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La Cina fa breccia in Europa

di Michele Marsonet.

Dopo anni di trattative inconcludenti, Unione Europea e Repubblica Popolare Cinese firmano un memorandum d’intesa che promette di rilanciare nei prossimi anni i rapporti economici e commerciali tra Pechino e Bruxelles. I termini, ovviamente, sono ancora vaghi, ma senza dubbio con questa mossa i cinesi rompono il loro isolamento internazionale da un lato, e dall’altro causano ulteriori difficoltà agli Usa tuttora impantanati nella crisi del post-elezioni presidenziali.
Si rammenti che la Cina, dopo lo scoppio dell’epidemia di Covid 19 a Wuhan, sembrava in fase di stallo. Messa sotto accusa dal resto del mondo per la poca trasparenza informativa sulle origini dell’epidemia, e aspramente criticata dai Paesi occidentali per il mancato rispetto dei diritti umani a Hong Kong, in Tibet e nello Xinjiang degli Uiguri musulmani perseguitati.
Pur dando per scontato che molte notizie positive siano il frutto dell’abile macchina propagandistica del Partito comunista cinese, non v’è dubbio che la Cina sia riuscita nel corso del 2020 a uscire dall’angolo, senza troppo soffrire nella guerra dei dazi scatenata da Donald Trump. Il Pil cinese – caso in pratica unico nel mondo – è di nuovo in crescita, per quanto con percentuali inferiori a quelle pre-pandemia. La dirigenza del Paese ha inoltre inaugurato una politica volta a far crescere i consumi interni per diminuire la dipendenza dall’export.
Il memorandum firmato con la Ue riattiverà, molto probabilmente, il progetto della “Nuova via della seta” che la crisi pandemica aveva messo in ombra. Notevole, inoltre, il successo che Pechino può vantare nel Pacifico con la firma di un altro mega-trattato, il “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP), un accordo di libero scambio volto ad abbattere i dazi interstatali e a promuovere il commercio. Vi partecipano, a sorpresa, tradizionali alleati di Usa e Occidente quali Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Singapore, Australia e Nuova Zelanda.
Il presidente entrante Joe Biden dovrà dunque affrontare un doppio isolamento. Da un lato nello scacchiere decisivo del Pacifico, dove gli alleati hanno privilegiato i fattori economici e commerciali a scapito di quelli prettamente politici. Si rammenterà, infatti, quanto forti fossero le accuse mosse alla Cina da australiani, neozelandesi e giapponesi a proposito della repressione anti-democratica di Hong Kong. La ex colonia britannica è stata di fatto abbandonata dall’Occidente, che preferisce non irritare troppo Pechino per favorire lo sviluppo di accordi economici e commerciali.

Il secondo isolamento si colloca in Europa dove, dopo la Brexit, l’Unione Europea sembra sempre meno sensibile agli appelli Usa alla prudenza. Già si parla, per esempio, di riammettere il colosso cinese Huawei nel colossale affare del 5G dopo che, su pressione di Trump, tale azienda era stata tassativamente esclusa a causa dei suoi stretti rapporti con Esercito e Partito Comunista cinesi. Angela Merkel, temendo che il Pil tedesco venisse troppo danneggiato dal raffreddamento dei rapporti con Pechino, ha imposto una svolta subito accolta da tutti i partner Ue. Inclusa l’Italia, le cui industrie sono legate a doppio filo a quelle tedesche anche per quanto riguarda l’export verso la Cina.
Diciamo, insomma, che le ragioni del business hanno prevalso ovunque, tanto nelle capitali asiatiche quanto in quelle europee. La Repubblica Popolare ha acquisito in campo economico e commerciale posizioni di forza tali da consigliare una politica accorta per non danneggiare le varie economie nazionali. Le critiche politiche alla dittatura cinese continueranno, ma senza conseguenze pratiche sullo sviluppo degli affari. Si arrangino dunque abitanti di Hong Kong, uiguri e tibetani poiché gli affari sono più importanti.
Al contempo anche le nazioni asiatiche che temono l’espansionismo cinese, per esempio Vietnam e Filippine, hanno firmato il summenzionato trattato “RCEP”, a riprova del fatto che dai rapporti economici con Pechino non si può prescindere. Lo stesso dicasi per i tanti Paesi europei che, pur avendo posizioni critiche verso la Cina, hanno firmato il trattato che la lega alla Ue.
Tutto questo a dispetto della manifesta ostilità americana, manifestata apertamente da Trump e ora condivisa anche da Biden (che pur usa un linguaggio diverso). Il fatto è che, negli Stati Uniti, le ultime elezioni hanno causato un trauma che rischia di diventare una seria minaccia per la leadership mondiale degli Usa. Potrebbe quindi aprirsi una nuova fase dell’ordine mondiale, con l’Unione Europea equidistante da Usa e Cina, ma più vicina alla seconda sul piano economico e commerciale. Uno sviluppo che, prima della crisi pandemica, era difficile prevedere.

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