PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Pandemia e regimi autoritari

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

La pandemia di coronavirus dimostra, ancora una volta, la validità dell’ormai classica distinzione, introdotta da Karl Popper, tra “società aperta” e “società chiusa”. Le società aperte dell’Occidente liberal-democratico fanno circolare, senza paura alcuna, i propri dati sull’infezione nata a Wuhan e poi propagatasi al mondo intero.
Così possiamo conoscere in tempo reale la propagazione del virus negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e nella stessa India, Paese con enormi problemi che non ha tuttavia rinunciato ai metodi classici della democrazia. Contagi e decessi certo spaventano, ma non impediscono ai governanti delle società aperte di informare i propri cittadini circa l’andamento del contagio. Costi quel che costi, e anche quando i dati sono impressionanti.
Ben diverso è l’atteggiamento di dittatori e partiti che invece governano le società chiuse. In questo caso l’informazione onesta sulla pandemia costituisce un pericolo per la stessa esistenza dei regimi dittatoriali, perché dimostra che, a dispetto dei proclami ufficiali, la crescita dell’infezione non può essere contrastata con metodi puramente “politici”.
La Corea del Nord rappresenta, sotto questo aspetto, un esempio emblematico. Kim Jong-un, il giovane dittatore che è l’ultimo rappresentante della dinastia che domina il Paese dal 1948, ha affermato a più riprese che in Nord Corea il Covid 19 non è mai penetrato. Insomma zero contagi e frontiere sigillate anche con la Repubblica Popolare Cinese, unico vero partner commerciale e alleato politico del regime di Pyongyang.
Invece pare che almeno un infetto ci sia. Si tratterebbe di un disertore fuggito nella Corea del Sud e poi tornato clandestinamente al Nord. Kim ha ovviamente dato grande rilievo alla notizia, che gli è utile per dimostrare che il controllo del regime è più puntuale che mai. Non solo. Ha pure aggiunto che il Partito dei Lavoratori – il locale Partito Comunista – è più efficace di qualsiasi vaccino.
Eppure si sa che lo stesso Kim si è auto-isolato, con la sorella Kim Yo-jong, per molte settimane a Wonsan, una base navale a circa 200 km dalla capitale. Ciò significa che il “regno eremita” non è affatto immune e che il virus circola anche lì, altrimenti i capi assoluti non avrebbero avuto alcuna necessità di isolarsi.
Ancora più importante è il caso della Cina che, com’è noto, è il luogo d’origine del virus. Xi Jinping e il suo gruppo dirigente si sono per molto tempo vantati di aver sconfitto la pandemia, anche in questo frangente attribuendo la vittoria alla vigilanza dell’onnipresente Partito Comunista. Poi si è visto che nuovi focolai continuavano a sorgere in varie parti del Paese, inclusa la capitale Pechino, e adesso sono le stesse autorità a temere l’arrivo di una “nuova ondata”.
Attenzione però. Nessun dato certo è stato diffuso e, stando alle dichiarazioni ufficiali, il numero di contagi e decessi è in pratica identico a quello di alcuni mesi fa, quando scoppiò la pandemia.
Si tratta di un grande successo propagandistico. La Cina, infatti, è sparita dai primi posti delle nazioni contagiate e vanta tuttora un numero di morti e di contagiati incredibilmente basso in confronto a Stati Uniti, Brasile e India (e anche alla stessa Italia). Il fatto sorprendente è che, in molti Paesi occidentali – e in particolare in Italia – le statistiche cinesi vengono accettate come valide, nonostante sia evidente il peso dell’azione propagandistica di copertura.
Si ripropone quindi un classico quesito. Cosa scegliere tra una società chiusa che nasconde la verità a fini di controllo sociale, e una aperta che divulga i dati pur sapendo che questo può causare disorientamento e tensione tra i cittadini? La risposta pare ovvia, ma si deve constatare che il fascino della chiusura e del controllo sociale ha fatto breccia in numerosi ambienti politici ed intellettuali dell’Occidente. E il nostro Paese, purtroppo, appare da questo punto di vista molto vulnerabile.