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I virus non hanno passaporto e non rispettano i confini

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di Michele Marsonet.

Dopo aver tergiversato per parecchie settimane diffondendo messaggi minimalisti e rassicuranti, ora Donald Trump ha finalmente riconosciuto che l’epidemia – o, meglio, pandemia – di coronavirus è un problema serio e come tale va trattato.
Com’è noto il virus è giunto da tempo negli Stati Uniti. Vi sono focolai in molti Stati e proprio a livello locale gli amministratori, in mancanza di precise direttive federali, hanno iniziato a prendere misure drastiche.
A New York è stata abolita la maratona più celebre del mondo ed è stato chiuso al pubblico il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Il Governatore democratico Andrew Cuomo, dal canto suo, ha caldeggiato l’intervento della Guardia Nazionale se la situazione, com’è ormai certo, dovesse peggiorare.
E, anche in altri Stati, le iniziative drastiche fioccano, con musei, università e attrazioni turistiche chiusi a tempo indefinito. Sembra ieri quando Trump si faceva gioco degli allarmi diffusi da più parti sostenendo che il virus “straniero” era poco più di una banale influenza.
Adesso il governo Usa ha dichiarato lo stato di emergenza nell’intero territorio nazionale e il presidente ha stanziato 50 miliardi di dollari destinati alla lotta contro il coronavirus. Un po’ tardi, vien fatto di dire, e quando i buoi sono già scappati dalla stalla.
Sarebbe tuttavia ingeneroso accusare il solo Trump. In realtà è l’intero mondo politico americano ad aver preso la questione sottogamba. L’hanno fatto pure i democratici e, dopo aver compreso quanto sta accadendo, si sono subito mossi per sfruttare il tema nella campagna elettorale. Ha iniziato Sanders poi seguito da Biden.
Il fatto è che negli Stati Uniti il concetto di “sanità pubblica” non è mai stato popolare. Ci aveva provato Barack Obama con il programma “Obamacare” incontrando, però, ostacoli a non finire nel Congresso e pure nell’opinione pubblica.
In America vige la regola per cui le cure sanitarie si pagano, regola non del tutto assurda se si rammenta che in Europa il servizio sanitario nazionale è stato quasi sempre causa di pesanti deficit finanziari. Tuttavia, in una situazione come l’attuale, è evidente che i tamponi, per esempio, costano troppo e il peso non può essere sostenuto da moltissimi cittadini.
Si attende quindi di vedere come saranno spesi i 50 miliardi di dollari finora stanziati, e senza dubbio l’efficacia o meno della misura costituirà un tema “caldo” della campagna elettorale. Potrebbe addirittura mettere in difficoltà Trump, che finora si proclamava sicuro della vittoria finale, a prescindere dal candidato democratico che lo sfiderà nella corsa alla Casa Bianca.
Mette comunque conto riflettere sulla legittimità di definire “straniero” un virus. Cosa può significare? I virus non hanno passaporto e non rispettano i confini. Si diffondono prescindendo dalle nazionalità e, per combatterli, occorre un solido accordo internazionale.
Si tratta di un errore che tutti fanno, non solo gli americani. Anche in Italia i cinesi sono stati considerati “untori”, con veri e propri episodi di aggressione nei loro confronti. In seguito, purtroppo, gli “untori” sono diventati gli italiani, spesso bloccati all’estero su navi e aerei.
Si pensi inoltre all’assurdità del comportamento della Slovenia. Ha costruito un muro al confine italiano non si capisce bene per quali motivi. Forse per rassicurare l’opinione pubblica slovena trascurando il fatto che, per l’appunto, i muri non bloccano affatto i virus.
Pesa indubbiamente l’incertezza, giacché neppure i virologi sono concordi sulle misure da adottare. Alcuni, ad esempio, giudicano esagerato e inefficace il “lockdown” pressoché totale entrato da poco in vigore in Italia.
Non v’è dubbio che questa pandemia sta comportando un mutamento epocale non solo nei rapporti interpersonali, ma anche nelle relazioni internazionali. Non a caso, si sta già parlando di una fine ingloriosa della “globalizzazione” che ha caratterizzato gli ultimi decenni.