PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Brexit e possibile implosione del Regno Unito

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Tra le molte incognite generate dalla Brexit va annoverata anche una possibile implosione del Regno Unito. E’ già stato notato, ovviamente, ma finora gli analisti non hanno tematizzato il problema con la dovuta attenzione.
In Scozia, dove i fermenti indipendentisti sono vivi da sempre, Nicola Sturgeon, la 50nne premier locale nonché leader dello “Scottish National Party”, ha già detto di essere decisa a mantenere la Scozia nell’Unione Europea anche a costo di rompere in maniera drammatica con il governo di Londra.
In realtà era stata sconfitta nel 2014 di stretta misura con la vittoria del “sì” nel referendum sull’indipendenza indetto a Edimburgo. La Sturgeon, tuttavia, non ha mai rinunciato ai suoi proposito ritenendo assai dannoso per gli scozzesi il distacco da Bruxelles.
D’altro canto i sondaggi dicono che, in un eventuale nuovo referendum, il risultato sarebbe in bilico e i vertici dello SNP si dicono ottimisti circa la possibilità di rompere il plurisecolare accordo con gli inglesi i quali, pur avendo concesso alla regione un’ampia autonomia, mantengono comunque la leadership in settori chiave quali Difesa ed Economia.
Del resto di tratta di uno scenario ben noto. Il Regno Unito è, in teoria, una federazione in cui Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles hanno uguali diritti e lo stesso peso. Nella pratica, invece, è sempre Londra a decidere, e l’unico vero segno di divisione è dato dal fatto che le quattro regioni hanno, ognuna, una squadra nazionale di football.
Altrettanto scottante è il caso dell’Irlanda, dove la recente vittoria elettorale dei nazionalisti del Sinn Féin ha ridato fiato al perenne desiderio di riunificazione dell’isola. Qui la situazione è più complicata poiché l’Irlanda del Nord o Ulster, la parte settentrionale del Paese, fa parte del Regno Unito.
Finora la maggioranza degli abitanti dell’Ulster erano contrari al distacco dal Regno, e tutti rammentano la sanguinosa lotta dell’IRA, con innumerevoli atti di terrorismo, per cacciare gli inglesi dalle contee settentrionali.
Ma i tempi sono cambiati, e numerosi segnali fanno capire che ora anche nell’Ulster la Brexit viene vista come un danno. Non si esclude, insomma, la possibilità di indire un referendum per riunire le due Irlande in una sola nazione, confermando altresì la sua adesione alla UE. L’unica regione relativamente tranquilla sembra il Galles dove i fermenti indipendentisti esistono, ma meno forti che altrove.
Boris Johnson ha ben presenti i pericoli di secessione in Scozia e in Irlanda. Ha promesso maggiore autonomia, accettando – per ora – che a Edimburgo e a Belfast continuino a sventolare le bandiere europee della Ue. Ha inoltre avanzato la bizzarra proposta di trasferire la Camera dei Lord da Londra a York, l’antica capitale vichinga che è piuttosto vicina a Edimburgo.
Tuttavia i propositi di indipendenza sono tutt’altro che sopiti, e Johnson non ha escluso di difendere l’integrità del Regno a qualsiasi costo, anche se non si comprende bene che cosa ciò significhi. Non basta certo a tranquillizzare gli inglesi la sua strategia di rafforzare i rapporti con gli Usa e con gli antichi Dominions come Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Le incognite sono dunque tante, e Johnson avrà bisogno di una grande abilità diplomatica per evitare la frammentazione del Regno. D’altro canto non è neppure chiaro se l’abilità diplomatica possa bastare in uno scenario così complicato. L’Inghilterra, dopo aver perduto l’Impero, potrebbe pure perdere pezzi di Regno fondamentali.