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Servono davvero le sanzioni?

di Michele Marsonet.

Usa e Ue da una parte, Cina e Russia dall’altra hanno avviato un “balletto di sanzioni” destinate a colpire istituzioni, enti di ricerca e singoli individui. Le sanzioni esistevano anche prima di Donald Trump il quale, tuttavia, portò il gioco a livelli prima impensabili. E, com’è noto, i suoi obiettivi erano soprattutto cinesi.
Adesso Joe Biden – con sorpresa di molti – sta seguendo le sue orme, allargando però il fronte anche alla Federazione Russa. L’Unione Europea, che finora aveva svolto in questo “grande gioco” un ruolo tutto sommato marginale, ha deciso di seguire gli Usa.
L’impulso è giunto dallo stesso Biden e, soprattutto, dal suo Segretario di Stato Antony Blinken il quale, essendo di origini ucraine, ha il dente avvelenato con i russi e sembra deciso a giocare con Putin una dura partita.
In questi giorni è tutto un rincorrersi di convocazioni di ambasciatori. Washington e Bruxelles convocano gli ambasciatori russi e cinesi. Mosca e Pechino, dal canto loro, rendono pan per focaccia convocando gli ambasciatori americani e quelli dei vari Paesi Ue.
Sembra, più che altro un teatrino per mostrare i muscoli e chiamare a raccolta le rispettive opinioni pubbliche. Il fatto è che le sanzioni producono titoloni sui giornali e nei social network ma, quanto a effetti pratici, causano ben poco.
Trump le aveva usate senza risparmio, senza tuttavia impedire la repressione cinese che ha condotto alla “normalizzazione” di Hong Kong, dove ormai possono essere eletti in Parlamento solo rappresentanti comunisti di provata fede nei confronti di Pechino. Né le stesse sanzioni hanno influito sulla repressione dei tibetani e degli uiguri del Xinjiang che vivono nella Repubblica Popolare.
Allo stesso modo sanzioni di vario tipo non hanno affatto indotto Vladimir Putin ad allentare la pressione sui suoi oppositori. Lo dimostra il caso Navalny e quello di molti altri dissidenti che vivono nella Federazione Russa.
La partecipazione europea al gioco delle sanzioni indurrebbe a credere che, con l’avvento di Biden alla Casa Bianca, Bruxelles si stia allineando alla politica di Washington dopo la tensione permanente che si registrava nell’era Trump.

Si tratta però di un’impressione non del tutto esatta. I leader europei, con Angela Merkel in testa, sono molto restii ad adottare misure concrete. Con i russi – e soprattutto con i cinesi – sono in gioco enormi interessi economici e commerciali che in questo momento l’Europa è molto attenta a non pregiudicare del tutto.
Nel frattempo tutto questo gran movimento ha avuto l’effetto, ovviamente indesiderato, di avvicinare ulteriormente due potenze autoritarie (anche se con caratteristiche diverse) come Russi e Cina le quali, come tutti sanno, non si amano molto.
Dopo la raffica di sanzioni, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov si è precipitato a Pechino accolto dal suo omologo Wang Yi. Entrambi hanno reagito con grande irritazione alle sanzioni Usa e Ue, rendendo la pariglia.
Per la prima volta sono stati sanzionati non solo parlamentari americani ed europei, ma anche istituti di ricerca e singoli studiosi che si occupano di affari russi e cinesi. Per loro sarà molto più difficile d’ora in poi recarsi nei due Paesi per seguirne la politica “in loco”.
Lavrov e Wang Yi concordano sul fatto che tali studiosi (come del resto i giornalisti occidentali) forniscono una versione distorta e fuorviante degli affari cinesi e russi, decidendo così di limitarne drasticamente l’accesso.
Non è certamente un grande risultato. Negli anni ’70 del secolo scorso Richard Nixon, ispirato da Henry Kissinger, era riuscito a introdurre un cuneo tra le due potenze comuniste esacerbando i loro rapporti già pessimi.
Questa raffica di sanzioni, invece, sta producendo l’effetto opposto, spingendo Putin e Xi Jinping a rafforzare i loro già esistenti rapporti economici e militari in funzione anti-occidentale. Risultato, come si diceva dianzi, piuttosto pericoloso per gli equilibri geopolitici globali.

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