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La Cina di espande anche in Sud America

di Michele Marsonet.

C’era un tempo in cui l’America Latina veniva considerata “il cortile di casa” degli Stati Uniti. Si trattava, in fondo, della conseguenza della celebre “dottrina Monroe”, proclamata nel 1823 dal presidente James Monroe su ispirazione di John Quincy Adams.
Secondo la succitata dottrina, gli Usa si impegnavano a non tollerare alcuna interferenza di altri Paesi nel continente americano. A quei tempi il monito era indirizzato alle vecchie potenze coloniali europee
Poteva anche sembrare, di primo acchito, una dichiarazione di principio contro il colonialismo. Anche perché, all’epoca, gli Usa non erano ancora una superpotenza e non possedevano, per esempio, una flotta in grado di competere con quella inglese.
Cresciuta la potenza statunitense, fu in seguito Theodore Roosevelt a mutare in modo significativo il significato essenziale della dottrina. Alla fine dell’800, infatti, essa divenne la proclamazione ufficiale della volontà Usa di esercitare la propria egemonia politica ed economica sull’intero continente americano.
Soltanto l’Unione Sovietica, nel secolo scorso, tentò in vari modi di aggirare la dottrina Monroe, ma i risultati non furono esaltanti. L’unico vero successo lo registrò con l’avvento al potere di Fidel Castro a Cuba, e con la successiva adesione dell’isola caraibica al sistema di alleanze guidato da Mosca.
Con il crollo dell’Urss, sembrava che nessuno avrebbe più osato sfidare la totale egemonia Usa che Monroe e Roosevelt avevano proclamato con tanta solennità. Ma è noto che la storia non si ferma mai, e ora un nuovo attore è giunto sulla scena.
Si tratta della Repubblica Popolare Cinese, che sta svolgendo in Sud America un ruolo sempre più incisivo e – secondo parecchi osservatori – addirittura dominante.
Pechino ha infatti approfittato della pandemia di Covid 19, peraltro scoppiata proprio a Wuhan, nel suo stesso territorio, per praticare una “strategia dei vaccini” utilizzati quali strumento di politica estera.
Sull’efficacia dei vaccini cinesi esistono molti dubbi. Tuttavia, in assenza di alternative, quasi tutti i Paesi latino-americani hanno accettato di buon grado di adottare i sieri del Dragone, che hanno un prezzo molto più basso di quelli occidentali.

Da notare che ciò vale anche per nazioni, per esempio il Brasile di Jair Bolsonaro, ideologicamente assai distanti (almeno in teoria) da una Cina che si proclama ufficialmente comunista. Pechino è quindi diventata il maggiore fornitore di vaccini all’America Latina, e in molti casi il fornitore unico.
Ciò ha consentito ai cinesi di espandere con grande rapidità la loro influenza politica in loco. Soppiantando quindi quella degli Stati Uniti, che da tempo prestano minore attenzione ai loro vicini del Sud.
La strategia vaccinale si abbina – proprio come accade in Africa – a una massiccia politica di prestiti finanziari e di investimenti industriali. Il problema è che Argentina, Ecuador, Venezuela, Bolivia etc. non riescono poi a ripagare i debiti, cedendo così ai cinesi sia “asset” strategici sia parte della loro sovranità nazionale.
Un copione del resto ben noto, poiché già visto in Africa e in Asia. Ma anche in Europa, dove nazioni in difficoltà come Grecia e Montenegro stanno sperimentando i pericoli del “cappio cinese” non potendo restituire le somme ricevute in prestito.
La Repubblica Popolare sta anche mettendo le mani su importanti giacimenti minerari, a dispetto delle proteste degli ambientalisti locali. Stesso discorso nel settore strategico della telecomunicazioni, dove il gigante cinese Huawei sta raggiungendo una posizione di predominio.
La vecchia dottrina Monroe, insomma, sembra relegata in soffitta senza che le ultime amministrazioni Usa se ne preoccupino più di tanto. Un altro segno di quanto sia cambiato l’ordine mondiale negli ultimi tempi, con uno spostamento del potere da Occidente a Oriente.

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