanti. Il Pakistan, Paese totalmente islamico, reprime le pur sparute minoranze religiose presenti nel suo territorio. Il fatto curioso, in questo caso, è che il fanatismo è soprattutto presente nella stessa popolazione, mentre governo e magistratura si sforzano spesso di porre dei freni (e non sempre con successo).
Che dire, infine, della religione tollerante e pacifica per eccellenza, vale a dire il buddhismo? Nei Paesi in cui prevale con nettezza, per esempio la ex Birmania – ora Myanmar – e la Thailandia, sono in atto persecuzioni anti-islamiche. Molto nota quella a danno dei musulmani birmani Rohingya, costretti a rifugiarsi nel Bangladesh, Paese peraltro molto povero e non in grado di destinare ad essi risorse adeguate.
Dunque la religione, come è avvenuto sin troppo spesso nel corso della storia umana, ha dismesso gli abiti di pace per adottare uno stile guerresco. Destino davvero triste, se solo si pensa che intento dei fondatori delle varie fedi era proprio diffondere tra gli esseri umani un messaggio di pace universale.

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