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Sui rischi dell’impeachment di Donald Trump

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

La vicenda dell’impeachment di Donald Trump ha subito negli ultimi giorni un’accelerazione grazie al voto favorevole, peraltro scontato, della Camera dei rappresentanti dove i democratici detengono la maggioranza.

Com’è noto, tuttavia, l’ultima parola spetta all’altro ramo del Congresso, il Senato, nel quale invece la maggioranza è repubblicana, ed è prevedibile che in questo contesto l’impeachment non venga approvato lasciando così in carica l’attuale presidente.

In ogni caso la richiesta di impeachment e il dibattito convulso che ne è seguito lascia un bel po’ di macerie a Washington. Sottolinea una volta di più l’estrema polarizzazione del quadro politico americano, nonché la crisi strisciante di un modello istituzionale che, pur con qualche eccezione, ha funzionato bene sin dalla fondazione degli Stati Uniti.

Il fatto che, per onestà, occorre sottolineare è la grande perplessità manifestata dalla maggioranza dell’opinione pubblica nei confronti del processo di impeachment. Perplessità che il lungo dibattito alla Camera non ha affatto fugato.

A tale proposito un docente americano in visita al mio Ateneo, di fede democratica, mi ha detto sorridendo: “Americans won’t buy it”, il che significa più o meno che l’elettorato Usa, o almeno la sua maggioranza, “non se la beve”, reputando le accuse mosse al tycoon insufficienti a giustificarne la destituzione formale.

E non si tratta certo di un caso unico, dal momento che pure la coppia presidenziale che risiedeva alla Casa Bianca prima di Trump la pensa esattamente allo stesso modo. Molta decisa al riguardo Michelle Obama, che giudica errata la richiesta di impeachment.

Altrettanto esplicito l’ex presidente Barack Obama, che con la sua solita intelligenza politica ha esortato i democratici a non adottare posizioni estreme. Per vincere le elezioni Usa, ha osservato, occorre conquistare il centro senza alienarsi l’elettorato moderato, aggiungendo che parecchi esponenti del partito democratico che ora dominano il dibattito vanno propria in quella direzione. E molti hanno letto queste parole come un attacco, neppure troppo velato, alla speaker della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi.

Sta insomma prendendo corpo un timore che molti avevano espresso, e cioè la possibilità che la battaglia sull’impeachment finisca col favorire proprio la rielezione di Donald Trump, figura che nei dibattiti caotici si trova notoriamente a suo agio. Naturalmente in assenza di elementi decisivi utili a giustificare sul serio la sua destituzione.

A questo punto ci si può chiedere perché tanti parlamentari democratici non concordino con le posizioni ragionevoli espresse da Michelle e Barack Obama, e la risposta non è facile. Il partito di opposizione è in realtà privo di una leadership riconosciuta, e le conseguenze si vedono.

L’unico collante sembra essere l’odio per Trump, ma è dubbio che, per vincere le elezioni, questo basti. Essere contro qualcuno va bene, a patto che si avanzino anche proposte costruttive e, almeno finora, tali proposte sono assenti.

Occorre infine capire che in America, a differenza di quanto avviene in Italia, è vista con grande sospetta la tendenza a sbarazzarsi di un avversario mediante scorciatoie giudiziarie. Si ritiene che gli avversari politici vadano per l’appunto sconfitti politicamente, senza delegare tale compito ai magistrati.