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Come cambia l’anima dell’America

di Michele Marsonet.

È impressionante sentir usare il termine “guerra civile” in riferimento alle imminenti elezioni presidenziali Usa. O, almeno, fa impressione a chi scrive, poiché vedo che giornali e mass media in genere la utilizzano a piene mani.
Per coloro che conoscono un po’ la storia americana, la “guerra civile” è quella che una volta si chiamava “guerra di secessione”, combattuta nell’800 tra Nord e Sud per porre termine allo schiavismo.
Non mi risulta che, in seguito, si sia più utilizzata questa espressione che in Europa fa rabbrividire, giacché indica sempre dei bagni di sangue causati da contrasti insanabili all’interno di uno stesso popolo o di una stessa nazione.
In America non venne usata neppure all’epoca delle grandi rivolte nere che misero a soqquadro molte metropoli Usa, lasciando tracce ancor oggi difficili da cancellare. Ma, in ogni caso, nessuno a quel tempo ritenne utile abbinare a dette rivolte il termine di “guerra civile”.
Eppure, oggi, negli Stati Uniti sta accadendo proprio questo, e la ragione principale risiede nella radicalizzazione estrema dello scenario politico. Non ci sono più due partiti che, pur diversi, condividono una visione di fondo della società e della storia americane, e che si combattono sì, ma senza negare all’avversario la dignità.
L’avversario è invece diventato un “nemico” a tutto tondo, che dev’essere non solo sconfitto, ma anche annientato perché la sua visione del mondo è del tutto incompatibile con la nostra (dove “nostra” va riferito ad entrambi gli schieramenti in lizza).
Ancor prima che il processo elettorale abbia avuto termine, già si comincia a mettere le mani avanti sostenendo che l’eventuale vittoria dell’avversario/nemico sarebbe illegittima e non rifletterebbe la volontà del popolo (o della nazione, se se preferisce).
Quindi il partito democratico, e in particolare la sua potente sinistra radicale, sostiene che un secondo mandato di Trump sarebbe una sventura epocale, contro cui combattere con ogni mezzo.
Si rammenterà, d’altro canto, che quando il “tycoon” vinse inaspettatamente nel 2016, buona parte dell’elettorato a lui contrario scese in piazza gridando che quello non era il “loro presidente”.

Da parte sua Trump, figura quanto mai divisiva, nulla ha fatto per colmare il gap allora manifestatosi, preferendo spesso soffiare sul fuoco delle divisioni piuttosto che adoperarsi per spegnerlo. Gli eccessi del “politically correct”, la “cancel culture”, la distruzione di statue e monumenti e il tentativo – spesso riuscito nelle università – di riscrivere integralmente la storia Usa hanno scavato un solco sempre più profondo tra le due anime tra loro incompatibili che ora compongono gli Stati Uniti.
Ecco dunque scenari fantapolitici. In assenza di una vittoria schiacciante di Biden, Trump non accetterebbe il verdetto delle urne chiamando a raccolta i suoi sostenitori, anche se non si capisce bene per fare che cosa.
Oppure un Trump sconfitto che addirittura abbandona il Paese per sfuggire ai processi. O ancora, una parte dei democratici – ma non certo Biden – che inviterebbero a una lotta ancor più accanita contro il tycoon nel caso di un suo secondo mandato.
Ecco, tutto ciò negli Stati Uniti non era mai accaduto, nemmeno nei molti casi di vittorie risicate come quella di George W. Bush contro Al Gore nel 2000. E di “guerra civile” non si era parlato neppure in occasione dell’assassinio dei due Kennedy.
Che, invece, ora se ne parli costituisce un segnale inquietante, reso tale anche dalle molte fotografie di miliziani armati fino ai denti che circolano su giornali e social network.
La forza delle democrazia americana è sempre stata garantita dal riconoscimento dei risultati elettorali da parte di entrambi gli avversari, fatto salvo un ulteriore conteggio dei voti come accadde per l’appunto in Florida nel 2000.
Questa volta, però, lo scenario è assai diverso e il meccanismo – così prezioso – del riconoscimento reciproco sembra essersi rotto. Resta ora da vedere cosa accadrà dopo il 3 novembre, poiché può darsi che queste elezioni ci restituiscano un’America ben diversa da quella che conosciamo.

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