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Libri da leggere: “L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei”. E su Jacques Le Goff tra sillogismi discutibili e pillole di Filosofia della Storia.

Accade di rado, ma di tanto in tanto il Corriere di Fontana pubblica qualche occhiello che per un motivo o per un altro si fa leggere, oltre lo sciocchezzaio digitale che normalmente imperat su quel sito come su tutti gli altri ad essere completamente onesti. L’occhiello si risolve, come sempre, nell’essere una marchetta editoriale ma nella vita non si può avere tutto. Nello specifico, il titolo di questo scritto di Gian Antonio Stella è: “L’enigma di Gino Bartali salvatore degli ebrei” e tratta appunto dell’usato tema Gino Bartali Giusto tra le Nazioni: si o no?, di cui si interesserebbe pure il libro, di prossima uscita, autorato da Marco Pivato e Stefano Pivato, «L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata» (Castelvecchi, pp. 104, euro 13,50, in libreria dal 21 gennaio).

Confesso però che ciò che ha attratto la mia curiosità non è stato quest’argomento quanto piuttosto le considerazioni che Stella (e i Pivato secondo Stella) attribuiscono allo storico francese Jacques Le Goff. Scrive il giornalista del Corriere: “Marco e Stefano Pivato partono da una citazione di Jacques Le Goff sui limiti della memoria: «Così come il passato non è la storia, ma il suo oggetto, la memoria non è la storia ma, insieme, uno dei suoi soggetti». Per capirci, sostengono, «a partire dagli ultimi anni del Novecento, di fronte a quella che è ormai riconosciuta come la crisi della storia, la memoria ha esercitato una sorta di surroga nei confronti del racconto e dell’interpretazione del passato. Come a dire che la memoria ha progressivamente preso il posto della storia, trasformandosi spesso in una sorta di scorciatoia per leggere il passato. Se non altro perché la memoria, a differenza della storia, è priva di complessità e dunque meglio si adatta alle semplificazioni e alla velocità del tempo in cui viviamo». Risultato? «Nel momento in cui si è definitivamente consumato il divorzio fra storia e memoria, quest’ultima ne ha preso il posto e, priva delle tutele e delle cautele dello storico, ha finito talvolta per accreditare come veri fatti e accadimenti mai avvenuti». Fino a diventare «fattrice di false notizie». E a trasformare a volte dei testimoni in «contrabbandieri di verità»”.

Sarò onesta: raramente mi è capitato di leggere sciocchezze più grandi! E se queste sciocchezze le ha effettivamente partorite Le Goff sempre sciocchezze restano, ragion per cui l’unica domanda da farsi è: perché riprenderle? C’è anche da chiedersi come si faccia a mettere insieme simili ignominie, ovvero a creare il costrutto “crisi della Storia”, ma ci si rende conto? O a coltivare l’amena idea che soprattutto nell’età digitale – era del recording multi-canalizzato per eccellenza! – la memoria diventi “una sorta di surroga nei confronti del racconto e dell’interpretazione del passato”. Come non bastasse il “risultato” del discutibile e strabico sillogismo sarebbe che “Nel momento in cui si è definitivamente consumato il divorzio fra storia e memoria, quest’ultima ne ha preso il posto e, priva delle tutele e delle cautele dello storico, ha finito talvolta per accreditare come veri fatti e accadimenti mai avvenuti”. Insomma, per il Le Goff riletto da Stella e dai Pivato oggi come oggi è meno facile raccontare la storia, è meno facile per memoria e storia lavorare insieme.

Molto indegnamente mi permetto di consigliare ai signori qui menzionati una veloce lettura di Nietzsche: la sua idea che non ci sono fatti ma solo interpretazioni è stata chiaramente malinterpretata da Le Goff, e quindi bisognerebbe ricominciare da lì; inoltre, il filosofo tedesco aiuterebbe comunque a ripartire da zero, sgomberare il campo, finalmente chiarire le poche idee ma confuse su ciò che è Storia, memoria o il compito dello storico. In ogni caso, giusto per tranquillizzare le parti in causa, mi sento di garantire a priori che non è la “Storia” ad esssere andata in “crisi”, il più delle volte il misundersding è procurato dalla nostra incapacità di staccarci dalle miserie del mondo allo scopo di osservare da prospettiva più ampia il suo lento ma inesorabile divenire. Una Storia che peraltro, proprio come scriveva Gramsci, non solo diviene ma contestualmente “insegna” (almeno per chi vuole imparare). Sic!

Di contro – sebbene si legga che sarebbe questa discutibile illuminazione d’intelletto di matrice legoffiana che avrebbe convinto i due autori a scrivere il tomo in questione – io penso che l’esperienza umana di Gino Bartali, il quale quasi certamente aiutò tanti ebrei a salvarsi durante le persecuzioni nazionalsocialiste, dobbiamo conoscerla (dobbiamo conoscerla anche se fosse solo una mera favola, perché alle volte abbiamo bisogno di favole che ci aiutino a stare bene), e quindi invito all’acquisto dello studio in questione, alla sua lettura.  Leggete di Bartali però, meglio lasciare in pace le pillole intermediative di Filosofia della Storia perché per dirimere della stessa servono altre armi. E altro know-how.

Rina Brundu

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