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La sostanziale continuità della politica estera americana

di Michele Marsonet.

La lunga visita europea di Joe Biden induce a porsi un quesito fondamentale: quanto è realmente cambiata la politica estera Usa dopo l’avvento del nuovo presidente democratico?
La risposta non è facile. Per ora si vede soltanto un grande mutamento nello stile e nel linguaggio, e le intemperanze di Donald Trump appaiono più lontane di quanto in realtà siano.
I due, tuttavia, hanno qualcosa d’importante in comune. Tanto Biden quanto il tycoon newyorkese cercano di recuperare a livello globale un’egemonia americana che ancora esiste, ma si è parzialmente indebolita.
Biden sta tentando di dar vita a una sorta di “alleanza delle democrazie” in grado di contrastare in modo efficace la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa.
I segnali finora sono incoraggianti, ma solo fino a un certo punto. Lo si è visto nei colloqui con i leader europei, tanto a livello di Bruxelles (von der Leyen e Michel) quanto sul piano delle singole nazioni.
Proprio come Trump, Biden ha capito la grande debolezza dell’Unione Europea, gigante economico e commerciale, e nano politico (nonché militare).
A Trump tale situazione andava bene, tanto da escludere qualsiasi forma di multilateralismo da un lato e, dall’altro, preferendo trattare con i singoli Paesi piuttosto che con i deboli vertici di Bruxelles.
Ma, pensandoci bene, con Biden la situazione non è poi molto cambiata. Da vecchio politico di carriera, per di più esperto in politica estera, il nuovo presidente democratico ha sì affermato che l’America è tornata dicendosi disposto – a differenza di Trump – a guidare di nuovo l’Occidente.
Quest’ultimo deve però riconoscere l’egemonia Usa concorrendo al rafforzamento della Nato, soprattutto aumentando il contributo economico europeo al bilancio dell’Alleanza.
Abbiamo dunque una conseguenza paradossale. Mentre il disinteresse di Trump poteva incoraggiare gli europei a dare finalmente alla loro Unione una struttura più solida e più stabile, il rinnovato attivismo di Biden rischia di allontanare in modo definitivo quel momento.

Biden dice, in sostanza, che gli Stati Uniti sono di nuovo disposti a curare in modo pressoché esclusivo gli aspetti militari della politica occidentale. In cambio pretendono una rinnovata fedeltà europea agli obiettivi di fondo della politica estera Usa.
In sostanza si tratta di un ritorno ai principi fondanti della Carta Atlantica e, non a caso, solo Boris Johnson e i britannici si sono dichiarati pienamente d’accordo.
Gli altri europei invece nicchiano, ed è facile spiegare il perché. Prigionieri di una struttura che ha sempre e soltanto badato alla dimensione economica, non vogliono perdere i vantaggi dell’enorme interscambio commerciale con la Cina, nonché quelli delle risorse energetiche russe.
Come si è detto in precedenza, è ancora troppo presto per capire fino a che punto la strategia di Biden avrà successo. E’ chiaro, tuttavia, che la rinnovata insistenza Usa sull’importanza della Nato prelude al pieno ritorno dell’egemonia militare americana.
La Ue, non disponendo di un esercito e di una strategia comuni, non può certo contrastare le politiche di Putin e di Xi Jinping. Per quanto riguarda quest’ultimo, può solo sperare che gli americani non pongano troppi ostacoli allo sviluppo degli scambi commerciali Europa-Cina.
Insomma, come ha notato anche Sergio Romano, non è detto che il passaggio da Trump a Biden sia del tutto favorevole alla Ue. Il tycoon giudicava la Nato superata e invitava gli europei ad essere più autonomi.
Bide, invece, richiama all’ordine, e così facendo la Ue perderà di nuovo l’occasione di trasformarsi in potenza globale, in grado di dire la sua in ogni campo, e non solo sul piano commerciale.

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