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Cambiano in Cina i rapporti tra Partito comunista e aziende

di Michele Marsonet.

Xi Jinping e il suo gruppo dirigente stanno cambiando strategia nei confronti delle aziende e dei tanti “tycoons” locali. In sostanza, le nuove direttive dicono che tutti possono arricchirsi (anche molto) e che le aziende possono espandersi, tanto all’interno quanto all’estero.
Il leader cinese ha però fatto capire con chiarezza che l’unico e vero centro direzionale del Paese è il Partito comunista e, di conseguenza, nulla può sfuggire al suo controllo. O, ancor meglio, non serve avere in tasca la tessera del Partito per ritenersi estranei alla summenzionata strategia.
Il caso del fondatore del gigante dell’e-commerce “Alibaba”, Jack Ma, è ormai notissimo. Il miliardario aveva criticato pubblicamente la politica economica e bancaria del governo e, in un batter d’occhio, la sua immensa fortuna è crollata dopo che alcune operazioni in Borsa delle sue aziende sono state bloccate da Pechino.
Tutto ciò nonostante Jack Ma vantasse rapporti di amicizia personali con Xi. Il tycoon è poi ricomparso brevemente in pubblico, ma solo per fare autocritica e per ammettere di aver sbagliato. Il che significa che la sua potenza finanziaria vale solo quando è coperta dall’imprimatur del Partito.
Altro caso eclatante è quello di “Didi Chuxing”, un’enorme azienda si trasporti per molti versi simile a “Uber” diffusa nel mondo occidentale. Stiamo parlando di un colosso che vale 5,5 miliardi di dollari. I manager dell’azienda hanno deciso di quotarla alla Borsa di New York, ma il governo cinese ha affossato in men che non si dica la grande operazione finanziaria, rimuovendo la sua applicazione da Internet
Vicende simili hanno toccato altri colossi. Per esempio “Houchebang”, un’altra sorta di “Uber” per il noleggio dei camion, “Boss Haiping”, piattaforma per il reclutamento del personale, e “Yunmanman”, grande piattaforma che si occupa di logistica.

Tutte queste aziende hanno cercato di quotarsi a Wall Street, ma hanno dovuto subito rinunciare di fronte al veto posto dal Partito/Stato. Il quale ha voluto così ribadire con forza di essere l’unica entità, nella Repubblica Popolare, autorizzata ad elaborare strategie e ad assumere decisioni.
Non vi possono essere concorrenti di sorta poiché, come ha reiterato Xi Jinping, ciò che importa a Pechino è l’allineamento reale – e non solo teorico – degli interessi delle imprese con quelli dello Stato e del Partito. In questo senso, a Xi e al suo gruppo dirigente non interessano le perdite subite dalle aziende dopo il fallimento della loro quotazione in Borsa. Essenziale è soltanto il suddetto allineamento delle loro azioni con quelle dello Stato e del Partito che lo governa sin dal 1949.
Il clima, nella Repubblica Popolare, è dunque assai cambiato. Dopo le grandi liberalizzazioni autorizzate da Deng Xiaoping al termine dell’era maoista, ora si torna a un centralismo molto rigido, uno degli obiettivi principali che Xi Jinping ha in mente dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici interni e aver assunto i tratti di leader assoluto.
Con la politica del tutto sotto controllo, ora tocca all’economia e alla finanza. Si tratta di una logica dirigista che rammenta, almeno sotto alcuni aspetti, quella in auge ai tempi di Mao Zedong. E non è certo un caso che Xi si presenti spesso in pubblico con lo stesso abbigliamento del “Grande timoniere”. Del resto ha ribadito più volte di considerarsi, per l’appunto, “il nuovo Mao”.
Resta da capire sino a che punto la strategia funzionerà. Quella di Mao era infatti una nazione prevalentemente agricola. La Cina di oggi contende agli Usa il ruolo di potenza globale, e il suo impressionante sviluppo economico si deve anche al fatto che le riforme di Deng Xiaoping hanno consentito di liberare lo spirito imprenditoriale e mercantile, che caratterizza i cinesi sin dagli inizi della loro storia plurimillenaria.

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