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La natura non si può dominare

di Michele Marsonet.

Il dominio del mondo circostante e la totale prevedibilità dei fenomeni naturali sono – da sempre – obiettivi primari della civiltà occidentale. Già presenti nel pensiero classico greco, quando la distinzione tra scienza e filosofia ancora non c’era, essi hanno assunto importanza crescente dalla rivoluzione galileiana in poi, con punte significative in campo filosofico (si pensi al “Novum Organum” di Francis Bacon). La scienza moderna è nata non solo per conoscere, ma anche per “dominare” il mondo. L’intento era quello di giungere alla predizione completa e perfetta di eventi che, pur appartenendo a un mondo non creato dagli esseri umani, può tuttavia essere soggiogato e piegato alla nostra volontà, per quanto complesso esso sia.
Negli anni ’60 del secolo scorso il filosofo marxista polacco Adam Schaff scriveva che “da dominatore della terra, l’uomo si va trasformando in potenziale dominatore dell’universo. Grazie all’elettronica, gli uomini sono ormai in grado di realizzare la completa automazione dei processi produttivi e potranno quindi eliminare completamente il lavoro manuale. Sin dalla loro fase iniziale, i cervelli elettronici potenziano la funzione della memoria umana e varie altre funzioni dell’intelletto a tal punto da conferire un contenuto reale all’antico sogno dell’onniscienza. Al contempo, l’uomo sta per penetrare il segreto della vita, lo sta strappando grado per grado alla natura. Passo per passo, è avviato alla creazione sintetica della materia vivente; ben presto sarà capace di rigenerare i tessuti biologici e di prolungare considerevolmente la durata della vita. I progressi della biochimica gli consentiranno di esercitare un influsso formativo sul sesso oltre che sui caratteri somatici e sulle cellule cerebrali del feto”.
E concludeva: “Grazie a tali conquiste, l’uomo potrà ascendere al biblico trono di Dio e prenderne lo scettro. Grazie al perfezionamento delle proprie cognizioni, l’uomo ha raggiunto una potenza senza precedenti nella storia. Mai prima d’ora (nemmeno quando Prometeo le donò il fuoco riservato agli dèi) l’umanità ebbe a vivere un’epoca così rivoluzionaria e ricca di promesse realizzabili in un avvenire prossimo, in cui l’esistenza umana eguaglierà quella mitica degli dei”.
Tuttavia terremoti, tsunami, cicloni e pandemie come quella attuale, che si abbattono in modo ciclico e inesorabile su aree diverse del nostro pianeta rappresenta – pur con i suoi risvolti dolorosi – un’occasione per riflettere circa le nostre capacità di previsione. Quasi sempre in occasione di qualche catastrofe naturale, e soprattutto in Italia, compaiono personaggi che affermano: “Io l’avevo detto!”. E, quando nessuno si arroga il merito della previsione inascoltata, si verifica una sorta di corsa collettiva a incolpare le autorità governative e locali, non importa di quale colore esse siano. L’uomo della strada è portato a pensare che “la colpa deve pur essere di qualcuno”, e gli amministratori rappresentano il bersaglio ideale. Aggiungiamo che giornali e TV danno una robusta mano al diffondersi di questo modo di pensare.

Un caso eclatante si ebbe in occasione del terremoto dell’Aquila del 2009. I magistrati proposero di condannare a parecchi anni di carcere sette scienziati, chiamati a far parte di una commissione di esperti, perché non avrebbero saputo prevedere la catastrofe. Sul Corriere della Sera Dacia Maraini, in un articolo intitolato “Tra i sette dell’Aquila non c’era Galileo”, rincarò la dose approvando senza remore la condanna. E, dal titolo del suo pezzo, si evince che, a suo avviso, Galileo – se fosse ancora vivo – avrebbe senz’altro saputo prevedere il tragico fenomeno.
Per fortuna ci fu una levata di scudi immediata dell’intera comunità scientifica internazionale, e in particolare di quella americana che tra tutte è la più prestigiosa. Comminare anni di carcere a scienziati per motivi simili è – puramente e semplicemente – ridicolo, e denota da parte di scrittori e magistrati un’ignoranza non solo preoccupante, ma soprattutto pericolosa. Tanto è vero che all’estero alcuni grandi nomi della scienza contemporanea dissero subito di attendere, con curiosità abbinata all’ansia, le motivazioni della sentenza per capire quali fossero i “processi mentali” che avevano generato una simile sentenza.
Il fatto è che in ambito scientifico ipotesi e spiegazioni debbono passare un vaglio rigoroso prima di essere accettate come valide dalla comunità dei ricercatori. E valide – è opportuno notarlo – non equivale a “incontrovertibili”. I meteorologi avvertono sempre che le loro previsioni hanno una validità puramente probabilistica, cosa di cui ci scordiamo quando un bollettino sbaglia in modo clamoroso. Ma anche i medici non si stancano di notare che le previsioni circa la diffusione di una certa malattia – si pensi proprio al Coronavirus – non possono mai essere considerate esatte. Se passiamo a scienze “dure” tipo fisica e chimica la situazione migliora un po’, ma è ben lungi dall’essere ottimale. Non esistono quindi “protocolli” rigidi e immutabili che ci consentano, da un lato, di distinguere scienza e non-scienza e, dall’altro, di conseguire la predicibilità completa dei fenomeni naturali. Per quanto riguarda le discipline umane e sociali le cose stanno ancor peggio, nonostante l’ambizioso tentativo marxiano di formulare le “leggi della storia”.
Occorre insomma una grande dose di umiltà quando ci rapportiamo alla natura. Non si riesce a controllarla perché non dipende da noi, né possiamo conoscerla in modo completo a causa dei limiti intrinseci del nostro apparato percettivo e sensoriale. Non siamo affatto dèi e, contrariamente a quanto sosteneva il succitato filosofo marxista Adam Schaff, non possiamo nemmeno aspirare a diventarlo.