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Popper e la Storia

di Michele Marsonet.

Questi sono i punti salienti dell’argomentazione popperiana contro lo storicismo come egli lo intende.
(1) Viene avanzata in primo luogo l’idea della storia che si ripete ciclicamente (per cui non avrebbe senso parlare di unicità del processo storico). Si tratta di un’idea antichissima ed affascinante di cui si servì per primo Platone, poi Machiavelli e Vico, e più recentemente Oswald Spengler e Arnold Toynbee;
(2) Popper ammette che la storia talvolta può anche ripetersi sotto certi aspetti, e che il parallelismo tra certi eventi storici può essere certamente significativo per gli studiosi di storia e di sociologia;
(3) Tuttavia, è pure chiaro che tutti questi esempi di ripetizioni sono connessi a circostanze diversissime, che possono esercitare un’influenza importante sugli ulteriori sviluppi. Perciò non vi è alcuna ragione valida che ci permetta di credere che la ripetizione apparente di un avvenimento storico continuerà a svolgersi secondo il suo prototipo;
(4) Dunque, tale concezione ciclica della storia “è solamente uno dei tanti esempi di teorie metafisiche apparentemente confermate dai fatti, fatti che, se esaminati più da vicino, si rivelano essere selezionati proprio in base a quella determinata teoria, di cui invece dovrebbero fornire la prova”.
Analizziamo ora la concezione di coloro i quali affermano che, concependo la storia come un processo unico in evoluzione, possiamo percepirvi una corrente, una tendenza o, ancor meglio, una “legge di sviluppo”. La prima considerazione che Popper rivolge contro costoro è che le analogie che essi traggono dalla fisica sono fuorvianti. Quando gli storicisti parlano di forze, movimenti, cambiamenti di movimento, corso o direzione di un movimento sociale, non si rendono conto che hanno trasformato queste espressioni della fisica in espressioni del gergo scientistico, o più precisamente del gergo “olistico”.
Come, d’altra parte, non si rendono conto del malinteso che sta alla base del loro modo di usare le espressioni “statica” e “dinamica sociale”. Si tratta di un malinteso – afferma Popper – “poiché il tipo di società che il sociologo chiama ‘statico’ è precisamente analogo a quei sistemi fisici che il fisico chiamerebbe ‘dinamici’ benché ‘stazionari’. Un esempio tipico è il sistema solare. Esso è il prototipo di un sistema dinamico, nel senso del fisico; ma poiché è ripetitivo, poiché non cresce e non si sviluppa, poiché non accusa alcun cambiamento strutturale (all’infuori di quei mutamenti che esorbitano dal campo della dinamica celeste e che perciò possiamo qui trascurare), corrisponde indubbiamente a quei sistemi sociali che il sociologo chiamerebbe ‘statici’. L’obiezione acquista notevole importanza in relazione alle tesi dello storicismo, in quanto il successo delle previsioni a lunga scadenza dell’astronomia dipende interamente dal carattere ripetitivo e, nel senso sociologico, statico, del sistema solare – dal fatto che noi, in esso, possiamo trascurare ogni eventuale sintomo di uno sviluppo storico. È perciò certamente un errore pensare che queste previsioni stabiliscano la possibilità di profezie ad ampio raggio di sistemi sociali non stazionari”.

Finisce così la speranza che un giorno potremo stabilire le leggi del movimento della società allo stesso modo in cui Newton trovò le leggi del movimento dei corpi fisici. Questa speranza, secondo il filosofo austriaco, è unicamente il frutto dei precedenti malintesi. L’obiezione tipica degli storicisti è la seguente. Com’è possibile mettere seriamente in dubbio l’esistenza di tendenze nei cambiamenti sociali? Non è piuttosto vero che qualsiasi esperto di statistica è in grado di calcolare tali tendenze? Ed esse non sono forse paragonabili alla legge di inerzia di Newton?
Ad interrogativi del genere, che sono cruciali per ogni concezione storicista, Popper risponde: “Le tendenze esistono, o, per essere più precisi, postulare delle tendenze è spesso un utile accorgimento statistico. Ma una tendenza non è una legge. Una proposizione che afferma l’esistenza di una tendenza è esistenziale, e non universale. E una proposizione che affermasse l’esistenza di una tendenza in un periodo dato e in un luogo dato, sarebbe un’affermazione singolare storica, non una legge universale. L’importanza pratica di questa situazione logica è notevole: possiamo bensì basare previsioni scientifiche su leggi, ma non possiamo (e quello lo sa ogni prudente esperto di statistica) basarle soltanto su tendenze. Una tendenza (possiamo prendere come esempio l’aumento della popolazione) che è perdurata per centinaia o anche per migliaia di anni, può cambiare in un decennio o anche più rapidamente”.
Leggi e tendenze sono pertanto due cose radicalmente diverse. E questo per il fatto che l’abitudine di confondere tendenze con leggi, insieme all’osservazione intuitiva di tendenze (per esempio del progresso tecnico), ispirò le dottrine centrali dell’evoluzionismo e dello storicismo – le dottrine secondo cui, cioè, esistono delle leggi inesorabili dell’evoluzione biologica e delle leggi irreversibili del movimento della società. Si può osservare che siamo alle prese con le stesse confusioni e intuizioni che ispirarono a Comte la dottrina delle leggi di successione – dottrina che conserva ancora molto prestigio. Sebbene Comte e Stuart Mill abbiano contribuito in grande misura alla filosofia e alla metodologia della scienza, Popper ritiene che la loro dottrina delle leggi storiche di successione costituisca soltanto una raccolta disordinata di metafore inadeguate allo scopo.
A ciò va aggiunta la critica dell’olismo, vale a dire la concezione secondo cui sarebbe possibile cogliere intellettualmente la “totalità di un oggetto”, di un evento, di un gruppo o di una società, e trasformare conseguentemente sul piano pratico-politico tali totalità. Dal punto di vista popperiano, sul versante politico l’olismo è un’indispensabile base teorica dell’utopismo e del totalitarismo. Per Popper è dunque ovvio che esista una stretta alleanza tra storicismo ed olismo, in quanto lo storicismo si occupa dello sviluppo della società considerata come “un tutto unico”, e non dello sviluppo di particolari aspetti di essa. Gli storicisti, in altri termini, non si rendono conto – e questo è pure l’errore fondamentale dell’utopismo – che un tutto unico non può mai essere oggetto di analisi scientifica.

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