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Le minoranze islamiche e le altre

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di Michele Marsonet.

Sta suscitando reazioni sdegnate in tutto il mondo la decisione del governo nazionalista indiano di impedire l’immigrazione islamica proveniente dai Paesi confinanti. Premetto che tali reazioni sono, in linea di principio, del tutto giustificate. Discriminare i migranti sulla base del loro credo religioso rappresenta, in effetti, un vulnus alle regole della convivenza democratica.
Un altro caso si è avuto quando parecchie nazioni islamiche, la stragrande maggioranza delle quali è retta da regimi illiberali o addirittura dittatoriali, ha chiesto alla comunità internazionale di processare il Premio Nobel Aung San Suu Kyi e il governo di Myanmar per la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya. In questi frangenti lo sdegno è anche dovuto al fatto che Aung San Suu Kyi ha ricevuto nel 1991 il Nobel per la pace.
Un terzo caso, anche se meno eclatante dei precedenti, è sorto con la Thailandia, accusata anch’essa di praticare politiche discriminatorie e repressive nei confronti delle minoranze islamiche stanziate soprattutto nella parte meridionale del Paese.
Il fatto è che l’India è una nazione a forte maggioranza indù, mentre nel Myanmar e in Thailandia la stragrande maggioranza della popolazione è buddhista. E, come accade quasi sempre nei Paesi extra-europei, la religione viene vissuta anche come collante dell’identità nazionale.
Sicuramente non si tratta di un fatto positivo. Ma occorre pure chiedersi come mai uno sdegno analogo, in Occidente, non venga indirizzato verso i tantissimi – quasi tutti – Paesi islamici che praticano pervasive politiche repressive e discriminatorie nei confronti di ogni minoranza religiosa.
Giusto criticare Narendra Modi e il suo governo ultranazionalista. Ma perché si preferisce per lo più glissare su quanto avviene nel confinante Pakistan musulmano? E perché si tace sull’assoluto divieto di costruire luoghi di culto non islamici nello stesso Pakistan o, per fare un solo esempio, in Arabia Saudita?
In realtà, c’è la netta sensazione che spesso, in Occidente, vengano utilizzati due pesi e due misure. Se ad essere perseguitati sono i musulmani si levano subito grida di sdegno e di dolore. Se lo sono i buddhisti, gli indù e anche i cristiani, si preferisce smorzare i toni, magari per non guastare i rapporti economici con le nazioni islamiche.
E’ ovvio che sarebbe preferibile vivere in un mondo in cui vigesse la totale libertà di fede, un mondo in cui la religione non fosse vista quale baluardo per mantenere l’identità nazionale.
Purtroppo non è così e occorre rassegnarsi alla presenza di una realtà ben diversa. Tuttavia lo sdegno non può sempre essere a senso unico, altrimenti si rischia di legittimare quanto fanno gli esponenti di una certa religione mettendo sotto accusa solo gli altri.