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L’America e il disastro afghano

di Michele Marsonet.

A circa 45 anni di distanza, l’America si trova coinvolta in un’altra disfatta bellica. Infatti il paragone con quanto accadde in Vietnam, anche se non tutti concordano, è piuttosto calzante.
Un altro esercito addestrato e armato dagli Stati Uniti (e da alcuni dei suoi alleati occidentali), si sta sciogliendo come neve al sole davanti all’offensiva di avversari, almeno in teoria, meno potenti.
Vietcong e nordvietnamiti, anche se appoggiati da Unione Sovietica e Cina, non avevano certo un potenziale bellico paragonabile a quello dell’esercito del Vietnam del Sud, per l’appunto addestrato e armato dagli Usa.
La vicenda afghana ricorda da vicino quegli eventi con l’aggravante, in questo caso, che i talebani non hanno goduto dell’appoggio diretto di una superpotenza, anche se pare siano stati parecchio aiutati dal Pakistan.
La rapidità dell’avanzata talebana ha sorpreso tutti, poiché si riteneva che i regolari afghani fossero in grado di opporre una seria resistenza. Invece non è andata così, e l’offensiva degli “studenti coranici” ha assunto una dimensione impetuosa, come se stessero affondando il coltello nel burro.
A ciò va aggiunto un comportamento che, eufemisticamente, si può definire scorretto da parte degli americani. Hanno evacuato basi importanti senza preoccuparsi di avvertire per tempo né l’esercito regolare afghano né gli alleati.
Quest’ultimi – italiani inclusi – avevano aderito all’invito Usa volto a costruire una coalizione internazionale per combattere nel conflitto afghano. E hanno pagato a caro prezzo tale adesione con perdite umane rilevanti.
Eppure, pare che agli americani interessi soltanto sganciarsi dal tormentato Paese asiatico sostenendo – come già fecero nel Vietnam – che gli afghani devono essere in grado di difendersi da soli.
Addossare tutta la colpa all’attuale presidente Usa sarebbe scorretto, poiché la decisione era già stata presa da Donald Trump prima della sua mancata rielezione, e pure Barack Obama aveva dato indicazioni in questo senso parecchi anni orsono.

Tuttavia è evidente che Biden avrebbe potuto – e dovuto – organizzare il ritiro in modo meno caotico e, soprattutto, coinvolgendo direttamente gli alleati che hanno combattuto al fianco degli americani per molti anni.
E’, questo, il segnale che l’America è un Paese diviso e colpito da una grave crisi d’identità, come già si era visto durante la presidenza di Trump. Agli americani interessano molto più i problemi interni rispetto a quelli internazionali.
L’elettorato progressista è preoccupato dal persistente successo dei “suprematisti bianchi”, quello conservatore dall’importanza guadagnata dal movimento “Black Lives Matter”.
Un’America, in sostanza, ripiegata su se stessa, alla quale il trionfo dei talebani afghani non appare poi così importante. Ma, se le cose stanno così, bisogna pur chiedersi se agli Usa davvero interessi conservare la leadership mondiale.
E, soprattutto, bisogna capire che senso hanno gli appelli alla solidarietà atlantica e occidentale di cui Joe Biden aveva fatto i cardini della sua politica estera futura. Ne resterà, vista la situazione, ben poco.
Nel frattempo il disastro afghano apre ulteriori spazi di manovra alla Repubblica Popolare Cinese. E’ pur vero che Pechino perseguita in modo sistematico gli uiguri musulmani all’interno dei propri confini. Ma, ai loro confratelli talebani dell’Afghanistan la cosa non sembra interessare più di tanto.
Del resto, da un regime come quello cinese ci si può attendere una “realpolitik” spinta all’estremo. Tutto va bene pur di scalzare ovunque l’influenza Usa e diventare, finalmente, la prima superpotenza globale.

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